I luoghi nascosti del Porto Vecchio: la Locanda di Zaninovich

20.11.2021 – 07.01 – Dopo aver superato il Varco d’ingresso presso Largo Città di Santos e aver ammirato rispettivamente la Torre piezometrica avvolta dall’edera, la Locanda grande o ex Casa degli operai e infine una successione di magazzini a due o più piani, il visitatore che si aggira nel Porto Vecchio giunge a un incrocio, la cui svolta lascia intravedere il profilo severo del magazzino 26.
L’hangar che lo precede – una costruzione medievalista nella tradizione dei manufatti portuali – presenta ancora il serbatoio dell’acqua per i vagoni di passaggio, mentre di fronte un edificio ausiliario appare sbriciolato su sé stesso, consumato dal fuoco.
Il visitatore allora completa la svolta e, alla sua sinistra, si spalanca uno degli assi principali del Porto Vecchio: un’ampia strada corredata di rugginosi binari, dall’impianto rigoroso e ortogonale.
I magazzini che contornano la strada continuano fino all’orizzonte marittimo; e, aguzzando lo sguardo, è addirittura possibile vedere il grattacielo rosso “firmato” Berlam.
Una visuale che conferma – più di tanti trattati – al contempo la coerenza interna del distretto storico-portuale e la sua vicinanza al centro storico.
Occorre ricordare, a proposito dello skyline del Porto Vecchio, come i vincoli apposti nel 2001 comprendano tanto quelli “diretti“, volti alla tutela dei singoli magazzini, quanto quelli “indiretti” che tutelano l’intero complesso portuale: il provvedimento di tutela dei beni culturali prevede il mantenimento degli assi viari esistenti e dei coni prospettici visivi verso gli immobili tutelati. Elementi scarsamente considerati nelle riflessioni sulla zona portuale, ma palesemente violati da progetti come l’ovovia di Trieste che prevedono stazioni, piloni e continui passaggi di cabine in una zona “storica”.
Volgendo invece lo sguardo verso il Magazzino 26 e superando le cataste di masegni e mattoni accatastati, si scoprirà un curioso edificio: dal tetto crollato, le accecate orbite delle finestre sfondate e una facciata quanto mai cadente; ma con una sua “ostinata” eleganza.
Viene chiamata “ex Locanda piccola, altrimenti nota come Locanda Zaninovich, “Nuovo” Refettorio o infine Refettorio n. 107.

Nel periodo immediatamente antecedente alla Prima Guerra Mondiale, dal 1910 al 1914, l’architetto Giorgio Zaninovich lavorò nel Punto Franco Nord presso l’Ufficio Tecnico dei Magazzini Generali. La crescita dei volumi di traffico con il medio e l’estremo oriente verificatasi nella Belle Époque, quando il mondo raggiunse un livello di globalizzazione recuperato solo negli ani Sessanta e Settanta del novecento, segnò a Trieste un punto di svolta. Iniziarono infatti i primi lavori per utilizzare il cosiddetto Porto di Francesco Giuseppe, poi divenuto Porto Duca d’Aosta che corrisponde oggigiorno al Porto di S. Andrea, o Porto “Nuovo”. Tuttavia il Porto Vecchio proseguì, per un breve periodo, ad allargarsi nelle dimensioni e nella costruzione degli edifici ausiliari, perfezionando un assetto definito nell’ultimo quarto del novecento.
In quest’ambito, pur nell’assenza di firme, sono attribuiti a Zaninovich con certezza quattro edifici: i Varchi, la Casa degli operai, la Sottostazione Elettrica di Riconversione e la Dogana Vecchia. Successivamente è stato riconosciuto come di Zaninovich anche la Locanda “piccola” in questione; un’ideale “figlia” della Locanda “grande” o edificio n.5.

L’edificio venne realizzato tra il 1910 e il 1915 per ampliare il servizio mensa offerto agli operatori portuali. La struttura venne ulteriormente ampliata nel 1928; specificatamente l’8 novembre di quell’anno venne depositata un’istanza dove si chiedeva che il Refettorio exConte Rota” venisse adibito anche a dormitorio per il personale portuale impiegato nei turni durante le “ore piccole”. Si trattava infatti di operai e manovalanza che abitava nelle periferie della città e che, dovendo riprendere il servizio già al mattino, non aveva modo di riposare a sufficienza. La Direzione Generale accolse prontamente la richiesta che per altro tornava a proprio vantaggio, evitando quegli infortuni e quella stanchezza connessa alla mancanza di sonno. La Locanda divenne pertanto un refettorio-dormitorio, munito di un locale mensa e buffet, quattro locali con sei letti ciascuno e un locale per i servizi. È interessante osservare a questo proposito come esistesse una Cooperativa sociale apposita, la cosiddetta “Cooperativa per l’esercizio dei Refettori nel Porto di Trieste”.

La Locanda annovera un corpo rettangolare principale con due corpi laterali; il prospetto dominante presenta una parte centrale a due piani, con una porta d’ingresso in legno, con una parte superiore vetrata ad arco (sopraluce). Il pianoterra annovera un atrio, le sale da pranzo e infine la cucina. Salendo al primo piano vi erano originariamente tre ampie stanze e un locale di servizio. I corpi laterali sono leggermente arretrati, ciascuno con una pensilina di legno. Le finestre del pianterreno sono dotate di inferriate.
Un’eredità del periodo è la bella cornice di pietra che irrobustisce la porta d’ingresso; mentre al contrario la gigantesca veranda di ferro era assente nelle fotografie del 1990 e come tale è un portato successivo; secondo alcune persone che avevano lavorato in Porto è un’eredità di uno dei set cinematografici, poi rimasto quale “cornice” dell’edificio.  Oggigiorno le pensiline di legno sopravvivono – a stento – mentre il danno maggiore si è verificato col crollo del tetto, il quale ha accelerato la decadenza dell’edificio.
Come in tanti casi simili paradossalmente più si attende il recupero dell’edificio abbandonato, più crescono i costi per il suo riutilizzo; una strategia attendista doppiamente fallace. La locanda ha inoltre rischiato di venire danneggiata dall’incendio sviluppatosi nel vicino edificio ausiliario, le cui cause non sono mai state realmente chiarite. È evidente come la Locanda sia un “peso” per le istituzioni, nonostante i triestini abbiano una sincera simpatia per il piccolo, ma sfortunatissimo refettorio. La Locanda era stata oggetto negli ultimi anni di un progetto di recupero dell’architetto Barbara Fornasir, intitolato “(H)ALL = Accoglienza per tutti“. I piani prevedevano l’utilizzo di maestranze in divenire, le quali guidate da docenti e personale specializzato, si sarebbero “formate” proprio attraverso il recupero dell’edificio e dell’area circostante. La Locanda, restaurata con tecniche “green” e artigianali, sarebbe poi diventata un centro culturale, una “casa per gli artisti”. Non se ne combinò nulla, specie dopo la tragica scomparsa dell’architetto nel 2019. Oggigiorno la distruzione dell’ossatura generale operata dalla vite americana, così come la continua minaccia di nuovi incidenti, rende quanto mai urgente la messa in sicurezza della Locanda.

Fonti: Antonella Caroli, Punto Franco Vecchio. Tecnologie – sistemi costruttivi – opere professionali e normativa nel porto di Trieste, Trieste, La Mongolfiera, Italia Nostra, 1996
Antonella Caroli, Šeherzada Ahmetovic, I sogni di Barbara, Trieste, Luglio editore, 2020

[z.s.]