Povero nostro tram “transiberiano”. A Opicina, rotaie ancora ferme

20.06.2021 – 13.02 – L’inaugurazione ufficiale dei lavori della ferrovia transiberiana avvenne il 31 maggio 1891, a Vladivostok: Nicola, il futuro imperatore, trasportò la prima carriola di terra. La posa delle rotaie della Gran Via Siberiana, alla velocità di oltre settecento chilometri l’anno, terminò dieci anni dopo, nel 1901. Non è così per il tram di Opicina: nel maggio di quest’anno 2021, a Trieste e non a Vladivostok, si è parlato finalmente di ripresa a gran ritmo dei lavori e di entrata, finalmente, nel vivo dei cantieri dopo una fase molto complicata. Però ancora un’estate inizia, e realisticamente se ne andrà, senza che la vettura blu e bianca riprenda la sua corsa da piazza Oberdan all’Obelisco e alla successiva stazione dell’Altipiano, e il “cantiere” per la “posa” dei binari ha, nel suo ultimo tratto, quello di Opicina, un’aspetto desolante. Se parliamo di tram, le discussioni, interpellanze alla giunta Dipiazza, blocchi e ripartenze, fermate e annullamenti, trasferimento della palla da un campo all’altro e poi rilancio al campo di partenza e alla fine presentazione dei lavori per la nuova massicciata, sono stati i veri protagonisti degli ultimi cinque anni di Trieste: è passata quindi già la metà del tempo necessario all’intero collegamento transiberiano, eppure per un buon terzo e più il percorso fra Cologna e l’Obelisco stesso ancora non c’è, continuano a mancare le rotaie ed è difficile quindi che ci passi sopra il tram. Si è parlato di mancanza di esperienza nella posa delle traversine e nel fissaggio dei binari, di questo e di quell’altro, e si è tornati alla polemica politica. La sostanza è che uno dei simboli di Trieste ancora non c’è: la vettura si limita a una scampagnata, di tanto in tanto, sul solo tratto funicolare, per assicurarne il funzionamento, fra le speranze dei cittadini che lo vedono transitare davanti alle loro finestre, puntualmente deluse.

Se parliamo di trasporti e di storia, il mezzo più usato dai triestini di un tempo per gli spostamenti di ogni giorno erano proprio i tram a cavalli, che erano giunti in Europa con un certo ritardo rispetto all’industrializzata Inghilterra. I primi antecedenti dei tram a cavalli furono gli “omnibus” che compivano un tragitto regolare da via Lazzaretto Vecchio al Giardino Pubblico e viceversa. Le fermate erano “a richiesta” e durante l’estate entravano in servizio speciali carrozze chiamate le “giardiniere”. La Ditta Cimadori domandò finalmente (anche in quel tempo, non tutto andava veloce), nel 1874, al Comune di Trieste il permesso di porre dei binari per avere un servizio di tram a cavalli, ma le autorità rifiutarono; salvo, tre anni dopo, accettare il progetto di una società belga, nel 1877. Inizialmente il primo tram andava dal Boschetto ai Portici di Chiozza: i binari rimasero a lungo semplici traversine posate sul terreno, ma gli ostacoli e la generale lentezza – si andava a 10 chilometri all’ora, al più – non diminuirono l’affezione dei triestini per il “tram”, quella che dura tuttora. Nel 1881 i binari furono finalmente interrati e l’intera rete tramviaria sistematizzata; il 2 ottobre 1900, alle ore 18, partì il primo tram elettrico – soprannominato “omo senza testa”: percorse nell’arco di mezz’ora il tragitto dalla Corsia Stadio, attraverso via del Torrente, fino a Barcola. Il tram “di Opicina” vero e proprio giunse due anni dopo: nacque con la vettura 411 che rimane tuttora i più antichi tram funzionanti sopravvissuti in Europa. Il servizio venne attivato il 9 settembre 1902 dalla Società Anonima delle Piccole Ferrovie, e l’aspetto era leggermente diverso da quello attuale, in quanto il manovratore lavorava all’esterno della vettura, esposto alle intemperie, con l’unica protezione di un grande mantello impermeabile per proteggere sé stesso e i comandi. Nel 1908 vennero allestite due vetrate di testa per proteggere il macchinista e si aumentò la capienza dei passeggeri. Tra il 1906 e il 1936 la linea venne prolungata fino all’attuale capolinea, quello di via Nazionale, alla stazione ferroviaria di Opicina – il tratto in cui oggi i binari mancano ancora. Una svolta fondamentale avvenne nel 1928, con il passaggio a un impianto funicolare, sostitutivo di quello austriaco a cremagliera, e verso il 1937 la storica vettura 1 venne sostituita dalle nuove motrici a carrelli che sono a tutto’ggi in utilizzo. Nel 1978 il servizio del tram venne ripristinato con il rifacimento della funiculare e la sostituzione di due carri-scudo, mentre nel 1984 l’impianto venne adeguato alle allora vigenti normative di sicurezza, con l’inserimento un sistema automatico di funzionamento e di controllo. Il tram di Opicina ha vissuto i suoi anni d’oro essenzialmente negli anni Trenta, quando si progettò di estendere la linea fino a Sesana; poi dal secondo dopoguerra la concorrenza della motorizzazione privata l’hanno condannato a un lento declino, dal quale si è riscattato grazie alla vocazione turistica. Si è poi fermato nel 2012 per un deragliamento ed è ritornato in funzione nel 2014, salvo poi interrompersi nuovamente nell’agosto 2016, a seguito di uno scontro frontale tra due vetture storiche.

Al di là degli ostacoli burocratici, nello scontro siano andati perduti strumenti per i quali non vi sono pezzi di ricambio, e i nuovi elementi hanno dovuto essere fabbricati artigianalmente, con un notevole ritardo di tempo. E complicate (sicuramente troppo) sono state le procedure per una tratta particolare come quella del tram; eppure, di tempo ne è passato e ancora non c’è. “Colpa” allora “del Covid”, che tutto ha fermato? Di fronte al mosaico delle impalcature, colorate o meno, che ha reso in questi mesi il capoluogo giuliano simile a un dipinto di Piet Mondrian (sono le facciate e i cappotti del bonus 110 per cento), difficile sostenerlo. E del tram de Opcina la politica, nel suo complesso, non si può dire si sia dimenticata: ne parla spesso, spessissimo. È che al concreto, ovvero a far correre il tram che i triestini amano così tanto sul suo percorso, non si arriva, incredibilmente, da troppo tempo. “Che disgrazia”, canzone citata e ricitata. Eppure.

[f.f.][r.s.][z.s.]