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mercoledì, 29 Giugno 2022

La Fossa – parte 2

27.03.2022 – 08.00 – Fece un respiro profondo. Era impossibile batterlo in velocità. Allora le venne un’idea. Si frugò nella tasca del giubbino. E trovò ciò che stava cercando. Era un piccolo coltello a serramanico, che soleva portarsi appresso in caso di estrema necessità. Ringraziò sé stessa per averlo preso anche quella notte. Con l’arma in una mano e la torcia nell’altra, si avvicinò piano all’acqua. Ne illuminò la superficie: calma, immota.
Chiuse una mano a pugno, la batté con forza sollevando schizzi melmosi. Poi la ritrasse. Non dovette attendere molto. Aveva appena ritratto la mano, quando l’acqua le esplose davanti agli occhi e quel muso piatto e largo emerse con le fauci aperte. Sembrava un drago medioevale.
Allungò la mano armata, ma la lama incontrò la parte superiore del collo e rimbalzò indietro dalla corazza spessa. L’animale piegò la testa, chiuse le fauci di scatto, sfiorando la sua mano. Beatrice emise un grido di spavento. Si ritrasse, in piedi, appiattendosi contro la parete. Il rettile iniziò a nuotare avanti e indietro, come se stesse cercando un modo per salire sulla piattaforma.

Appena le passò a tiro, la ragazza gli sferrò un calcio sul dorso. La scarpa slittò sulle placche ossee e per poco non perse l’equilibrio. Sobbalzò sull’altra gamba, stringendo i denti dalla tensione. L’animale si ritrasse. Per un attimo, svanì dalla sua vista.
Beatrice lo cercò con lo sguardo. Ma non lo vide più. Trascorse qualche minuto di silenzio abissale. Poi uno sciabordio si alzò dalle tenebre, davanti a lei. Puntò la torcia.
La superficie dell’acqua, nel punto più lontano, era spezzata in due dal corpo del rettile. Questo si stava avvicinando con foga crescente: era lanciato in una sorta di rincorsa.
La ragazza lo guardò sgomenta dal terrore. In quel breve momento, capì di non avere scelta. Uno scontro frontale era inevitabile.
Si piegò in due, posando la torcia sul pavimento. Allungò la mano armata. L’animale si immerse per qualche secondo, svanendo tra i flutti.
Beatrice rimase in attesa. I muscoli delle gambe le dolevano, ma sapeva di dover essere pronta all’attacco.

Una colonna d’acqua si alzò davanti a lei. Tra gli spruzzi, vide il muso del rettile: le fauci spalancate, farsi sempre più grandi.
Balzò di lato, evitando l’impatto. Poi si gettò sul suo corpo coriaceo e scivoloso. Lo abbracciò, trovandosi sul suo dorso.
L’animale scosse la testa, nel tentativo di scrollarsela di dosso. Beatrice non mollò la presa.
Sollevò la mano col coltello, fece uno scatto in avanti. La lama incontrò l’occhio del rettile, penetrò in profondità. Un basso ringhio gutturale scaturì dalla sua grossa gola.
Beatrice, gridando di rabbia, rigirò la lama.
Il corpo dell’animale vibrò sotto di lei; fu come attraversato da una scarica elettrica.
Estrasse la lama, prese una boccata d’aria. Si staccò da esso, lo spinse via con un calcio. Si trovò quasi al centro della pozza d’acqua. Allora si girò. Rapida, con bracciate decise, si avviò in direzione del condotto fognario. Doveva essere lì, davanti a lei, da qualche parte nel buio. Alle sue spalle, sentiva i gorgoglii di dolore dell’animale; frustava l’acqua con la coda, si girava e rigirava su sé stesso; sembrava impazzito.
Beatrice cozzò contro la parete di fondo. Allungò le braccia, tastando la parete liscia e di cemento. Poi, le sue mani trovarono il vuoto. Allora afferrò il bordo del condotto e, gridando dallo sforzo, si issò fuori dall’acqua. Scivolò su un rivolo di melma. Cadde. Ma aveva raggiunto il condotto fognario. Era al sicuro, almeno finché manteneva una certa distanza dal predatore.

Si girò a guardarlo.
Era sparito. L’acqua, nel punto in cui si trovava poco fa, spumeggiava. Doveva essersi immerso di nuovo. Beatrice si ritirò lungo il condotto fognario. Avanzava a carponi, mani e ginocchia immerse nella melma e in liquami maleodoranti. Non vi prestò attenzione. Tutta la sua concentrazione era fissata sull’andarsene da lì il prima possibile.
Dopo diversi metri, il condotto si ampliava. Lei poté seguire quel tratto alzandosi in piedi, ma restando piegata in due. Arrancò svelta, finché non vide dei pioli di ferro arrugginito sbucare dalla parete. Emise un gridolino di gioia.
Afferrò il primo piolo, testandone la resistenza. Questo non cedette. Lo afferrò con entrambe le mani e iniziò ad arrampicarsi. Un getto di adrenalina le guizzò nel sangue, diffondendosi ai muscoli. Salì e salì, svelta, con quel ringhio gutturale ancora fisso nelle orecchie. Quando impattò con la testa contro la dura superficie di un tombino, si fermò. Reggendosi con le gambe, si allungò in avanti, lo spinse prima verso l’alto, poi di lato. Il tombino cedette. Un getto d’aria fresca le colpì il volto.
Beatrice si issò oltre il buco, rimise il tombino al suo posto e crollò esausta tra l’erba.
Oltre le fronde della boscaglia, vide le stelle scintillare nella volta notturna. Le contemplò per qualche secondo, mentre si riempiva i polmoni d’aria.

Solo allora, lacrime di gioia le salirono agli occhi e non riuscì a tenerle a freno. Le lasciò scorrere sul volto. Era viva.
E sentire le proprie lacrime scorrere sulla pelle, era una cosa bellissima.
Di colpo, Beatrice si sentì un tutt’uno con l’erba, con quegli alberi che la circondavano, con quell’aria fresca che le alitava sul volto; provò un senso di pace ultraterrena.
E in quel momento di estasi, di totale abbandono, formulò l’idea di non commettere più né furti né tentate rapine. Era come se la vita le avesse concesso una seconda possibilità. E lei decise di coglierla al volo, senza alcuna traccia di ripensamento.

[d.s]

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