Trieste e il G20 che non c’è: paradossi spazio-temporali in Porto Vecchio

06.08.2021 – 14.46 – Il G20 di Trieste. Per quanto evento eccezionale e unico nella storia della città, rientra pienamente nel trend degli ultimi anni, volto a svuotare di significato il contenuto, pur di evitarne ogni ripercussione. Lo ha analizzato il filosofo Slavoj Zizek con riferimento alla cultura Pop: si beve caffè senza caffeina, birra senza alcool, panna senza grassi. Si conducono guerre “senza vittime” (Colin Powell), si fa sesso ma solo virtualmente o comunque mediati da Internet, si guardano film horror ma senza spaventarsi, eccetera, eccetera. Non sorprende allora che il G20 di Trieste, incentrato sulla scienza e il digitale, si sia svolto senza che la città fosse presente, senza che di scienza si discutesse con gli scienziati e senza che la kermesse fosse digitalmente fruibile.

Il G20, va da sé, rappresenta un evento delicato sotto il profilo dell’ordine pubblico. È pertanto logico che si preferisca un luogo isolato che sfugga all’attenzione dei cittadini e di eventuali agitatori. La scelta naturale pertanto è sembrata essere quella del trasferimento nel Porto Vecchio; una zona purtroppo ancora isolata, ancora spopolata, all’interno di un Centro Congressi (TCC) appositamente destinato ad eventi simili. Eppure concettualmente qui è stato realizzato il primo paradosso: perché il Porto Vecchio rimane, nella coscienza dei cittadini, un “Punto Franco”. Una zona che non è solo separata dalla città, ma fino a pochi anni addietro a tutti gli effetti non ne era parte, rappresentando una zona interdetta. Il G20 pertanto era a Trieste, ma deriddianamente al contempo non lo era: era dentro la città, ma paradossalmente ne era fuori. Quest’estraniamento ha trovato una logica prosecuzione nel ruolo scelto per Trieste nel suo insieme, la quale si è prestata a un’operazione teatrale. Nuovamente, ogni G20 utilizza la città ospite quale scenografica parete di fondo per le proprie decisioni, facendo leva sulle suggestioni architettoniche e monumentali (il Colosseo di Roma, ad esempio), tuttavia nel caso triestino gli eventi e le scelte compiute sembrano indirizzate a svuotare la città di significato: con l’eccezione di una serata a Miramare (poi saltata a causa del meteo), di un incontro in Piazza Unità a piazza blindata e di una visita (nel Carso) al Sincrotrone, Trieste è parsa evanescente, ora più che mai un teatro senza retroscena, un panorama di carta. Se vogliamo, per un attore ancora in crisi di identità come Trieste, è un po’ come dimenticare le battute dello spettacolo.

La sensazione netta di totale estraneità è proseguita per la stampa accreditata a visitare il Trieste Convention Center. Le molteplici barriere – comunicative, legali e sanitarie – sembravano sottintendere un continuo gioco di mascher(in)e. Inviati i documenti necessari, si è aggiunto, nascosto nel Media Handbook degli organizzatori, l’obbligo di un tampone negativo, vaccino inoculato o meno (non un caso unico). Ma l’ingresso nel TCC, a sua volta, ha rivelato che il tampone serviva per un Media Convention Center in realtà grigia postazione informatica, denudata all’osso: qualche aggancio all’alimentazione elettrica per il portatile, l’immancabile plexiglass (la barriera, nuovamente: trasparente e dunque c’è e non c’è), gli steward perplessi. Ci si accomoda, si accende il pc, si fissano gli schermi: il G20 dovrebbe iniziare a momenti, sono ormai passate le 9.30. Gli steward fanno spallucce: “Sì, c’è qualche problema, sono in ritardo”, ammettono. Dopo mezz’ora durante la quale né gli schermi, né il Media Center presenta segni di vita, una nuova ammissione: “Eh, guardi, proprio non lo so”. Intanto, problemi con la rete Wifi. Una responsabile di alto livello risponde che il G20 è a porte chiuse: i delegati, certo, sono già arrivati (“Ma che domanda”)? Non può certo vedere la riunione, sarebbe assurdo. Va bene, si replica, ma se avete degli schermi e delle poltroncine, è lecito poter vedere qualcosa; l’arrivo delle delegazioni, le cerimonie di apertura, addirittura qualche momento saliente. La sensazione di estraniamento è nuovamente totale, quando si riflette che la riunione in corso è a meno di cento metri, appena al di là del corridoio di vetro che connette i due restaurati, ma spogli, magazzini.
La geografia isocronica è basata sul connettere i luoghi non a livello di spazio, ma di tempo; ovvero, meno ne serve per raggiungere un luogo, più quello spazio è vicino. Si tratta di una geografia, se vogliamo, “temporale” che pone l’enfasi sul connettere puntini su una mappa. Ad esempio, seguendo questo ragionamento, gli aeroporti di Shangai e New York, di Tokyo e Parigi sono paradossalmente molto più vicini di tante cittadine di provincia raggiungibili dopo ore e ore di pullman o bus (e per questo c’è chi crede che Città del Capo sia distante da Trieste circa quattro volte più di Helsinki, anziché 13mila chilometri). Oggigiorno si ritiene che se la geografia isocronica fosse stata applicata all’inizio della pandemia Covid, forse la diffusione non sarebbe stata tanto endemica e pervasiva. Non era questa, dopotutto, anche la situazione del G20? Il Media center era vicinissimo nello spazio, ma temporalmente avrebbe potuto essere a Timbuctù.

