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sabato, 3 Dicembre 2022

Il National Geographic loda Trieste, ma senza rinunciare agli stereotipi

01.06.2021 – 08.30 – Trieste continua ad affascinare i giornali internazionali: dopo The Telegraph, che ha proposto alcuni paragoni inconsueti, ma quantomeno originali, si ritorna alla Trieste “dei luoghi comuni” nell’ultimo numero di giugno 2021 del National Geographic.
L’articolo, liberamente leggibile online e in vendita nel prossimo mese sulla nota rivista di fotografia, è a firma di un americano, Robert Draper, con le fotografie della milanese Chiara Gioia. Si tratta di un lungo reportage che mescola fatti storici, esperienze di vita e interviste a personaggi locali (ma non troppo!) confezionando una lunga dissertazione che abbraccia più periodi e più luoghi, con un arco temporale lodevole per l’ampiezza di vedute: si va dal 2019, passando per l’inferno del Covid del 2020, giungendo al 2021, in tempo per il rilancio turistico cittadino.
La volontà di proporre uno sguardo sfaccettato che cerca di toccare davvero ogni tema e luogo di Trieste è sicuramente ammirevole: si procede dall’eredità austro-ungarica ottocentesca, all’irredentismo d’inizio novecento, al fascismo degli anni Trenta, al dominio nazista della seconda guerra mondiale, alla tragedia delle Foibe nel secondo dopoguerra, giungendo poi alla Guerra Fredda e agli anni duemila dell’Unione Europea. In questo contesto anche l’emergenza Covid riceve una sua contestualizzazione storica, il che sebbene prematuro è certo interessante.
La descrizione geografica è ricca di dettagli pittorici e non disdegna quadretti gustosi, ricchi di charme e generosi di dettagli; si tratta di buona scrittura e buone immagini, sebbene quest’ultime risultino eccessivamente patinate. L’arco temporale d’ampio respiro d’altronde risolleva fatti di cronaca degli ultimi anni, fornendo una carrellata involontariamente brutale: si va dai timori per le risse in strada, alla sparatoria in Questura, alla polemica per la rimozione delle coperte del medicante ad opera del vicesindaco. Per un giornalista americano la tentazione di non toccare l’argomento del razzismo è troppo forte, nonostante il fatto sia stato ormai dimenticato nella tempesta sociale e politica dell’ultimo biennio 2020-2021.

Eppure, a fronte di ciò che c’è di buono, è difficile, quali triestini, trattenere la stanchezza a fronte dei soliti stilemi: il riferimento infatti è – again and again – quel “Trieste and the Meaning of Nowhere” a firma di Jan Morris, con il suo bagaglio d’irrequietezze, di ansie, di città fantasma anni Ottanta-Novanta. È un riferimento attuale, oggigiorno? Forse la giornalista Paula Hardy non aveva torto a criticarla.
Secondariamente le interviste ai personaggi locali passano in rassegna i soliti nomi che ricorrono inevitabilmente in questi reportage inglesi: come due anni fa, ad esempio, compare un’intervista a Giulio Camber con dichiarazioni più o meno identiche a proposito della Cina; e per un triestino suona straniante leggere di un’intervista a Debora Serracchiani quale protagonista della scena locale, senza negare il suo ruolo politico. Irrita ancor più, a fronte di un innegabile lavoro di ricerca, vedere Draper cadere nell’usuale stereotipo sui triestini, definiti in sintesi “persone dipendenti dal caffè e filosofi degli sgabelli da bar che tendono a non lavorare troppo“.

[z.s.]

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Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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