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lunedì, 3 Ottobre 2022

Alla scoperta di Antonio: chi era il dinosauro “triestino”?

10.09.2021 – 07.00 – Tethyshadros insularis. Questo il nome del genere di dinosauro ornitopode adrosauroide vissuto circa 71 milioni di anni fa nel Cretaceo Superiore, nella località fossilifera del Villaggio del Pescatore, vicino a Trieste, ribattezzato affettuosamente Antonio.
Questo nome significa letteralmente “adrosauro della Tetide”, l’antico mare in cui si trovavano le isole sub-tropicali in cui viveva l’animale, infatti insularis si riferisce al termine “insulare” o “dell’isola” in latino.
Con un’altezza di 1,30 metri e una lunghezza di circa 4 metri, un peso di 350 kg, si tratta del più completo dinosauro di dimensioni medio-grandi mai rinvenuto in Europa dal 1878.
Il cranio è relativamente lungo, provvisto di un curioso becco dotato di numerose punte che sporgono in avanti, diverso da quello di qualunque altro ornitopode; gli arti anteriori possiedono “mani” con tre dita, invece che quattro come nei tipici adrosauri, la cui mobilità era molto ridotta: le gambe, gli arti posteriori, sono molto allungati e la tibia risulta più lunga rispetto al femore. Anche la coda è notevolmente diversa da quella degli adrosauri tipici, e termina in una sorta di frusta. Queste proporzioni, insieme con una riduzione del numero di dita, sono stati interpretati come adattamenti per la corsa bipede.

Il fossile è stato scoperto il 25 aprile 1994, da Tiziana Brazzatti, proprio nelle aree circostanti il Villaggio del Pescatore. In quella data, giornata di festa nazionale, la donna si trovava in zona; armata di martello, bussola, lente e quaderno da campo per scrivere appunti sugli affioramenti rocciosi. Aveva constatato, pochi giorni prima, che alcuni strati rocciosi calcarei nell’area dietro la cava subivano un cambiamento nella loro direzione, segnale di un disturbo tettonico, una faglia, e voleva verificare questa ipotesi. Si trovò così davanti a un boschetto intricato e colmo di rovi. Vi si addentrò per la prima volta, avanzando a carponi. Trovò segni di scavi precedenti. Tiziana Brazzatti sapeva che in zona avevano rinvenuto delle ossa di un presunto dinosauro, c’erano stati già parecchi paleontologi a perlustrarla. Perciò si allontanò alla ricerca di una roccia integra. Dopo un po’, misurando la posizione spaziale di un altro affioramento calcareo, si accorse che c’era qualcos’altro sulla superficie: l’arto di un rettile.

Oggi, Antonio è stato spostato dalla zona del ritrovamento al Museo di Storia Naturale di Trieste, che gli ha dedicato una sala apposita, in cui sono presenti moltissimi altri fossili provenienti dallo stesso sito.

I fossili, come lo scheletro di Antonio, oltre ad avere un enorme valore scientifico, sono come dei fari nel tempo: ci fanno intravedere dei mondi lontani, che ci riconducono alle soglie della comparsa della vita sulla Terra. Ma, soprattutto, ci spingono a ridurre il nostro ego di piccoli uomini, contemplando un universo molto più immenso, composto di tempo e spazio.

di Davide Stocovaz 

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