Uno squalo bianco nelle acque del Golfo. La storia di Carlotta

13.09.2021 – 10.20 – Un tempo, non molto lontano, il tratto di mare tra il golfo di Trieste e la Dalmazia era popolato da numerosi Carcharodon carcharias: i grandi squali bianchi.
Tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, vennero classificati Carcharodon rondoletti e volgarmente chiamati “Cagnizza”.
Si tratta dei più grandi pesci predatori del mondo, nuotavano in gran numero nelle nostre acque attratti dalle tonnare presenti. Al tempo c’erano quattordici tonnare attive sul litorale triestino e più di venti nel Quarnero.
La presenza di grandi banchi di tonni, che rimanevano intrappolati nelle reti da pesca e nelle baie, rappresentava un’attrazione per questi magnifici predatori.
Il primo aprile del 1872, i Governi Marittimi di Trieste e Fiume emisero un conferimento di premi per la cattura e l’uccisione dei “Cagnizza”, aprendo così una guerra tra l’uomo e questi formidabili pesci, rei di essere responsabili dei danni causati alle reti e al pescato.
Le autorità stabilirono di venti fiorini per le catture lunghe meno di un metro; trenta per esemplari da uno a quattro metri; e cento fiorini se lo squalo superava la misura di quattro metri. Nel caso di avvistamento di uno squalo oltre i quattro metri, veniva bandita un gara mirata alla sua cattura, che portava il premio a ben 500 fiorini.
Tra il 1872 e il 1890 furono eseguite ben 33 catture di squali ricompensate, mentre tra il 1890 e il 1909 le catture, accertate di Squalo Bianco, furono ben 22. In tutto, risultano più di trenta squali bianchi presi in 37 anni, in media quasi uno all’anno. E alcuni esemplari erano veramente enormi.

Il capitano Antonio Morin era nativo di Sansego; residente a Trieste, veniva soprannominato “Capitan Barbarossa” per la folta barba rossa che ne adornava il volto, conferendogli un aspetto di imperiosità. Era commissario navigante dell’Imperial-Regia Guardia di Finanza.
Il 29 maggio 1906, si trovava a bordo del piroscafo a elica chiamato “Quarnero”, costruito e varato a Muggia. Mentre solcava le acque dell’Adriatico tra l’Istria e Cherso (oggi Croazia), riuscì a catturare un grande squalo bianco. Le fasi della cattura in sé restano misteriose, ma ancora oggi, sul dorso dell’animale, si possono notare fori di pallottole di fucile.
Il corpo del grande squalo bianco, chiamato Carlotta da Morin, in onore di sua figlia, venne donato all’allora Civico Museo Ferdinando Massimiliano, dove venne imbalsamato interamente, tramite un ardito procedimento che durò molti giorni.
L’esemplare si rivelò essere una femmina adulta di Squalo Bianco, lunga ben 5 metri e 40 centimetri. Restò appesa per 104 anni al soffitto di una sala dell’allora Museo, sopravvivendo a due guerre mondiali e a cinque cambi di nazionalità.
Oggi, al Museo Civico di Storia Naturale di Trieste, vi è una sala interamente dedicata a Carlotta, il più grande squalo bianco conservato al mondo.

di Davide Stocovaz