L’uomo dietro l’Aquario Marino di Trieste: il “mago” prof. Muller

17.07.2021 – 07.00 – Lo studio del mare e delle specie che lo popolano vanta a Trieste una lunga tradizione: verso i primi decenni dell’ottocento era infatti la città del Litorale il luogo prediletto dai biologi e dai naturalisti tedeschi per studiare la flora e la fauna marina del Mediterraneo. Venezia era una città congestionata, dall’eccessivo peso storico-sociale, che si prestava con difficoltà agli studi marini; Trieste d’altronde aveva una popolazione che sapeva parlare il tedesco e la cui relativa tranquillità si adattava bene alle ricerche scientifiche. La città, a confronto con l’ex Serenissima, era efficacemente collegata con l’Austria e la Germania; basti pensare che dall’ultimo quarto dell’ottocento erano sufficienti tre soli giorni per viaggiare da Berlino a Trieste. Solitamente il ricercatore soggiornava o nel villaggio di Servola o presso l’Hotel de la Ville; la stanza dell’albergo diveniva poi, nei mesi a venire, un improvvisato laboratorio, dove lo scienziato portava con sé i reperti raccolti lungo la spiaggia.
Il litorale triestino, con le sue ampie escursioni di marea, lasciava spesso sui ciottoli pesci e alghe che si prestavano a questi studi empirici.
I ricercatori più avventurosi chiedevano un passaggio a bordo di uno dei pescherecci e guardavano il fondale versando olio sull’acqua, in modo da cancellare le increspature.
Altri ancora agganciavano con arpioni i reperti di loro interesse, o in alcuni casi, prelevano con delle benne pezzi di fondale, ricostruiti poi nel laboratorio. Particolarmente battuto era il vallone di Muggia.

I ricercatori provenivano per lo più dall’entroterra, ma non mancavano i triestini, come lo stesso Carlo Marchesetti. I reperti ritenuti di maggiore pregio, relativi a (presunte) nuove specie, viaggiavano poi diretti a Vienna o a Berlino, esposti nei musei o nelle collezioni.
In quest’ambito, quale acquario ante litteram triestino, occorre citare l'”Esibizione dei prodotti naturali del Mare Adriatico” (1872), organizzata a Vienna dallo scienziato polacco S.A. de Syrski. Come tanti suoi conterranei Syrski aveva intrapreso la carriera medica, prima di dedicarsi alla biologia marina; a Trieste verrà nominato direttore del Civico Museo F. Massimiliano, oggi Civico Museo di Storia Naturale. Syrski adoperò per l’Esposizione speciali vasche trasparenti e acquari, con i quali mostrare gli organismi marini vivi.
A partire da questi primi esperimenti lo studio scientifico del mar Adriatico proseguì con la Stazione Zoologica, mentre l’elemento didattico proseguì nella forma del Civico Museo di Storia Naturale. E fu proprio uno dei suoi direttori, Josef Giuseppe Müller, a costruire il Civico Acquario/Aquario Marino di Trieste.

Josef Giuseppe Muller

L’articolo de Il Piccolo di domenica 16 aprile 1933 descrisse l’inaugurazione del nuovo Museo, citando proprio il “mago dell’Acquario“, il prof. Muller.
Il giornalista dell’epoca lo definì “un realizzatore eccezionale per conoscenza tecnica, per passione di scienziato […] Fu il prof. Muller a progettare l’Acquario, curandone l’esecuzione in ogni dettaglio: la disposizione delle vasche, la scelta del materiale, la distribuzione delle tubature in piombo, il filtro, l’ornamentazione delle vasche, la chiusura dell’Acquario mediante le grandi vetrate e i tendaggi, il prolungamento della conduttura lungo il molo concessa dalla R. Capitaneria di porto, la scritta luminosa sopra l’ingresso principale, insomma tutta la parte costruttiva e quella di apprestamento fu resa possibile grazie alla forza di volontà del direttore Muller”.
Il cronista rilevò nell’occasione il ruolo dell’Istituto di biologia marina di Rovigno che aveva fornito gli esemplari vivi e il trasporto reso possibile dal servizio marittimo Istria-Trieste.

Il ruolo di Muller in quest’ambito non deve sorprendere: nato da padre tedesco e madre dalmata, il direttore del Museo viene tutt’oggi considerato tra i più grandi “biospeleologhi” del Carso. A seguito di una laurea in scienze naturali a Graz (1902), Muller operò quale entomologo nelle grotte del Carso, collaborando con l’Hadesverei. Dopo uno studio durante la Prima Guerra Mondiale sul pidocchio delle vesti, che affliggeva i soldati al fronte, Muller ritornò nell’amata Trieste, divenendo “Curator” (Conservatore) presso il Museo Civico di Storia Naturale. Nel 1928 ne divenne finalmente direttore assieme all’Orto Botanico, incarico che manterrà fino al 1945, anno del suo pensionamento. In quello stesso periodo organizzò anche due spedizioni nell’Africa orientale Italiana per lo studio dei veleni di serpente a scopo medicinale. Nell’occasione catturò a mani nude un cobra.
Mentre, sempre nel corso delle spedizioni all’estero, raccolse diversi pesci corallini nel Mar Rosso, riportandoli nell’Acquario triestino. E con riferimento proprio allo storico Museo, fu Muller a concepire l’allestimento, dimostrando uno spirito pratico notevole, specie nell’armonioso inserimento delle vasche all’interno della Pescheria, all’epoca in piena funzione.

“L’Acquario – dichiarò Muller – rappresenta un’esposizione per il pubblico e non è uno studio scientifico, anche se gli studenti possono trarre molto vantaggio dalla visita. Il Podestà ha voluto anzitutto che tale esposizione colmasse una lacuna tante volte lamentata dai forestieri, che si meravigliavano come mai a Trieste, città grande centro marittimo, non vi sia un acquario. Possono rallegrarsi tutti per codesta realizzazione, che resta un’attrattiva di più per il promovimento turistico non solo ma per l’istruzione pubblica”.

La descrizione dei primi giorni d’inaugurazione evidenzia quest’abile messa in scena da parte del “mago” Muller, descritto come un illusionista: le vasche hanno all’interno “lanterne magiche“; o al premere di un bottone s’illuminano scie di luci variopinte nella vasca; o ancora vi sono lampade elettriche avvolte in speciali colori.
È chiaramente un’altra sensibilità; il prof. Muller ad esempio promette che cattureranno a breve una foca per l’Acquario, definita un “mostro”, “esistente fin dalla più recente età nell’Adriatico”. E c’è l’abitudine di mostrare ai visitatori, specie i più piccoli, scene cruente, come i “pesci famelici” che divorano le carcasse o il polipo che stritola una ranocchia.
L’intersezione tra ente scientifico e didattico tocca qui un altro ambito, molto più popolare: il circo o la wunderkammer ricca di meraviglie.

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Fonti: Visita al nuovo museo della fauna marina, in Il Piccolo: edizione del mattino, 16 aprile 1933

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