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venerdì, 30 Settembre 2022

Parità di genere: il mondo della musica classica riflesso della realtà

09.03.2022 – 07.10 – La scorsa settimana a Parigi c’è stato un concorso per direttrici d’orchestra – sì, si dice direttrici –, “La maestra”, giunto appena alla sua seconda edizione. Per inciso, l’ha vinto Anna Sulkowska-Migon, una giovane polacca bionda e gracile dal talento immenso e dal carisma magnetico. Perché parlarne? Perché un concorso per direttrici d’orchestra è un evento eccezionale. Anzi, le direttrici d’orchestra sono un evento eccezionale, o almeno lo erano fino a qualche anno fa. Ora la diga è crollata e un’orda di maestre, più o meno giovani, più o meno brave, si sta riversando sui podi che alle donne sono stati negati sin da quando furono creati. Il mondo della musica classica non è particolarmente retrivo come potrebbe sembrare dal di fuori, anzi, nella sua costante dialettica tra pulsioni iper-progressiste e conservatorismi retrogradi è una nicchia che rispecchia abbastanza fedelmente l’andamento delle cose nel mondo.
Fino ad alcuni decenni fa nelle orchestre più prestigiose (la Filarmonica di Vienna ad esempio) le strumentiste non erano ammesse, ora costituiscono la spina dorsale di molte delle migliori formazioni occidentali e asiatiche. Anzi, le meravigliose orchestre giovanili hanno una tal maggioranza di ragazze che non ci sarebbe da sorprendersi se di qui a qualche anno a qualcuno venisse in mente di elemosinare delle quote azzurre.
Non è niente di regalato, sia chiaro: nel momento in cui il mercato si è aperto trasversalmente ai sessi, le donne hanno mostrato di valere quel che fino ad allora era stato impedito loro di dimostrare. Basti considerare il fatto che Oksana Lyniv, quarantaquattrenne maestra ucraina oggi in prima linea anche sul fronte politico-sociale per ovvi motivi, quando lo scorso anno è stata nominata direttrice musicale del Teatro Comunale di Bologna è divenuta la prima donna a ricoprire un ruolo apicale in una fondazione lirico sinfonica italiana. La prima nella storia.
Sono segnali. Poi sappiamo bene che il mondo è più complesso di così e che un ambiente in cui oltre al merito contano anche altri fattori contingenti – banalizzando: marketing e media su tutti – vive di folate di vento che non si sa quanto dureranno.
Però una volta guadagnato un presidio, un diritto, retrocedere è difficile. O almeno si spera lo sia, la tragica attualità ci racconta che questo tipo di ottimismo non è sempre ben riposto e che anche le nostre sicurezze apparentemente più incrollabili possono sgretolarsi da un momento all’altro, senza preavviso. Giusto per restare in tema d’attualità, si ricordi che proprio in Russia una legge votata dalla Duma nel 2017 ha depenalizzato le violenze domestiche con l’obiettivo dichiarato di rendere in tal modo “le famiglie più forti”. Cosa voglia dire non lo si capisce, mentre si capisce chiaramente che qualsiasi diritto acquisito non va dato per scontato.

Un altro esempio pescato dal cosmo musicale. Si è sempre saputo che alcuni uomini in una posizione di potere non mancassero di fare sentire il peso della loro carica per ottenere quel genere di favori che richiederebbero il reciproco desiderio e l’esplicito consenso. Si parla di molestie da parte di direttori o artisti di spicco su giovani musiciste o cantanti, di abusi, di mani furtive che frugano dove non dovrebbero, ma anche di violenze psicologiche o fisiche.
Tutto ciò fino a non molto tempo fa passava bellamente in cavalleria, come se la concessione alle avances più o meno garbate, più o meno invadenti, del potente di turno fosse un atto dovuto, da consumare e poi nascondere con vergogna.
Poi è scattato qualcosa. Gli scandali americani, il Me Too, insomma tutta quella rivoluzione sociale ha aperto una finestra su un angolo obliato e da allora sono iniziate a fioccare denunce. Denunce di atti spesso indegni, altre volte meno sostanziate e buone per alimentare l’ondata di indignazione popolare, ma si sa, ogni battaglia ha i suoi estremisti, anche quelle per le cause più condivisibili.

Questi aneddoti da un mondo apparentemente piccolo e chiuso in sé stesso, come quello della cosiddetta “musica classica”, raccontano una cosa. Ci sono diritti sulla carta, e che sulla carta rimangono, e ci sono diritti nella realtà. Nessuna legge impediva fino a venti o trent’anni fa a una donna di salire sul podio di un’orchestra, eppure quelle che l’hanno potuto fare erano pochissime. Nessuna legge rendeva tollerabile che un direttore, un agente, un produttore o chi per essi aggredisse sessualmente una donna, eppure ciò accadeva senza destare alcun clamore. Oggi accade ancora, sì, ma molto meno. E quando accade, per la vittima c’è una speranza concreta di vedersi riconosciuta come tale.
È un percorso di reazione a secoli di iniquità che un poco alla volta porterà alla parità sostanziale.

D’altronde ci sono ancora molti musicofili convinti del fatto che una donna non possa dirigere un’orchestra, sottintendendo evidentemente una vera e propria incapacità biologica connaturata al doppio cromosoma X. Non conoscono, o fingono di non conoscere, musiciste meravigliose come Barbara Hannigan, Susanna Mälkki, Marin Alsop, Emmanuelle Haïm, le più giovani Mirga Gražinytė-Tyla, Joana Mallwitz e le tantissime altre che hanno infranto il soffitto di vetro delle grandi orchestre mondiali.

Per giungere a un punto di equilibrio ci vorrà ancora del tempo, ma il cambiamento è in atto. Nel frattempo, capiterà di imbattersi in qualche stortura, nelle offensive che arrivano dagli ambienti più radicali, nel “quotismo”, negli estremi opposti dell’indulgenza verso le nuove arrivate o, di contro, della pretesa di una meritocrazia a tutti i costi, come se la meritocrazia fosse uno strumento da tirare fuori solo nel momento in cui serve per frenare l’avanzata di un fenomeno nuovo o per continuare a escludere gli esclusi dal vertice della piramide sociale.

Allo stesso modo capiterà anche di ascoltare qualche direttrice d’orchestra mediocre che ha saputo approfittare del momento per uscire alla ribalta. Pace, va bene lo stesso. È un passaggio inevitabile e per certi versi auspicabili. D‘altronde per secoli abbiamo ascoltato e applaudito musicisti di ogni risma del sesso opposto, così come abbiamo accettato personaggi di varia levatura nelle posizioni di comando, senza farne una questione di genere.
Scherzando ma non troppo, si potrebbe dire che anche il diritto di non essere eccellenti dovrebbe valere per tutti allo stesso modo.
di Paolo Locatelli 

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