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lunedì, 3 Ottobre 2022

La visione coloniale del Porto di Trieste secondo “Americanus”

31.05.2021 – 07.30 – Le infrastrutture costruite negli ex paesi coloniali – specie in Africa, ma l’esempio è applicabile anche al Sud America – non sono mai neutrali, ma hanno la funzione di fornire quel flusso di materie prime per le quali la colonia è stata conquistata. Il caso classico sono le linee ferroviarie di diversi paesi del continente nero, i cui collegamenti sono incentrati esclusivamente lungo la costa e/o nei porti. Anche a seguito della decolonizzazione, questa pesante eredità impedisce alla nazione di crescere, l’obbliga a una condizione artificiale di dipendenza. L’evoluzione della regione o dello stato rimane così legata a doppio filo al precedente ruolo giocato sotto il dominio coloniale; che fosse commerciale, militare, strategico. Il discorso è perfettamente applicabile a un articolo pubblicato negli ultimi giorni da Limes, successivamente citato da Limes Club Trieste; un ex uomo dell’intelligence USA, dal soprannome “Americanus“, lamenta come l’Italia cambi di continuo “casacca”, sia una doppiogiochista infedele nei confronti di quegli Stati Uniti dai quali è legata per il sistema delle basi militari. Gli Stati Uniti hanno liberato l’Italia e questa a sua volta non accetta questa libertà, preferendo avere intrallazzi con Russia e Cina. L’articolo è provocatorio, fin da titolo; condito di uno stile di scrittura pragmatico e diretto.
In quest’ambito compare anche il Porto di Trieste:

Ma come vi può essere saltato in mente di offrire ai cinesi il porto di Trieste? Chiedo scusa, ma avete dimenticato che quello scalo di Vienna su cui i rossi di Tito stavano per mettere le mani ve lo abbiamo restituito noi, nel 1954? E non avete la pazienza di studiare il collegamento ferroviario e stradale fra Vicenza (Aviano) e Trieste – ai tempi miei faceva abbastanza schifo, ma non importa – che fa di quel porto uno scalo militare, all’intersezione meridionale dell’estrema linea difensiva Baltico-Adriatico?

Non si delinea qui quell’identico ragionamento che solitamente si applica ai paesi coloniali? E’ parzialmente vero che il porto di Trieste è stato ricostruito con fondi americani, ma come con le infrastrutture delle colonie d’un tempo la direzione era contraria al naturale sviluppo dello scalo giuliano. L’articolo vorrebbe essere cinico, ma pecca d’ingenuità; è evidente che lo sforzo nei confronti del porto di Trieste era contrario alla sua naturale direttrice verso il mondo centro-orientale e balcanico; verso quell’entroterra smarrito con la Prima Guerra Mondiale. Non a caso il Porto ha ripreso una crescita reale non appena questi immensi spazi hanno riaperto i propri confini: con il crollo del muro di Berlino, con la scomparsa della Yugoslavia, con l’affermarsi dell’Unione Europea. Non in virtù degli americani, ma loro malgrado. Certo, la gestione del porto ha sempre strettamente dipeso dalle competenze al vertice, ma i giornali triestini a fine anni Ottanta/inizio anni Novanta delineano bene il senso di sollievo, di ampiezza delle vedute scatenata dalla massiccia riapertura di territori (e mercati) che si riteneva persi per sempre.
Al di là dell’errore che Vicenza è in Veneto e Aviano in Friuli-Venezia Giulia, proprio l’essere uno scalo militare non ha certo aiutato Trieste negli anni pre Unione; nuovamente l’infrastruttura militare ha deformato lo sviluppo economico e solo faticosamente, potremmo dire con l’equivalente commerciale di esercizi riabilitativo-ginnici, Trieste ha lentamente ripreso il suo ruolo di porto internazionale.

L’articolo prosegue successivamente collezionando gli usuali stilemi sulla “vecchia” Europa: si va dagli stereotipi nazionali, coi tedeschi inquieti “amici-nemici”, ai padri costituenti degli Stati Uniti eredi dell’impero romano (dimenticando l’eredità illuminista), alla liberazione dell’Europa grazie all’esclusivo aiuto degli americani, accantonando gli 8 milioni di morti dell’Armata Rossa, il sacrificio dei britannici e ancor più dei paesi del Commonwealth. Il soccorso russo nell’occasione dell’emergenza Covid di marzo-aprile 2020 diventa un’ “invasione“, nonostante simili aiuti fossero stati inviati anche a New York e in tanti altri paesi. E avanti così, nel nome di una libertà che è libera solo nella misura in cui lo desidera l’anonimo “Americanus”.

[z.s.]

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Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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