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domenica, 2 Ottobre 2022

Coronavirus, record di casi: scommesse vinte, speranze perse, si ripassa dal via

05.11.2021 – 08.31 – E dopo il 1 novembre, la vita normale si allontana di nuovo. Ci si è ripiegati, per mesi, nelle conferenze stampa e sulle prime pagine, su una comunicazione che ha fatto credere che la pandemia sarebbe finita non appena tutti si fossero vaccinati e che mancava poco – un pugno di iniezioni in più, quei pochi irriducibili, da isolare e allontanare socialmente a ogni costo se non avessero ceduto persino allontanandoli dal lavoro – e invece, semplicemente, non è così e non ne siamo sorpresi. L’Italia ha una delle percentuali di vaccinati più alte al mondo, il 72 per cento di noi ha fatto tutti e due i cicli (sopportando dolori, febbri e casi avversi), eppure i contagi, la settimana scorsa, sono saliti di oltre il 16 per cento: come mai? Il Friuli Venezia Giulia, a dire il vero, è purtroppo come copertura vaccinale nelle retrovie nazionali, e Trieste ancor peggio: colpa anche del contrasto sociale creatosi di recente, il quale deriva a sua volta sia da posizioni della politica locale che da una comunicazione fra cittadino e istituzioni non certo eccellente in una regione che tradizionalmente conta fra i suoi abitanti donne e uomini orgogliosi e liberi (gente spesso testarda, non c’è dubbio: ma la sete di libertà del friulano e del triestino non è di per sé qualcosa di cui essere orgogliosi? E non sarebbe meglio, a questa gente, parlare con chiarezza ancora maggiore)? Tutto è partito da qui (naturalmente no), e di nuovo: come mai?

Cercando qualche risposta fra chi di sanità ha esperienza vera, viene messa in luce una situazione nella quale l’esecuzione (oggi, di massa) dei tamponi rapidi o molecolari scelti al posto del vaccino fa emergere i soggetti positivi asintomatici (che c’erano anche prima, ma nessuno lo sapeva: il rifiuto del vaccino, paradossalmente, è utile in quanto aiuta a individuarli); se parliamo della nostra regione, il tracciamento dei casi fatto da Asugi, tradizionalmente ottimo e capillare, rintraccia con molta efficacia i contatti secondari delle persone risultate positive (e questi numeri vanno poi nella statistica generale). Che i tre giorni di ‘fronte del porto’, più che il resto dei cortei, abbiano contribuito alla crescita dei contagi ormai è un fatto accertato: troppe persone vicine per troppo tempo, sempre le stesse e sempre nello stesso luogo, e magari fra essi c’era qualcuno venuto da fuori, ed è accaduto. A questo, aggiungiamo la nuova variante del virus Sars-Cov-2, la cosiddetta Delta plus, del 15 per cento più contagiosa (non pericolosa) delle altre: isolata, nel nostro paese, proprio in Friuli Venezia Giulia, non è rimasta ferma e si è mossa sul territorio nazionale. Se parliamo di Trieste, dove la popolazione è anziana, la percentuale di anticorpi di chi si è fatto prima la vaccinazione ora cala, e così la capacità protettiva dei vaccini. E tutte queste cose messe assieme spiegano il picco di contagi.
La difficoltà per il governo nazionale e locale, ora, è invece spiegare – o almeno provare a farlo – a chi ha riposto fiducia nei vaccini sperimentali (si chiamino Pfizer, Moderna, Johnson and Johnson o come vogliamo) nonché nella promessa, mai completamente esplicita ma sottintesa e ripetuta molte volte (nonostante gli avvertimenti e il richiamo alla prudenza di scienziati e ricercatori, eccezion fatta per le viro-star della televisione) che tutto, raggiunta una certa soglia di copertura vaccinale, sarebbe finito a dicembre. Spiegare a queste persone, si diceva, che nulla finirà prima di altri sei mesi almeno (si parla già di estate 2022), e che i contagi nei prossimi giorni saliranno ancora e anche quest’anno non ci saranno le feste di Natale. Chi di epidemie e di ricerca se ne intende l’aveva detto a marzo: raggiungere l’immunità di gregge con il vaccino non sarebbe stato possibile, l’efficacia reale dei farmaci sperimentali va calcolata in un modo diverso, si doveva pensare agli antivirali e a una struttura di supporto sanitario rinforzata e pronta al terzo inverno d’epidemia. Nel 2020 il toccasana avrebbe dovuto essere la mascherina, e non lo è stata; e nel 2021 il vaccino, e certamente ha contribuito molto a combattere l’epidemia ma è finito per diventare un feticcio, e dire che la colpa del picco di nuovi contagi è solo dei non vaccinati è piuttosto miope perché fotografa solo una parte della scena reale identificando capri espiatori, e sposta l’attenzione dal resto, evidentemente molto più complesso e non ancora compreso.

