Trieste intitola una piazzetta al sindaco Marcello Spaccini (1967-78)

11.09.2021 – 07.30 – Scelta curiosa, operata a livello toponomastico, quella di affratellare in due piccole piazze sede della movida triestina due personaggi cardine della storia di Trieste nel novecento: il sindaco Manlio Cecovini, la cui targa è stata svelata qualche mese addietro sopra il locale “Cemut”; e ora a stretto contatto, nello spiazzo adiacente alle antichità romane, il suo predecessore Marcello Spaccini contro il quale proprio la Lista per Trieste (LpT) di Cecovini si era scagliata a seguito della voragine politica creatasi con la firma del Trattato di Osimo.
La complessa eredità di Marcello Spaccini è stata rivisitata ieri, nell’occasione dello svelamento della targa: frutto di un lavoro congiunto tra i famigliari di Spaccini, il Comune di Trieste e il Progetto Giovani.

Nato a Roma il 31 luglio 1911, Spaccini si trasferì a Trieste per lavoro, dopo essere divenuto negli anni Trenta ispettore delle Ferrovie di Stato. Decorato durante il secondo conflitto mondiale, con due croci di guerra al merito, non esitò però a unirsi alla Resistenza, militando tra i ranghi dei partigiani cattolici. Proprio al comando della Brigata Ferrovieri della divisione triestina “Domenico Rossetti” compì un audace colpo di mano nelle carceri del Coroneo, liberando Don Edoardo Marzari. Nel secondo dopoguerra, dopo un periodo a Venezia, si iscrisse alla Democrazia Cristiana, divenendo consigliere comunale di Trieste dal 13 ottobre 1958.
La formazione di ingegnere e di ferroviere di Spaccini trovò poi conferma con una carriera lavorativa all’insegna delle infrastrutture pubbliche, tra cui spiccò l’incarico di consigliere d’amministrazione dell’Acegat tra il 1953-57. Un’esperienza che, assieme agli anni trascorsi con l’assessorato all’urbanistica, lo proiettò saldamente nel ruolo di sindaco dal 1967 al 1978, con un ruolo fortemente coinvolto nelle infrastrutture industriali. L’incubo di Trieste era allora il traffico veicolare, continuamente soggetto a ingorghi e code, che soffocavano la città. Fu Spaccini, grazie al giapponese Kenzo Tange, ad approntare il primo piano organico. Era l’inizio di quella grande viabilità senza la quale – e Spaccini e Cecovini ne erano egualmente consapevoli – Trieste sarebbe stata condannata all’isolamento e alla morte del suo porto, bloccato nel suo naturale fruire di merci dalla guerra fredda in corso.

Sempre nell’ambito della breve cerimonia, è stato anche inaugurato il muraleL’infinito nell’umiltà” (titolo ispirato dai versi di una poesia di Umberto Saba del 1912 che descrive Città Vecchia), realizzato da Gabriele Bonato, noto artista triestino che aveva già firmato quello dedicato a Nadia Toffa nel rione di Servola, nell’ambito del progetto di creatività urbana Chromopolis – La città del futuro.

[z.s.]