Linea X: ognuno ha la sua strada, ognuno ha il suo destino

19.09.2021 – 08.00 – Quella notte l’aria bruciava, facendo incollare il sudore sulla pelle, come se tutto il corpo fosse avvolto da una pellicola calda. Era aria proveniente dal Nord Africa, le avevano persino dato un nome a quell’ondata: Lucifero.
Si era in agosto e io stavo attraversando il rione di Roiano, diretto verso casa. Avevo appena salutato i miei amici, ero appena uscito dal pub “La penna bianca”, sito a pochi passi dalla piazzetta con la chiesa. Lo ammetto, barcollavo un po’ a causa dei fiumi di birra che mi ero scolato. Mi sentivo leggero, la mente serena, senza l’ombra di un solo pensiero.
Superai l’enorme edificio della ex Stock, con i mattoni che rifulgevano spettrali alla luce della luna.

Mi trovai in viale Miramare. Attesi paziente che la luce del semaforo diventasse verde. Guardai l’ora sul cellulare; erano le ventitré e trenta. Sarei riuscito a prendere l’ultimo autobus che mi avrebbe condotto in Piazza Goldoni.
La luce divenne verde, attraversai e mi misi in paziente attesa alla fermata del bus.
Il traffico, lungo la strada, era scorrevole in entrambe le direzioni e non c’era anima viva lungo i marciapiedi. Mi allentai il primo bottone della camicia. Il caldo era opprimente.

Non so quanto attesi, forse una manciata di minuti: vidi, spuntare da lontano, la sagoma inconfondibile di un autobus. Mi avvicinai alla strada, tesi il braccio.
Sembrava essere un autobus come tutti gli altri, eccetto per la scritta gialla in testa: LINEA X.
Non ne avevo mai sentito parlare.

Ritirai il braccio, sbuffando. Avrei dovuto prendere la lettera C, che collegava il rione di Barcola con Piazza Goldoni.
Con mia sorpresa, l’autobus si fermò comunque facendo gemere i freni. Le porte anteriori si spalancarono davanti a me. Notai subito la sagoma dell’autista oltre al vetro: aveva un fisico asciutto, la testa calva, delle braccia esili. Stranamente, indossava una t-shirt scura, non la classica maglietta della Trieste Trasporti.

Si girò a guardarmi, e con voce roca disse: “Tu puoi salire.”
“Mi scusi, ma… dov’è diretto?”, chiesi perplesso.
“In centro.”

Non so perché titubai qualche attimo. Era come se avvertissi qualcosa di strano nell’aria. Poi mi costrinsi a salire. Così, almeno, sarei arrivato prima a casa.
Compiuti alcuni passi a bordo del veicolo, la porta si serrò alle mie spalle. E il mezzo si staccò dal marciapiedi, ripartendo.

Una luce tenue, bluastra, rischiarava l’interno. Compresi subito che l’autobus era quasi deserto, eccetto per la presenza di tre persone: un signore di mezza età sedeva a lato finestrino, sulla destra; una donna, piuttosto anziana, se ne stava dalla parte opposta, sistemata a lato corridoio; sul fondo sedeva una ragazza dai capelli corvini e gli occhi azzurri.

L’uomo indossava degli occhiali da vista dalla montatura sottile; aveva corti capelli bruni, occhi stretti a fessura, un naso a patata e scrutava la strada che scorreva al di là del finestrino.

La signora anziana teneva lo sguardo basso; i suoi capelli grigi erano raccolti in uno chignon, i piccoli occhi, di un azzurro spento, stavano fissi sulle mani che teneva incrociate in grembo.

Le passai accanto, lanciando un’occhiata alla ragazza sul fondo: era snella, la carnagione quasi pallida; indossava un abito nero a V che le metteva in risalto i seni piccoli e le scopriva le gambe esili. Non poteva avere più di trent’anni.

Scivolai a destra, prendendo posto sul sedile vicino al corridoio. Uno strano senso di inquietudine iniziò a muoversi dentro di me. Non saprei spiegarlo in maniera chiara: era come se percepissi una strana atmosfera avvolgere l’intero veicolo. E la sentivo gravare sui miei sensi, come una nube oscura nel cervello.
Sbuffai, cercando di allontanare da me quella sensazione.

Girai il capo verso il finestrino, e l’inquietudine si acuì: non vedevo nulla. Dove avrebbero dovuto esserci le luci dei lampioni, scorci brevi di qualche palazzo, qualche passante, o i fari degli scooter e delle automobili di passaggio, non c’era niente: solo tenebra fitta, che si sommava ad altra tenebra.

