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sabato, 13 Agosto 2022

10 dicembre, certi diritti. Niente di nuovo sul fronte del Covid

11.12.2021 – 13.06 – 10 dicembre, giornata dei Diritti Umani. “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Un venerdì, quello di ieri, trascorso nella riflessione sull’accoglienza – e sull’arma, inumana, che chi fugge da situazioni insostenibili per paura della persecuzione e della morte, o semplicemente per cercare miglior fortuna, è diventato alla mercé delle nazioni che hanno scelto, quest’arma, di usarla. A ragionare sulla condizione della donna che tutto è, nella fetta più grande del mondo, tranne che buona (probabilmente è una condizione definibile come ‘umana’, non essendo sempre ‘umano’ sinonimo di ‘buono’, ma buona proprio no). Su Patrick Zaki libero, pur se libero avrebbe potuto tornare probabilmente ben prima se non fosse diventato un simbolo politico che contemporaneamente imbarazzava l’Egitto da una parte e serviva a certe nazioni, anche in Europa, dall’altra (Giulio Regeni, finito in un vortice simile, non ha avuto la stessa fortuna). E sulla pandemia e l’emergenza Covid-19, con il plauso del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla scienza, capace di aver affrontato l’emergenza sanitaria dimenticando le frontiere e consentendo così di evitare il crollo in ginocchio del paese e del mondo intero.

Frontiere e cooperazione senza barriere. Se parliamo di pandemia, e se diciamo, come ha detto Mattarella, che la scienza è stata in grado (come fa sempre tranne quando viene costretta, da un governo, a non farlo) di superare le frontiere, altrettanto non ha fatto la politica; anzi, dopo essersi sostituita alla scienza nella comunicazione delle informazioni relative alla pandemia stessa, ha fatto il contrario. Aspre le divisioni fra occidente e oriente, fra Cina,. Russia e Stati Uniti con l’Europa a tenere il cerino; completamente inutili i tentativi delle organizzazioni scientifiche mondiali di trovare una politica comune che consentisse di raggiungere un livello adeguato di persone vaccinate globalmente (farlo localmente serve a poco: l’esempio è Hong Kong, dove la politica ‘zero virus’ finora ha retto ma a scapito della condizione mentale di chi ci vive e lavora, ormai allo stremo fra continue quarantene di quindici giorni a casa o in un albergo). Tragica e sui nostri schermi dimenticata la situazione dei paesi meno sviluppati, soprattutto quella dell’Africa dove si rischia e si muore più che da noi ma che il vaccino lo vede con il contagocce, mentre qui si fa a gara nel moltiplicare il numero di dosi inoculate pro capite nel tentativo di fornire una spiegazione all’opinione pubblica su come mai la diffusione virus, nonostante tutto, sia inarrestabile. Certo si salvano molte più vite, e certo il vaccino rimane un’arma importantissima, ma se parliamo di contagi mentre ascoltiamo i media che insistono su Trieste come città più contagiata d’Italia (la pecora nera del paese, e il simbolo di trasgressione e rifiuto delle regole, anche se così non è), la situazione sui grafici del 2021 è la replica di quella già vista l’inverno scorso, quando il vaccino non c’era (e la Svezia, vi ricordate la Svezia? 10 dicembre 2020, cinquemila e settecento casi di media settimanale; 10 dicembre 2021, duemila e quattrocento casi di media settimanale).

Diritti umani. Data per scontata (ma sottolineiamolo, perché se no si finisce nel circolo vizioso ‘vax-no vax’) l’importanza del vaccino nella profilassi, frequentemente se non quotidianamente ci chiediamo come mai la Repubblica Italiana non abbia imposto l’obbligo vaccinale stesso, e come mai insista, anche con violenza e attraverso un dedalo di leggi e regolamenti difficili da interpretare e impossibili da applicare efficacemente (il bar che prende la multa, alla fine, è sempre quello), a perseguire la strada dell’obbligo indiretto. Quando scriviamo ‘violenza’ non intendiamo naturalmente quella fisica e resti lontana da noi persino l’intenzione; quella nei confronti della mente, però, è violenza non meno violenta. Il Super green pass è preferibile all’obbligo? No, e che la strada del passaporto vaccinale sia in generale pessima è evidente, e non solo in Italia: pesa questa settimana il caso Sanna Marin, colta in flagrante in Finlandia a ignorare le precauzioni e l’auto isolamento dopo il contatto con un positivo, e fotografata mercoledì in un nightclub di Helsinki fra la gente e senza mascherina. Come primo ministro, ha chiesto scusa alla nazione, ma il suo caso diventa il simbolo di come il QR code salvifico sullo Smartphone che ci permette la serata con gli amici non sia, per questo Natale, la strada giusta, soprattutto perché non fa scomparire i rischi di contagio. Esaurita la premessa, proviamo a rispondere alla domanda: perché non c’è ancora l’obbligo vaccinale?

