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martedì, 4 Ottobre 2022

Quando i fari di Trieste proteggevano il (conteso) Adriatico austriaco

22.05.2021 – 08.30 – Trieste come un faro che illumina le sorti dei popoli dell’Adriatico? La città viene tradizionalmente considerata come il punto di contatto tra Mediterraneo e Nord Europa, tra Europa occidentale e paesi dell’est e infine come una delle cerniere dell’Europa centrale, di quella “Mitteleuropa” tanto amata quanto, alla prova dei fatti, indefinibile. In questo contesto, tanto per la posizione geografica, quanto per il ruolo strategico esercitato negli ultimi due secoli, Trieste può in realtà essere considerata come la capitale dei Balcani nella misura in cui ne racchiude la tormentata penisola. Dopotutto la fortuna di Trieste quale città-porto e città-industria rimane connessa, tra Settecento e Ottocento, alla scelta degli Asburgo – quando la sconfitta nella guerra di successione di Spagna (1702-1714) chiuse ogni sogno di dominio sull’Occidente – di indirizzare la propria penetrazione politica, economica e culturale verso i Balcani. È quale conseguenza di questo progressivo indirizzarsi verso il sud-est che la stessa Trieste acquistò una rilevanza geopolitica inattesa; se non la principale, certamente una delle ragioni nella scelta d’incentivarne la crescita con la concessione della patente di Porto Franco (1717), ad opera di Carlo VI d’Asburgo.
Riveste pertanto una forte suggestione l’immagine di Trieste che guida e illumina le sorti dei Balcani; ma a voler trasformare la metafora paternalista in realtà, c’è un altro significato, in quanto la città illuminava letteralmente le coste dell’Adriatico.

La Camera di Commercio, la quale oggigiorno ha perso molto del suo originario potere, specie per le spoliazioni avvenute negli ultimi anni dai governi succedutosi a Roma, in particolare nell’epoca delle riforme “renziane”, era in realtà un tempo a Trieste tra le maggiori istituzioni, il cui peso rivaleggiava con lo stesso Comune, anzi lo superava nella misura in cui deteneva le reali leve del potere: l’economia, la finanza, l’industria.
In quest’ambito troviamo, nel Regolamento della Camera di Commercio e Industria (1854), questa curiosa silloge: “Attribuzioni della Deputazione di Borsa” e tra queste, al punto c., “La sorveglianza e dispositiva circa i fanali marittimi“.
Tutt’oggi infatti il faro della Lanterna splende su Trieste, ricordo di una costruzione architettonica che doveva proprio alla CCIAA le proprie sorti. Faro, ma non solo; perchè era anche formidabile orologio e stazione meteo per l’Accademia di Commercio e Nautica.
Eppure non era l’unico: la Deputazione di Borsa, dietro input del governo di Vienna, finanziò anche la costruzione di tutti i fari e i fanali marittimi sulle coste orientali dell’Adriatico. Tutt’oggi i fari dispersi su queste coste – restaurati con orgoglio dai rispettivi paesi – devono a Trieste la propria origine.
Inizialmente fu l’imperatore Francesco I d’Austria, il cui regno era appena fuoriuscito dalla tempesta napoleonica, a proporre alla Deputazione di Borsa un piano per disseminare di fanali marittimi le coste dell’Adriatico “austriaco”, ovvero da Chioggia alle Bocche del Cattaro. L’incarico venne affidato all’architetto Pietro Nobile, a sua volta preposto alla Direzione delle Fabbriche del Litorale.

Il Faro di Salvore [Ebay]
Nel 1816 Nobile presentava il suo progetto per il faro da realizzare a Salvore/Savudrija, sulla punta settentrionale della penisola istriana; progetto che verrà poi replicato sullo scoglio Porer di Capo Promontore/rt Kamenjak, a sua volta sulla punta invece meridionale.
La costruzione venne finanziata attraverso l’erogazione di 350 azioni sottoscritte dai commercianti e imprenditori triestini, per un totale di 35mila fiorini; a propria volta la Deputazione di Borsa ne acquisì ben 73.
Il Faro di Salvore entrò così rapidamente in funzione, il 17 aprile 1818; e fu il primo faro in assoluto nel mar Mediterraneo a usare il gas per l’illuminazione.
La Deputazione di Borsa lo gestiva direttamente, ricavandone il “diritto di lanternaggio” che veniva riscosso dalle navi e imbarcazioni in arrivo a Trieste.

I successivi quarant’anni intravidero la Deputazione di Borsa impegnata in una costruzione su larga scala di una rete di fanali marittimi in tutto l’Adriatico: rete di controllo e sicurezza, certo; ma anche significativo avamposto dell’Austria.
L’architetto Matteo Pertsch realizzò nel 1833 la Lanterna di Trieste, dietro però progetto di Nobile; seguì nel 1846 il fanale sullo scoglio di Porer; nel 1849 il faro di Punte Bianche, sull’Isola Lunga/Dugi Otok, davanti alla città di Zara; nel 1851 il faro di Lagosta/Lastovo.
L’architetto triestino Giuseppe Sforzi, a sua volta allievo di Nobie, costruì il faro di San Giovanni in Pelago/Sveti Ivan na Pučini presso Rovigno/Rovinj nel 1853.
Seguirono il faro di Punta Ostro/Oštri Rtič, presso le Bocche di Cattaro e, sempre nel 1854, il Faro di Sacca o Punta di Piave; nel 1855 seguono due altri fanali marittimi, rispettivamente Spignon e Rocchetta nel Veneto presso Malamocco e nel 1863 un altro faro veneziano, a Chioggia.

Il Faro di San Giovanni in Pelago [Ebay]
Allo scoppio della terza guerra di indipendenza, il Governo Centrale Marittimo di Trieste si sobbarcò il completamento dei due ultimi fari, rispettivamente di Lissa (1865) e di Pelagosa (1867). La Deputazione di Borsa dovette anche cedere la proprietà e la gestione “per ragioni militari” dei fanali marittimi, specie dopo che si perse l’utilizzo dei quattro fari veneti, passati al Regno d’Italia. Il raziocinio militare trionfava su quello del commercio; un segno del novecentesco secolo che si avvicinava a grandi passi.

 

Fonti: Il Museo della Camera di Commercio di Trieste, da tempo chiuso al pubblico, delineava bene l’eredità dei “fanali” triestini. Ringrazio in tal senso, per l’eccellente spunto, lo studioso Max Maraldo.

[z.s.]
[Riproduzione riservata]

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Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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