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domenica, 25 Settembre 2022

Quale lavoro nel futuro? D’Agostino: “Serve un cambio di paradigma”

14.07.2021 – 07.00 – Quale sarà il lavoro del futuro, nel quadro del nazionale Pnrr e dell’europeo Green New Deal? Un interrogativo a cui istituzioni e aziende tentano di rispondere da diverso tempo, ipotizzando una fragile normalità post Covid; ci ha provato la Regione Friuli Venezia Giulia; ora tocca al CIDA FVG, la Confederazione Sindacale che riunisce le principali costole produttive del nord-est. Nell’occasione si è delineato il progetto “Come prepararsi alle nuove professioni del futuro – Agenda 2030“, volto a fornire una mappa letteralmente work in progress del decennio a venire, con una speciale enfasi sulla formazione, il re-inserimento lavorativo e il reskilling & upskilling. In quest’ambito il porto di Trieste, che sarà tra i diretti beneficiari degli investimenti governativi, era anch’esso presente con il Presidente dell’Authority Zeno D’Agostino. L’intervento di D’Agostino è partito dallo scalo giuliano, ma ha rapidamente abbracciato i cambiamenti socio-lavorativi in atto nel biennio Covid verso cui appare necessario un ripensamento che vada al di là degli slogan e delle idee sparse.

La necessità di un cambio di paradigma

Infatti, secondo D’Agostino, attualmente si è concentrati su una “sostenibilità” che dev’essere “competitiva”, ma pur sempre all’interno di un ambito specifico.
Ad esempio, spiega d’Agostino, “come porto dobbiamo essere più green e più competitivi; e quindi si lavora sul fronte della sostenibilità ambientale, economica e sociale; aspetto quest’ultimo che ci distingue rispetto a tanti altri porti, non solo a livello nazionale, quanto continentale.”
Ciò però rappresenta un limite, perchè “significa continuare ad assolvere un ruolo che è quello tradizionale degli scali. Il porto, da migliaia di anni, svolge il suo solito compito: un luogo sul mare dove si caricano/scaricano merci dalle imbarcazioni. Una nave arriva in un luogo e sbarca o imbarca merci o persone; dai tempi dei fenici e degli egiziani, questo è il paradigma.
Ci si può aggiungere la sostenibilità, la tecnologia, il digitale, ma il ruolo rimane identico“.

Occorrerebbe invece ripensare questo paradigma, cambiare radicalmente prospettiva; un turning point permesso dall’emergenza Covid-19 che ha distolto le imprese italiane dall’ordinario, favorendo invece lo straordinario, con un cambiamento nella gestione del tempo. Gli italiani, nell’ultimo biennio, hanno dimostrato di saper gestire le emergenze senza quelle pianificazioni e quelle strategie di lunga durata che richiedono invece altri paesi.

Il porto come “luogo sul mare”

Ritornando a Trieste, “Tutto ciò si traduce nella necessità di cambiare il paradigma di riferimento della portualità: il porto non è più solo un luogo di arrivo o partenza, ma un luogo aperto sul mare con tutte le possibilità che ne conseguono”.
Un ripensamento che ha conseguenze anche nel lavoro, perchè “apre nuove prospettive professionali. Sul mare, potrebbe sembrare paradossale, si possono fare tante cose anche senza la presenza delle navi“.
D’Agostino ha citato ad esempio la produzione in Porto Franco e i test in Porto Vecchio dei droni della Saipem, così come lo studio, l’analisi e la produzione delle alghe nel Canale Industriale. Esempi di attività “portuali”, permessi solo e soltanto dalla presenza del mare, ma dove non c’è il ruolo trasportistico, navale.
In questo modo, sul fronte della competitività, “ciò ci permette di uscire dallo stress che ne consegue dal lavorare all’interno di un paradigma condiviso da tutti gli attori sul mercato; se invece si ripensa il proprio settore in maniera diversa si aprono anche importanti spazi d’innovazione”.

Il porto e la città

In quest’ambito il Porto di Trieste non ha trascurato l’elemento culturale, inaugurando nell’ultimo biennio una serie di attività collaterali, con video e conferenze, volte a rinsaldare il ruolo del porto non solo come luogo di scarico delle merci, ma come fucina (anche) d’idee. Secondo D’Agostino “Senza scienza e cultura non si fa economia. Uno degli elementi maggiormente negativi della globalizzazione è stato proprio l’andare a cercare l’investimento in territori diversi dal proprio, considerando il solo elemento economico e non quello cognitivo”.

Uno sbaglio tanto più grave in Italia, “dove la base dell’industria e dell’economia si fonda proprio sulla cultura locale”.  Scegliendo di “andare a integrarsi con catene globali che non avevano bisogno di questo genere di cultura” l’Italia ha compiuto “una sorta di suicidio cognitivo. Si è rinunciato alla qualità di un Made in Italy che era possibile solo grazie alle competenze cognitive di uno specifico territorio”. Si è preferito invece delocalizzare, concentrandosi sulla pura competitività.

In quest’ambito, secondo D’Agostino, il legame tra città e porto rimane fondante, con la necessità di una comunità coi propri valori e una propria cultura. Infatti, seppure con i difetti “fisici” di uno scalo, “il porto in città è la sua configurazione naturale“.
Se consideri uno scalo “solo in maniera asettica rispetto ai suoi elementi cognitivi e culturali, stai costruendo un porto che sarà perdente per definizione. Mentre è nella fertilizzazione reciproca tra porto e città, come sempre quando abbiamo dei know-how specifici, che crei una competitività autentica. Il porto, per me, deve restare in città, con tutti i vantaggi che la città fornisce al porto e viceversa, proprio perché siamo in unico ambiente cognitivo”.

[z.s.]

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Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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