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mercoledì, 29 Giugno 2022

La cripta

20.03.2021 – 21.45 – Quando avevo quindici anni, ero solito recarmi in un piccolo paesino sito sulla costiera croata. Qui vivevano i miei zii, in una graziosa villetta a due piani che si affacciava sull’aperta campagna; seguendo uno stretto sentiero serpeggiante, si raggiungeva il mare in breve tempo. Ci andavo assieme ai miei genitori e al mio fratello minore Stefano, durante le vacanze estive. Trascorrevamo da loro una settimana circa.
Ricordo il frinire continuo delle cicale, l’aria calda e soleggiata, quella terra rossa, simile al sangue.
E ricordo un’estate in particolare. Quando riuscii a guardare e vedere dentro l’abisso oscuro di cose innominabili, senza tempo; quando provai l’orrore cieco, che altera i sensi, che stringe e piega la realtà nella sua morsa ferrea.
Quella sembrava essere una vacanza simile a tutte le altre. Si era appena scesi dalla nostra vettura, quando nostra zia ci accolse con uno sguardo di roccia. Preoccupati, le chiedemmo cosa stesse mai accadendo, per spegnere così il suo solito sorriso raggiante. Ci raccontò, quasi borbottando, che da qualche mese a quella parte, qualcuno le stava decimando le galline che teneva in un recinto sul retro della casa: nel corso dei giorni, ne aveva trovate diverse col collo spezzato, col corpo sgonfio, il piumaggio secco, esangui. Disse che, con tutta probabilità, era tornata una faina.

Anche il suo vicino di casa sembrava avere gli stessi problemi. Lui era solito allevare anche qualche coniglio, e ne aveva trovato qualcuno morto; li teneva al limitare di una radura, in apposite gabbiette di legno. Anche i suoi conigli erano stati trovati col collo spezzato, i corpi scomposti, magri fino all’osso, cinerei, come se qualcosa avesse bevuto loro il sangue.
Sorpresi dall’apprendere questa notizia, concordammo con la zia che, di certo, era colpa della faina o di una volpe: le campagne circostanti ne erano piene.
Nella mia mente fanciullesca, questi pensieri svanirono durante il corso delle giornate, trascorse perlopiù al mare con i miei genitori.
Il penultimo giorno di vacanza, a mio fratello venne l’idea di farsi una passeggiata in aperta campagna. Avevamo appena pranzato a base di granchio fresco, e mia madre mi costrinse ad andare con lui, anche se preferivo rimanere seduto all’ombra delle viti a leggere un romanzo d’avventura per ragazzi. Mio malgrado, dovetti accontentarla.
Stefano aveva due anni meno di me. Perciò ci prendemmo per mano, uscimmo da una porticina secondaria e ci avviammo lungo un sentiero che si snodava tra i campi.

Il sole prendeva a schiaffi le nostre teste. Il terreno rosso sembrava assorbirne sia la luce che il calore. Nel giro di qualche minuto, grossi rivoli di sudore mi correvano lungo la schiena. Implorai Stefano di tornare indietro, ma lui non volle sentire ragioni. Adorava esplorare ogni angolo delle campagne circostanti, in cerca di cosa non lo so, e forse non lo sapeva nemmeno lui.
Attraversammo un piccolo bosco di alberelli secchi, dai tronchi contorti, poi ci addentrammo in un folto di cespugli riarsi dal sole, dalle spine acuminate. E quando scostammo le ultime fronde, ci trovammo davanti a una costruzione in pietra.
Restammo immobili per qualche secondo, sbalorditi. Era una piccola chiesa abbandonata, divorata dalla vegetazione circostante. Edere grosse, come corpi di serpenti stritolatori, ricoprivano le sue facciate. Il campanile risultava storto, sembrava stare in piedi per miracolo. Non c’era più la campana. L’ingresso, dalla strana forma ovale, era privo di portone: a una prima occhiata, pareva la bocca di un mostro enorme.

Stefano emise un gridolino di gioia e si lanciò verso la costruzione. Io lo chiamai forte, lo raggiunsi in quattro balzi. Non potevamo addentrarci là dentro! Avremmo corso il rischio di rimanere sommersi dai detriti pericolanti!
Lui mi guardò con occhi imploranti, quasi sull’orlo delle lacrime. Per un giovane esploratore, una chiesa abbandonata risultava essere un tesoro di inestimabile valore. Mi pregò di accompagnarlo, solo per dare un’occhiata in giro: al minimo segno di pericolo, ce ne saremmo andati.
Acconsentii.
Superammo una serie di calcinacci e detriti che intasavano l’ingresso. Entrammo in quella che doveva essere al tempo la navata centrale. Era uno spazio vuoto, coperto interamente da erba secca e piante urticanti. Le pareti erano grigie e spoglie. Il tetto era crollato in diversi punti; dai fori piuttosto grossi entrava la luce del giorno, dando così vita a un chiaroscuro inquietante.
Stefano avanzò tra i blocchi di pietra e i detriti, con me al seguito. In fondo, dove una volta doveva esserci l’altare, trovammo una nicchia sulla sinistra e poi notammo una serie di gradini che si immergevano nel terreno.
Non riuscii nemmeno a sfiorare Stefano. Prima che potessi solo emettere una prima parola, si era già lanciato nell’oscurità della scala.

