I medici massoni nella Trieste fin de siècle

31.07.2021 – 08.30 – La storia della massoneria a Trieste è stata oggetto, negli ultimi decenni, di studi e indagini accademiche scese in profondità nei meandri delle associazioni e dei club che popolavano la città tra fine ottocento e inizio novecento; un lavoro in filigrana, molto universitario, al quale non è disgiunto un interesse da parte della massoneria stessa, come comprovato dalle tante prefazioni, introduzioni e commenti che hanno adornato i lavori dei ricercatori.
In quest’ambito storia della medicina e della massoneria procedono di pari passo a Trieste nella comune filiazione irredentista che trasforma radicalmente l’originaria setta dei liberi muratori. L’aver associato l’idea di libertà quarantottesca alla causa nazionale italiana determina un’involontaria metamorfosi che vede il liberalismo delle origini scomparire a favore di un irredentismo sempre più agguerrito. La missione cosmopolita, la quale aveva permesso alla massoneria di diffondersi nel Settecento nella città-porto, lentamente scompare nel secolo successivo. Dopo la definitiva affermazione negli anni di occupazione napoleonica e il successivo passaggio nella clandestinità, la massoneria triestina popola i ranghi del partito liberal-nazionale triestino, ramificando le proprie attività. La filosofia universalista delle origini tuttavia passa in secondo piano a favore di un irredentismo di stampo bellicista, man man che procede verso il “fatale” 1914. Sebbene si tratti, va da sé, di generalizzazioni; i ranghi della massoneria europea erano talmente estesi, talmente ramificati, d’annoverare una miriade di atteggiamenti e opinioni politico-sociali.
In quest’ambito, passando alla storia della medicina, la figura del medico acquista un valore diverso dalla Rivoluzione francese, divenendo una componente essenziale di quel sistema di controllo dei corpi dei cittadini analizzato dalla biopolitica di Michel Foucault. Inizia, a partire dallo stato moderno nato con l’illuminismo e Napoleone Bonaparte, un’idea nuova di cittadino. Si mira, per la prima volta, a creare un corpo nuovo per un cittadino nuovo, con una rinnovata enfasi sull’igiene e sulla salute. In quest’ambito pertanto il medico ha il compito, assieme all’insegnante e ad altre figure statali, di “forgiare” un uomo nuovo, libero dalle malattie e dalle superstizioni del passato. Un secolo come quello ottocentesco, venato di profonde diseguaglianze sociali, esacerba questo ruolo del medicoeducatore“. Non sorprende pertanto che una figura “del potere”, come quella medicale, sia a Trieste affiliata a strutture che il potere lo ricercano, come la massoneria e in generale, a livello pubblico, i partiti politici.

L’illegalità della massoneria nei territori austriaci a seguito della Restaurazione rende difficile, ma non impossibile tracciare quali medici siano stati anche massoni; ne enumeriamo alcuni che si distinguono per la doppia fedeltà al caduceo e al compasso. La fonte, riportata da Giuliano Cecovini per il bimestrale degli anni Ottanta “Il Lanternino”, è il “piedilistadella loggia massonica di Udine, alla quale a propria volta erano iscritti 72 triestini, tra cui 10 medici.
Un classico profilo di medico massone triestino era quello di Ernesto Spadoni (1856-1920), sotto sorveglianza da parte della polizia austriaca per i sentimenti in odore di repubblicanesimo, agguerrito membro della commissione comunale per i ricreatori. Oltre a essere massone, era presidente dell'”Associazione del libero pensiero“.
Figura invece d’infaticabile progressista quella di Vitale Tedeschi (1854-1919): dopo la classica laurea a Vienna, rientrò nella città natale per lavorarvi come pediatra. Istituì nel 1890 una “latteria popolare” che offriva latte sterilizzato per l’allattamento artificiale. Nel 1899 organizzò una “Poliambulanza e guardia medica” nata “a vantaggio dei malati poveri che ricercassero il consiglio e l’opera dei medici specialisti”. Dopo essere emigrato a Padova, vi fonderà la prima Clinica Pediatrica Universitaria Italiana.
Un medico-scienziato invece Edoardo Menz (1862-1908): dopo una laurea nella capitale imperiale, nel 1891, rimase a Vienna, all’epoca città di nevrosi e medici (Freud docet), specializzandosi in neuropsichiatria. Ritornato a Trieste venne assunto presso l’Ospedale Civico, dove iniziò a lavorare per l’ambulatorio elettroterapico. Erano i primi anni della Radiologia: dopo la scoperta dei raggi X verso cui si riponevano tante speranze, si sperimentavano le prime cure. Menz in quest’ambito si trasferirà addirittura a Berlino per imparare le nuove tecniche. Rientrato nella città natale, divenne così il dirigente del servizio radiologia della Poliambulanza. Ma Edoardo Menz fu anche perito dell’Istituto per gli infortuni sul lavoro, consulente della Società di Igiene e vicepresidente della Camera dei Medici. Una particolarità tutta triestina: era anche socio della SGT, la Società Ginnastica.

Guglielmo de Pastrovich (Aspi)

Figura invece più di psichiatra che di medico, quella di Guglielmo de Pastrovich (1876-1927); dopo la laurea a Vienna nel 1899, de Pastrovich lavorò come medico a Nabresina (oggi Aurisina), prima di venire assunto come assistente dell’Ospedale Psichiatrico triestino, all’epoca corrispondente al Frenocomio civico di Guardiella. Il de Pastrovich collezionò una rapida carriera, divenendo direttore dell’istituto e, dopo la pausa della prima guerra mondiale, il primo presidente dell’Ordine dei medici di Trieste.

Gino Cosolo nel ruolo di agrimensore (Internet Archive)

Personaggio invece particolare, quasi un medico “guerriero”, quella di Gino Cosolo (1876-1961) che dopo una laurea a Graz nel 1902 scelse di sua iniziativa di combattere le piaghe epidemiche che fustigavano le paludi di isola Morosini, in provincia di Gorizia, prima di spostarsi nell’altrettanto flagellata Istria. Quando iniziò la Prima Guerra Mondiale, Cosolo fuggì in Italia, dove si arruolò come ufficiale medico. Fu tra i primi soldati italiani ad entrare nella città, il 5 novembre 1918. Successivamente, in campo medico, si dedicò allo studio dell’anatomia patologica, ma la morte del fratello lo convinse ad abbandonare i ferri di chirurgo a favore dell’azienda agricola di famiglia.

Con il passaggio di Trieste all’Italia, nel breve intervallo che precorse il fascismo e la sua lotta contro le società segrete, la massoneria triestina riprese vigore, con 400 iscritti, tra cui 40 medici. Sono innegabili i legami della massoneria triestina con l’irredentismo e i liberal-nazionali, esemplificati dall’affiliazione al Grande Oriente d’Italia di Giacomo Venezian. Eppure se l’unico scopo della massoneria giuliana fosse stato di garantire il passaggio di Trieste all’Italia, questa si sarebbe dissolta dopo il 1920, come tante altre associazioni patriottiche. Eppure la massoneria persistette, anzi si rinvigorì dopo la parentesi del conflitto bellico. È lecito allora ipotizzare che, come lo stesso irredentismo, anche la massoneria locale non era un blocco monolitico, ma esprimeva una molteplicità di posizioni politiche e sociali. Nel campo medico l’impegno dei medici massoni triestini a livello di enti di beneficenza rimane encomiabile, specie in un periodo di grandi diseguaglianze come i decenni a cavallo tra ottocento e novecento.

[z.s.]
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