Nessun trattamento sanitario può essere compiuto o proseguito se non c’è l’esplicito consenso manifestato dal soggetto interessato: è l’articolo 32 della nostra Costituzione, “Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Non è quindi il medico, neppure in presenza di un’epidemia e con buona pace a volte del medico stesso, a poter decidere cosa fare: è chi sta male. È l’evoluzione del diritto, e della medicina, dai tempi antichi e dal Cristianesimo, in cui tutto ciò che il medico decideva di fare non poteva che essere considerato buono: in fondo il medico di allora era un inviato degli dei, la salute un dono degli dei e poi di Dio, il medico era un ponte fra la vita e la morte e chi riceveva le cure non poteva in alcun modo opporsi a esse, equivalendo questo rifiuto a rifiutare Dio. Dalla nascita della medicina moderna nell’Ottocento, e nel Novecento con il processo di Norimberga e dopo (e con la dichiarazione di Ginevra del 1948) in tutto il mondo si è introdotto il diritto del malato all’autodeterminazione: la libertà personale è inviolabile, a meno che non intervenga l’autorità giudiziaria e nei limiti previsti dalla legge. Il Servizio Sanitario Nazionale italiano deve rispettare la legge 833 del 1978: gli accertamenti e i trattamenti sanitari sono volontari a meno che non intervenga un giudice, e anche se interviene il giudice c’è l’obbligo di rispetto della dignità della persona, compresa la libera scelta del medico che effettua il trattamento sanitario e del luogo a meno che questo sia impossibile. E abbiamo così provato a rispondere alla domanda iniziale: la Repubblica Italiana non impone ancora il vaccino per legge perché imporlo, da un punto di vista giuridico, è molto complesso, e porta a delle precise responsabilità dello Stato, che si riflettono anche sui sanitari stessi in quanto mutuate nel codice deontologico della professione. A titolo di esempio può bastare il consenso informato: la vaccinazione, che è un trattamento sanitario facoltativo e non può essere imposta attualmente. in alcun modo, viene fatta solo dopo che la persona che si sottopone alla stessa ha firmato il documento di consenso informato: la prima condizione di validità è proprio la corretta informazione sul trattamento sanitario, sui rischi connessi (se ce ne sono) e sulle alternative possibili, e il documento di consenso informato dovrebbe riportare con precisione queste alternative ed essere preparato in maniera adeguata, e spiegato in un linguaggio semplice ed accessibile, in modo che il livello culturale e le capacità di comprensione di chi sta di fronte all’operatore sanitario non vadano ad influire in alcun modo sulla scelta (se chi riceve le informazioni in merito al trattamento sanitario non capisce, ha diritto a delegare una terza persona a decidere). La persona alla quale viene proposto il trattamento sanitario è l’unica a poter decidere riguardo alla propria salute: la nostra Costituzione interpreta la tutela alla salute nella sua accezione più ampia che tiene in considerazione l’integrità fisica ma anche quella psicologica. Forzature indirette di qualsiasi tipo, quindi, non sono ammissibili (l’ha sottolineato del resto anche l’Unione Europea), e anche i minori, lo prevede il Codice di deontologia medica, hanno diritto a essere informati, fermo restando il rispetto dei diritti di chi li rappresenta. Se non c’è alcun valido consenso, è il medico a doversi assumere in prima persona ogni responsabilità in merito al trattamento, ed è il medico a doversi adoperare affinché l’acquisizione del consenso non sia solo un passaggio burocratico.