Lo seguii.
I gradini erano di pietra, piatti e oblunghi, sembravano guidare nelle viscere della Terra. Seguivano una spirale, a chiocciola. Li discesi nella speranza di coprire quanti più metri da mio fratello.
Giunto alla base della scala, mi guardai attorno. Stefano se ne stava immobile, posato contro la parete di fondo. La stanza era angusta, di forma circolare. Il soffitto era basso. Quattro pilastri di pietra, dalla base spessa, sembravano sorreggerlo.
Dovevamo essere in una cripta.

Affiancai Stefano, sbattendo le palpebre. Le pietre scomposte alle pareti facevano trapelare barbaglii di luce diurna. In quei raggi spettrali, sforzando la vista, notai qualcosa sul pavimento, dalla parte opposta alla nostra: sembrava una sagoma scura, informe
Decisi di avvicinarmi, per capire cosa fosse realmente. Stefano mi fu accanto. Un passo alla volta, e quella sagoma diveniva sempre più grande, dai contorni sempre più definiti: colsi la forma di una testa, poi il rigonfiamento di un petto robusto, un braccio lungo, e quelle che dovevano essere delle gambe.
Quando le fummo a ridosso, ci fermammo di colpo. Un uomo. Doveva essere un uomo. Per un attimo, pensai a un senzatetto. Infatti, indossava un lungo abito scuro, sporco di terra e polvere, strappato in più punti; anche i calzoni erano scuri, logori e rinsecchiti dal tempo. Ma quando alzai lo sguardo al suo volto, un terrore cieco mi gelò il sangue.

Quell’uomo, quella cosa che avrebbe dovuto essere un uomo, aveva una testa completamente calva; la pelle di un pallore innaturale; occhi stretti a fessura; un naso aquilino; labbra secche e violacee, contratte in un ghigno beffardo, dalle quali spuntavano due canini di straordinaria lunghezza.
No, non poteva essere umano.
Stefano emise un gemito di terrore e io gli tappai subito la bocca. Molto lentamente, iniziammo ad arretrare. Mentre mi muovevo, tenevo gli occhi fissi su quelle zanne ricurve. Temevo che quel mostro potesse svegliarsi da un momento all’altro.
Risalimmo la scala a chiocciola, facendo due gradini per volta. Superammo poi la navata centrale e ci tuffammo nella luce del giorno.
Ci fermammo solo a diversi metri dalla chiesa abbandonata, per riprendere fiato. Stefano aveva gli occhi umidi dal pianto. Tremava visibilmente.

Io… non riuscivo a pensare. Avevo un vuoto, un abisso, nella mia mente. Quel volto così innaturale… quelle zanne così aguzze… avevamo appena visto un autentico mostro…
Solo ora, a distanza di molti anni, mi sovvengono domande sensate: quale mai poteva essere la sua natura? Sarà, ormai, deceduto? Oppure, nonostante lo scorrere del tempo, esso vaga ancora per le campagne croate in cerca di prede?
Al tempo, io e Stefano decidemmo di non raccontare a nessuno di quel nostro tremendo incontro. Eravamo convinti che nessuno, tra gli adulti, ci avrebbe creduto. E poi, non volevamo fare prendere un accidenti a nostra madre.
Adesso, mentre stendo queste righe, posso garantirvi che, anche se può sembrare strano, anche se può sembrare frutto di una fantasia alterata, vi sono creature innominabili che vagano indisturbate su questo mondo: loro il regno delle tenebre, del sangue, della morte.

Io lo so, perché l’ho visto con questi miei occhi: ho lanciato un’occhiata all’abisso oscuro di cose innominabili, senza tempo, senza storia; e ho provato l’orrore cieco che altera i sensi, che fa torcere le viscere, stringendo e piegando la realtà nella sua morsa ferrea.
Siete liberi di non credere alla mia vicenda, di pensarla come frutto della fantasia di un ragazzino poco comune, ma comunque la pensiate, se vi capita di imbattervi in quella piccola chiesa abbandonata nella campagna croata, vi prego, vi supplico, non entrateci.

[d.s]

 

 

 

 

 

 

 

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