Migranti, dalla Rotta Balcanica un quarto in più rispetto al 2020 e più paura

05.08.2021 – 09.11 – “L’Italia non respinge”. La dichiarazione, fatta con voce incredula, dal giovane pakistano mentre viene accompagnato dai militari verso il mezzo che lo condurrà in un temporaneo luogo di soggiorno e poi all’autobus che lo riporterà a una stazione di polizia oltre il confine sloveno, viene riportata dai media e segna ancora una volta, drammaticamente, il confine fra percezione e realtà; è il testimone vero di quel traffico di esseri umani che, da più di dieci anni, non si è mai arrestato. Il tema migranti, messo ora in secondo piano dal Green Pass e dalla campagna per l’elezione del Sindaco appena iniziata, è un confronto che vede Trieste campo di battaglia fra le associazioni non governative (che accusano i pubblici ministeri di non tutelare adeguatamente i diritti di chi cerca asilo, compresi quelli di minore età: è proprio riguardo a loro che ‘Save the children’ ha lanciato in giugno l’allarme) e le cittadinanze, che chiedono ancor maggiore sicurezza e interventi di respingimento.

Segnalano, i cittadini assieme ai sindacati delle Forze dell’ordine, che a Trieste i gruppi numerosi di migranti provenienti dalla rotta balcanica, anche oltre cento al giorno (solo contando quelli che alla fine in un modo o nell’altro vengono o visti, o fermati) non possono più essere accolti, perché il flusso da lieve ma sistematico negli anni è diventato un fiume; e anche se poi molti non restano e se ne vanno via, poco cambia nel quadro generale. “I governi, tutti, non hanno fatto e non stanno facendo niente”.
Le organizzazioni non governative (alle quali si sono uniti il Garante per l’Infanzia e Amnesty International fra gli altri) hanno accusato nel febbraio 2021 i procuratori triestini di aver “fallito nel compito di identificare correttamente l’età dei migranti“, e di aver consentito un “trattamento discriminatorio al confine”. Identificare l’età di un migrante, spessissimo falsificata all’origine. C’è chi in cambio di una consistente fetta di denaro insegna, già ben prima che gli ‘oggetti’ (perché a questo, spersonificati, sono ridotti uomini, donne e bambini: oggetti del traffico umano perpetrato ai loro danni) arrivino al confine con l’Italia, a mentire. Un vero e proprio training destinato al candidato immigrato irregolare. C’è chi gli dà gli abiti più adatti per dar meno nell’occhio (gli altri abiti rimangono per strada), un po’ di denaro e spesso un telefono cellulare; lo scopo è oltrepassare quelle maglie di controllo che secondo alcuni si sono ristrette persino troppo “con la scusa del Coronavirus”, e che per altri sono ancora enormemente larghe; ancora una volta in mezzo a quelle maglie ci sono degli oggetti, che prima erano esseri umani e ora sono visti come voci in un catalogo su cui aggiungere un’etichetta col prezzo.