L’autobus, tutto, venne scosso da un tremito, un rollio.
Mi guardai attorno, inebetito.

Gli altri passeggeri se ne stavano tranquilli. Nessuno si muoveva, restavano fissi nelle loro posizioni: l’uomo con lo sguardo rivolto all’esterno; l’anziana col capo chino; la ragazza con le gambe accavallate.

Notai anche che il bus era sprovvisto di campanelli.

Sprofondai in un certo disagio. Oltre al finestrino, il buio totale mi spinse ad alzarmi di scatto. Mi girai a guardare la ragazza. I nostri sguardi si incrociarono per qualche istante. Sembrava tranquilla, anche se il suo volto esprimeva un senso di rassegnazione.

Con movenze lente, mi avvicinai a lei.
“Scusa ma… questo bus porta in centro città, vero?”, le chiesi.
“La direzione è quella giusta”, pronunciò in un filo di voce.

A quel punto mi sentii come avvolto da una strana trance. La ragazza scostò lo sguardo da me, trasse un lungo sospiro.
Un altro rollio. Dovetti afferrare un palo e stringerlo con tutta la mia forza per restare in piedi.
Con la coda dell’occhio, notai la signora anziana animarsi. Si alzò piano dal sedile. A passi lenti e incerti si portò all’altezza della porta centrale. Lì rimase immobile, in attesa. Lo sguardo sempre basso, perduto nei suoi pensieri.

Sentii l’autobus rallentare la sua corsa, fino a fermarsi del tutto. Le porte si spalancarono e la signora scese piano dal mezzo.
Mi avvicinai al finestrino laterale, per cercare di capire in quale punto della città ci trovassimo. Ma quella tenebra densa avvolgeva ogni cosa. Vidi la sagoma della signora avanzare lungo il marciapiedi, si girò dandomi le spalle. Fece un passo in avanti e svanì inghiottita dal buio.

Le porte si chiusero di scatto, facendomi trasalire. L’autobus ripartì.
Ma dove mi trovavo? Qual era la direzione presa dal veicolo?

Avvertii il cuore aumentare le pulsazioni. Sollevai il cellulare per vedere che ora fosse. Non avevo più campo. E l’ora era rimasta fissa alle ventitré e trenta.
Non era possibile.

Incredulo, sbattei le palpebre, guardandomi attorno. Notai un movimento alla mia sinistra. La ragazza si stava alzando, reggendosi ai pali del mezzo. Mi si fece incontro, mi superò abbassando lo sguardo; mi scostai per lasciarla passare, guardandola poi fermarsi al centro del bus.

Anche lo strano autista doveva averla vista, da qualche specchietto, perché inizio a rallentare.
Lei guardava davanti a sé, mentre quel velo di rassegnazione trapelò ancora di più sul suo volto.

Dopo qualche minuto, l’autobus si fermò e la porta centrale si aprì. Vidi la ragazza sospirare. Poi muovere dei passi lenti verso l’uscita.
Guardai oltre il finestrino e notai una massa oscura e informe in movimento. Sembrava essere il mare; un mare nero come la notte, con poche increspature sulla superficie. Davvero poteva essere una porzione di Golfo? E poi, stavamo tornando indietro verso Barcola? Quell’autobus non era diretto verso il centro città?

Questa domande vennero spazzate via da quanto vidi subito dopo. La ragazza aveva abbassato il capo, si era avvicinata alla marea scura. Trattenni il respiro.
Senza un attimo di esitazione, vidi la sua sagoma fondersi con quell’ondeggiare scuro: prima le gambe esili, i fianchi, poi il torso. E non sembrava intenzionata a fermarsi.

Una scarica elettrica avvampò nel mio corpo. Mi lanciai verso la porta centrale con l’intento di fermarla, di portarla alla ragione. Ma le porte si chiusero di colpo, sbattendomi quasi in faccia. L’autobus ripartì rapido, senza darmi il tempo di reagire. E quando allungai il collo per vedere meglio, lei era svanita nel nulla, in quella massa che continuava a gonfiarsi e sgonfiarsi.

Allibito oltre ogni limite, scattai verso l’uomo di mezza età; sembrava ignaro del tutto, guardava fuori dal finestrino con sguardo assente.
“Ma che diavolo sta succedendo? Dove siamo diretti?”, esclamai alterato.
L’uomo parve non sentirmi, non si mosse, né fece alcun cenno di ascolto. Allora, gli battei la spalla.
“Calmo. Ognuno ha la sua strada. Ognuno ha il suo destino”, brontolò, senza degnarmi di uno sguardo.