Quindi, la Repubblica Italiana, nell’imporre, di fatto (lo si sa) indirettamente, la vaccinazione Covid-19, viola la sua stessa Costituzione? C’è chi dice di sì, c’è chi dice di no, e questa discussione impegnerà gli esperti del diritto e i costituzionalisti, immaginiamo, per diverso tempo. Se ciascun individuo ha diritto alla salute, infatti, e se questa viene intesa come completo benessere fisico, mentale e sociale (è la definizione di ‘salute’ dell’Organizzazione Mondiale della Sanità), ci si ritrova in una situazione storicamente senza precedenti nella quale due diritti fondamentali dell’individuo, quello della libertà e quello alla salute, vengono a cozzare e l’uno finisce per limitare l’altro: lo Stato, tramite un’organizzazione sanitaria idonea (e qui si aprirebbe un altro tema che darebbe voce ai ‘pro’ e ai ‘contro’, che lasciamo per ora da parte) deve infatti garantire la salute dei suoi cittadini globalmente. E come potrebbe farlo, come potrebbe assolvere al suo obbligo nei confronti della collettività dei cittadini, se non con disposizioni che finiscono in un modo o nell’altro per limitare la libertà del singolo individuo? Il singolo individuo che rifiuta la vaccinazione può essere ritenuto, se osserviamo l’insieme da questo punto di vista, un ‘elemento di ostacolo’, e quindi sul singolo si deve intervenire: il singolo individuo in una condizione di epidemia, per preservare l’interesse della collettività, ha il dovere alla salute e non più il diritto, e però è anche un diritto quello alla non salute (interrompere i trattamenti: l’autodeterminazione terapeutica). E ancora c’è il diritto, sancito dalla Corte costituzionale, a ricevere un risarcimento in termini monetari se da un trattamento sanitario deriva una compromissione del valore biologico dell’individuo nel momento in cui qualcosa ne intacchi l’integrità fisica o psichica, o tutte e due. E poi, il concetto di salute non è assoluto e definito: la mia salute, nel subire un’imposizione indiretta come quella di non poter svolgere normalmente e liberamente un’attività sociale, associativa o sportiva, potrebbe essere compromessa, e svolgerla nel contesto attuale potrebbe compromettere la salute degli altri. E siamo in piena nebbia.

E l’anno prossimo 2022, cosa accadrà? Nel nostro ordinamento giuridico, non esiste un cosiddetto “stato di emergenza”: la Costituzione italiana non lo prevede. Si tratta di una scelta fatta da chi scrisse la Costituzione per non ripetere situazioni del passato nelle quali l’uso di una “situazione di emergenza”, diventata un pretesto, aveva svuotato di senso e significato le carte costituzionali esistenti. In Italia è previsto lo “stato di guerra”; sia stato per questo o meno che si è iniziato a richiamare continuamente una condizione di “guerra al Coronavirus”, non lo sappiamo, ma certamente una “guerra” non è, e quindi l’articolo 78 della Costituzione, quello che consente al Governo di avere i poteri necessari e speciali, non è applicabile. Esiste però il Decreto 1/2018 sulla Protezione civile (ed ecco perché la Protezione civile, nel contesto epidemia, è sempre protagonista: una “mano civile/militare”) che prevede una serie di strumenti per far fronte proprio a un’emergenza: questo stato di emergenza non può superare i 12 mesi e non può essere prorogato più di ulteriori 12 mesi. Il governo Draghi si troverà quindi, fra pochi giorni, a dover affrontare lo scadere dello stato di emergenza in essere, quello di Giuseppe Conte, ed è molto difficile pensare che possa arrivare a gennaio impreparato: già si parla di proroga fino ad aprile, o a giugno 2022. Ma allora a che cosa servono i limiti temporali, se possono essere prorogati? Non c’è il rischio che, nuovamente e come nei secoli passati, l’emergenza possa diventare, per un governo, un pretesto? Che cosa accadrà, e come mai non se ne discute ancora apertamente, consentendo ai ministri di “decidere nelle ultime giornate” come ha dichiarato Roberto Speranza? Fatto il Natale, tutti a casa, ancora con le zone arcobaleno a parametri variabili, e i cittadini italiani ancora una volta non informati preventivamente e adeguatamente e non chiamati a esprimersi in alcun modo come ai tempi di quell’emergenza vissuta attraverso le dirette Facebook? Ecco perché, nella Giornata dei Diritti Umani del 10 dicembre, sarebbe stato importante parlare anche di questo.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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