Il punto della discussione è quell’accordo del 1996 fra Italia e Slovenia mai ratificato dal Parlamento italiano su cui si basano proprio le procedure di riammissione, ritenute il 18 gennaio 2021 illegittime dal tribunale di Roma: procedure che prevengono di fatto l’asilo a un’eventuale migrante che ne avesse realmente diritto (la grandissima maggioranza di essi migra per motivi economici consistenti; chi scappa dalla guerra però c’è). E se si ritorna nei Balcani, respinti dall’Italia e respinti poi dalla Slovenia, per finire in qualche sacca di territorio meno sotto ai riflettori (ad esempio fra la Bosnia e la Serbia), il rischio di violenza e di violazione dei diritti umani c’è, non è un espediente narrativo per farci affezionare ai protagonisti. Gli incidenti legati al tentativo di controllare un fiume umano proveniente ora dal Medio Oriente e dall’Asia Centrale, e utilizzato come arma strategica contro l’Unione Europea, sono continui; e il Covid-19, che fra i migranti c’è (e sicuramente chi passa non ha fatto un tampone), ha solo esacerbato la situazione, aggiungendo la componente della tragedia sanitaria a quella umanitaria: i morti per Covid fra i migranti certamente non rientrano nel grafico che i quotidiani pubblicano ogni giorno. Quanti migranti? Dopo una stasi nella prima parte della pandemia, sono nuovamente, e rapidamente, cresciuti; i campi prima della Macedonia e poi della Bosnia nord occidentale, quasi al confine con la Croazia, sono di nuovo pieni – migliaia di nuovi arrivi nelle recenti settimane – a dispetto delle dichiarazioni di chiusura dei confini da parte dei paesi lungo la rotta. I migranti fermati e trovati senza documenti sul confine fra Croazia e Slovenia sono dozzine al giorno, e anche in questo caso si contano solo quelli intercettati. Da quei campi, i migranti prendono poi la strada per Trieste e Gorizia, punti di passaggio ormai prediletti rispetto ad un’Ungheria a loro chiusa nelle parole e nei fatti. Non tranquillizza le cittadinanze dei luoghi che si trovano lungo il percorso il fatto che gli episodi di violenza siano in aumento; non in numero tale da costituire vero allarme (mentre così non è nei paesi dei Balcani attraversati, dove i morti non mancano e si muore ogni giorno), ma comunque preoccupanti: chi cammina verso quella che crede essere una terra promessa è diventato più aggressivo, molto meno disposto a cercare di integrarsi rispetto a prima. Vuoi, forse, perché l’Europa oggi non è affatto una terra promessa (i bei tempi dei primi anni 2000 se ne sono andati), vuoi perché i trafficanti di uomini cercano di spremere sempre di più ciò che resta prima che lo scenario internazionale cambi ancora; e l’inverno trascorso in Bosnia è stato gelido e fatto di stenti. Vuoi anche perché l’attività di respingimento è aumentata, vuoi perché molti si spostano ora in clan e le rivalità etniche e le differenze culturali esplodono e ne sa qualcosa di più Monfalcone rispetto a Trieste anche se le liti in città in cui spuntano armi neppure qui mancano. Insicurezza percepita più che concreta, però questo non ne sminuisce l’importanza.

La sinistra politica denuncia un picco di respingimenti del 2020 in gran parte illegale; la destra sottolinea come essi vengano eseguiti in maniera lecita e ancora del tutto insufficiente a contrastare un fenomeno che il nostro paese non può sopportare. Sono respingimenti più severi, in parte proprio per il rischio Coronavirus ma più in generale in linea con l’indurimento della politica di tutta l’Unione Europea nei confronti del fenomeno migratorio; da qui l’aumento della presenza territoriale di Forze dell’ordine ed Esercito attorno a Trieste e su tutto il confine nordorientale: per il Ministero dell’Interno, i numeri parlano di 1300 migranti respinti in Slovenia nel 2020 contro i 250 del 2019, frutto del lavoro quotidiano degli agenti e dei militari, e degli accordi bilaterali. Un numero che sembra grande ma, confrontato agli ingressi giornalieri, non lo è, e che di fronte a un sasso messo nella scarpa da una sentenza che nella sua etica è giusta ma distante dalla vita di ogni giorno può diventare simbolo di un lavoro vano: è l’eterno dilemma fra etica e politica, con la magistratura in mezzo. E assieme all’Italia e alla Slovenia, per il confine orientale fra Europa e Balcani è stata messa sotto accusa anche la Croazia, a causa di pratiche definite “tortuose”: per le organizzazioni non governative Italia e Croazia sarebbero complici nella violazione dei diritti umani, accusa respinta con decisione dalle amministrazioni, eppure la sentenza del giudice Silvia Albano ha come motivazione il fatto che le azioni del Governo italiano sono state fatte nella consapevolezza del trattamento inumano e degradante che i migranti respinti a Trieste riceverebbero in Bosnia, nazione non sottoposta alle direttive UE sui migranti stessi.
Dal Pakistan si va in Iran, poi in Turchia. Poi in Bulgaria, in Grecia e in Macedonia. Poi in Bosnia; da lì, se non vince il freddo, si va in Croazia, poi si cammina verso la Slovenia, e poi scendendo dalla Grande Viabilità finalmente ci si può sedere in Piazza della Libertà con la speranza di poter raggiungere altre nazioni europee, se l’incubo non diventa poi quello dell’autobus che torna verso il valico sloveno o di un CPR (dove bene di certo non si starà e anzi). Una speranza fatta di tanta, tanta sofferenza; una sofferenza alimentata da tanta, tanta cupidigia, resa ancora più forte da chi la sfrutta secondo logiche di profitto ormai perfettamente note sulle quali una politica ha chiuso un occhio. Oggi più che mai, non si può più. Ieri, anche per chi migrava e per i cittadini che accoglievano, era diverso; l’oggi è colpa anche di ieri, di scelte internazionali dove poco l’Italia ha contato, ma rimane il momento in cui fare qualcosa qui è necessario.

[r.s.]