Guardai la sua nuca in modo stralunato. Iniziai a sudare freddo. La mente prese a vorticarmi. Un senso di nausea profonda mi attanagliò le viscere.

In quel mentre, l’uomo si alzò. Mi superò rapido, senza guardarmi: era come se non mi avesse mai visto né sentito.
Si fermò alla porta centrale. Anche questa volta, il bus rallentò. Notai fili di nebbia, come ragnatele in movimento, alzarsi all’esterno. Poi, apparve la sagoma di un enorme edificio abbandonato, più grande del complesso della Stock. Sembrava che una metà fosse crollata e da quelle macerie si alzava il velo di nebbia che scivolava nell’aria.

Le porte si spalancarono. E l’uomo scese dal bus, avviandosi verso la costruzione. La nebbia avviluppò il suo corpo. Le porte si chiusero all’istante. Il bus ripartì, mentre il tizio svaniva dietro un’enorme colonna di cemento.

Presto, la nebbia si diradò, lasciando spazio al buio pesto di prima.
Crollai su un sedile. Ero esausto. Una certa spossatezza aveva invaso il mio corpo. Non riuscivo a capacitarmi di cosa stesse accadendo. Ero rimasto il solo passeggero dell’autobus. E quale sarebbe mai stata la mia fermata?

Non so dire quanto tempo rimasi bloccato lì, in uno stato di trance. Ma, dopo una serie di brividi e sussulti, il motore si spense e iniziò subito il ticchettio del raffreddamento.

L’autista rimase seduto al posto di guida, immobile: potevo vedergli, nella penombra, solo le spalle e la nuca pelata. Mi chiesi come sarebbe stata la sua faccia, e un brivido gelido mi corse lungo la schiena. Poi, mi accorsi che riuscivo a vederla, sia pure confusamente, riflessa nel parabrezza: il biancheggiare tenue di una fronte e un naso, che sottolineava le nere, indistinte pozze degli occhi.

Non mi azzardai a rivolgerli la parola. Ma dopo qualche tempo, il silenzio si fece intollerabile.
“Non… non voglio scendere qui”, dissi con voce tremante.
“Tu non devi scendere. Solo i morti possono tornare indietro. E quelli che vogliono tornare indietro stanno cominciando a morire anche loro.”
“Ma… chi è lei?”
“Il mio nome non ha importanza. Ciò che conta è cosa sei disposto a fare tu.”
“Io… voglio solo tornare a casa.”
“Sei disposto ad accettare il tuo destino, buono o cattivo che sia?”
Respirai a lungo.
“Sì, lo accetto.”

“Allora puoi scendere. Ma fa attenzione: trattieni il respiro mentre lo fai. Stai per attraversare un varco temporale. Possono sembrare pochi centimetri, ma è il più vasto baratro dell’universo.”
Annuii piano.

La porta centrale si spalancò, come le fauci di un essere senza tempo o le ante di una bara. Mi avvicinai. Trassi un respiro profondo, trattenni l’aria nei polmoni. Davanti a me, solo un muro di tenebra.
Mi lasciai cadere fuori dall’autobus. Non respirai. La tenebra mi avvolse nel suo abbraccio gelido. Non vidi nulla. Non sentii nulla. Era come se fossi stato una molecola di ossigeno vittima della Bora più decisa.
Dopo un tempo interminabile, nel quale mi sembrò di galleggiare nel buio, venni avvolto da un piacevole torpore. Chiusi gli occhi, e in qualche modo mi addormentai: un sonno profondo, letargico; un sonno di morte.

Quando riaprii gli occhi, sussultai. Mi guardai attorno, con occhi sgranati, come se avessi vissuto un incubo. Mi trovavo in viale Miramare, seduto alla fermata dell’autobus.
Trassi subito il cellulare dalla tasca dei pantaloni. Lanciai un’occhiata all’ora: le quattro e venti.
Mi guardai in giro, trasognato.

Cos’era successo? Era stato frutto della mia immaginazione? Possibile che mi fossi addormentato lì e avessi sognato tutto?

Ora, a distanza di tempo, ripenso a quell’accaduto e non mi sembra vero di averlo vissuto realmente. Ma se qualcuno dovesse imbattersi nella linea X, prego davvero che non salga a bordo.

di Davide Stocovaz