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venerdì, 9 Dicembre 2022

Il futuro del Porto di Trieste: la (doppia) sfida dell’idrogeno e del ferro

17.03.2022 – 07.01 – Un porto di Trieste ramificato attraverso le ferrovie e che utilizza quale vettore l’idrogeno, attraverso un’infrastruttura che faccia rete con l’intero Friuli Venezia Giulia. È questa l’immagine che trapela dello scalo giuliano dal convegno “Sfide e prospettive del sistema portuale del mare adriatico orientale nella transizione digitale ed ecologica”, tenutasi lo scorso martedì da parte dell’Università degli studi di Trieste (UNITS).
L’occasione era la scomparsa del prof. Giacomo Borruso a cui verrà infatti intitolato l’Interporto di Fernetti, considerando come proprio Borruso fosse stato tra i promotori per il punto franco di FREEeste, la quale inizia a essere con BAT (ma non solo: anche Mitsubishi), tra gli elementi di traino dello scalo.
Il figlio Giuseppe Borruso, professore di geografia economico-politica all’Università di Trieste, ha ricordato a questo proposito lo sviluppo del porto in relazione con l’hinterland internazionale, analizzando come lo scalo venisse considerato agli inizi del duemila con potenzialità interessanti, ma mai sfruttate appieno. Ora vent’anni dopo questi elementi – la posizione geografica favorevole, i fondali profondi, le connessioni ferroviarie sviluppate, vecchia eredità austroungarica – iniziano a dare i propri frutti.
Si potrebbe effettivamente scrivere oggigiorno di “una regione portuale nel nord adriatico“; non si tratta più del solo porto, ma di un sistema di “connessioni di tipo reticolare” che si espande a propria volta nel centro-est Europa con “un sistema infrastrutturale sempre più espanso”. Lo scalo giuliano rimane con dimensioni assolutamente lontane da quelle del sud-est asiatico; ma può ormai essere considerato un “caso positivo di scuola” in cui è possibile vedere concretizzate quelle trasformazioni del porto quali l’integrazione con le vicine infrastrutture portuali e terrestri.
Secondo Giuseppe Borruso si può attualmente scrivere di “opportunità realizzata” quando ci si riferisce all’obiettivo di un “porto-città” e un “porto-regione“. Tuttavia arranca ancora il discorso della territorializzazione con riferimento al porto franco; e vi è il concreto pericolo di un “drive-through“, cioè di un porto come puro transito delle merci che non generi sviluppo e occupazione per i triestini. Rimane infine, come testimoniato dal conflitto Ucraina-Russia, la costante incognita del contesto geoeconomico e geopolitico.

Il tema energetico che con il porto nutre un legame quasi simbiotico è stato successivamente approfondito in particolar modo dal prof. Rodolfo Taccani, esperto di Macchine a Fluido dell’Università di Trieste. L’idrogeno continua a essere argomento di discussione tanto nello scenario portuale, quanto in Friuli Venezia Giulia in generale: è notizia dell’ultima ora la firma di una dichiarazione trilaterale per una Valle dell’Idrogeno transnazionale nella Regione.
Secondo Taccani i porti rimangono “complessi industriali che necessitano di tanta energia” che come tali intaccano tanto la qualità dell’aria, quanto l’efficienza energetica. Gli scali occidentali finora stanno cercando di ottimizzare i costi attraverso una logistica basata sull’energia elettrica, il cosiddetto “cold ironing” e l’efficientamento energetico dei magazzini. Sebbene non esista un combustibile alternativo agli idrocarburi che possa soddisfare tutte le necessità, l’idrogeno si presta particolarmente essendo, secondo Taccani, “prodotto con fonti rinnovabili, già utilizzato in molteplici processi produttivi e immagazzinabile per lunghi periodi”.
Passando dal porto di Singapore, a Los Angeles, giungendo in ambito europeo a Rotterdam e Amburgo, è stata osservata “un’attività crescente nell’utilizzo dell’idrogeno per le aree portuali”, con speciale attenzione alle industrie del retroterra.
In questo contesto, quando coesistono diverse tecnologie legate all’idrogeno, si può legittimamente parlare di “valle”. L’esempio del FVG va qualificandosi come il primo, concreto, esempio di valle “portuale” e non solo terrestre.
Tuttavia, considerando il suo ruolo transazionale, a cavallo di popoli e confini, c’è bisogno, recuperando l’insegnamento di Borruso, “di dialogo e confronto” onde “avere successo nelle sfide”.

[z.s.]

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Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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