Seguendo questo filo logico dell’estraneità, non sorprende che il G20 incentrato sulla scienza e il digitale abbia coinvolto poco il mondo scientifico locale, nonostante proprio la nomina di Trieste quale capitale europea della scienza avesse giocato un ruolo chiave nella scelta. Trieste scientifica, certo; ma senza che gli scienziati giuliani, con poche eccezioni anche se notevoli (la dimostrazione di comunicazione quantistica avvenuta il primo giorno ha messo in chiaro gli aspetti geopolitici, con il riferimento agli attacchi hacker e alla Cybersicurezza) venissero invitati. L’Ansa ha riportato a questo proposito l’opinione del presidente della Fondazione internazionale Trieste (FIT) Stefano Fantoni, secondo cui il “mondo della scienza in città non è stato coinvolto nel G20 digitale”. “I lavori sono ovviamente politici, vi partecipano diplomatici”, ha interloquito Fantoni, “ma ci aspettavamo di essere interpellati sui temi o su alcuni aspetti”. D’altronde è impossibile che un diplomatico conosca a fondo tutte le branche della scienza; “cosa ne sanno i diplomatici della ricerca sulle staminali o su altri argomenti analoghi?” Un’occasione persa, perché “il G20 poteva essere opportunità anche di eventi a latere per sfruttare la presenza qui di tanti esponenti, un’occasione che forse non capiterà più”. Un G20 sulla scienza, ma senza scienziati.

Uno degli argomenti cardine del G20 è stato il digitale; la pandemia ha svelato che il digitale consente di fare a distanza molte più attività umane di quanto fosse ipotizzabile. Eppure proprio la digitalizzazione è sembrata mancare nella comunicazione esterna. Praticamente assenti i comunicati stampa dei Ministeri, quantomeno per le piccole testate; le novità sono giunte principalmente tramite i profili Twitter e il canale YouTube; predominava la sensazione di far fatica a trovare notizie sulle quali informarsi, ragionare e scrivere. Gli stessi annunci sul digitale pervenuti alla stampa rientravano nei trend già in corso: l’agenzia per la cybersicurezza, la mega nuvola digitale Made in Italy, l’enfasi sull’estendere la rete Internet alle aree svantaggiate. Vittorio Colao, ad esempio, ha paragonato la proposta di un’identità digitale unica tra i paesi del G20 paragonandola a un passaporto; ma non è piuttosto l’esatto opposto di ciò? Quanto si desidera è un passaporto digitale, un analogico trasporto nel digitale senza che se ne recuperi il potenziale rivoluzionario. D’altronde la stessa transizione al digitale della burocrazia italiana ha da tempo dimostrato che se è facile cambiare il software (dalla carta al digitale), l’hardware (la mentalità burocratica) rimane persistente e molto poco si è semplificato (tagliando fuori, o meglio mettendola in mano ad altri, un’intera generazione più anziana, alla quale i QR code sullo Smartphone non sono d’aiuto). Si giunge così una carta digitalizzata, a un G20 analogico.

[z.s.]