Oggi è la Germania ad avere il record di casi di contagio Covid-19 e l’OMS mette in guarda parlando di un nuovo inverno caldo, con molti morti; sono sedici milioni i tedeschi che non si sono ancora vaccinati. Le terapie intensive della Germania, però, registrano un numero complessivo di casi tuttora più basso che in primavera, e di fronte a questo, e al fatto che gli antivirali iniziano a essere autorizzati (nel Regno Unito le prime approvazioni), il numero complessivo di tedeschi che chiede di ricevere i farmaci sperimentali resta inferiore agli obiettivi, anche se le dosi di vaccino (che restano inutilizzate e non vengono mandate ad esempio in Africa, dove ce ne sarebbe un gran bisogno) sono ampiamente disponibili e la comunicazione e disponibilità di servizi medici e sanitari eccellente. Più di tre milioni di tedeschi sopra i sessant’anni, in piena fascia a rischio quindi, non si sono ancora vaccinati; le regole (compresa quella per la verifica della certificazione sanitaria nei locali pubblici) ci sono ma vengono applicate poco, e c’è fra i cittadini un clima di stanchezza: si è arrivati a un altro dei punti che l’OMS aveva predetto già ad aprile 2020, ovvero che un eccesso di imposizioni e restrizioni avrebbe finito per portare la popolazione delle nazioni più colpite al rigetto delle norme di sicurezza e quindi al, di fatto, ignorarle, acuendo le tensioni sociali con il rischio di arrivare allo scontro e alla violenza. Messa da parte Trieste come focolaio di ribellione mondiale, l’aumento di contagi non è oggi un problema della sola Germania: l’ha già superata la Russia, poi c’è l’Ungheria, poi c’è la Croazia, poi c’è la Lituana che impone uno stato d’emergenza per tre mesi (prima di esclamare: “accidenti!” non dimentichiamoci che il nostro non è mai finito e non c’è ancora una data vera e propria di fine). Poi c’è l’Olanda in cui il governo ha annunciato la nuova imposizione delle mascherine (e torna il feticcio) e del distanziamento sociale. Spiegare che quello fra il 2021 e il 2022 sarà un nuovo inverno di chiusure e limitazioni, e presentare la vaccinazione della fascia d’età fra gli 11 e i 15 anni (ragazzi e ragazze che i rischi portati dal Covid-19 li osservano attraverso un telescopio vedendoli più distanti di Marte) come nuovo uovo di Colombo senza che questo faccia sorridere, è per il governo Draghi un problema molto serio. Altrettanto lo sarà far accettare ai nipoti che nonno o nonna restino ancora rinchiusi in una struttura dove risiedono ormai da ventiquattro mesi, con mezz’ora d’incontro ogni dieci giorni, ‘per proteggerli’, ‘per il loro bene’: una telefonata ogni tanto, e neanche quella, se nonna non riesce a usare bene il cellulare (il telefono fisso, da queste strutture, sembra scomparso come opzione; eppure mica costa più gran che, te lo regalano con Internet). L’inverno che sta per iniziare sarà ancora una volta un pacco lasciato in portineria, che verrà recapitato con calma; e che protezione è, una vita così: somiglia di più a un 41bis leggero. E il potenziamento della sanità? Qualcosa, in due anni di vite stravolte, è stato fatto; la gran parte però no, e non si sa semplicemente il perché. Ristrutturare seriamente è difficile, e ci vuole molta buona volontà; dirci di rimettere la mascherina è più semplice, ed è quindi qualcosa che possiamo, serenamente, aspettarci.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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