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lunedì, 3 Ottobre 2022

La nascita dell’Istituto dei Poveri di Trieste, tra luci e ombre (1818)

15.05.2021 – 08.30 – La gestione della povertà, da parte di uno stato o di una regione o di una città, si compone sempre di un coacervo di elementi che vanno bene al di là dell’ingenua filantropia.
Riferendosi alle masse di mendicanti, di disoccupati, di indigenti che caratterizzavano l’Europa a partire dall’età moderna compare un aspetto igienico-sanitario; e sottinteso a questo una volontà di controllo su corpi e menti che le istituzioni percepiscono al di là del controllo statale, fuoriuscite dagli schemi dei nascenti stati-nazione. Queste masse di contadini impoveriti per la rivoluzione industriale (1790-1810) o più avanti nell’ottocento di operai dislocati dalla crisi economica (1875-1900) preoccupano e inquietano le istituzioni.
Sono ingovernabili, sono pericolose; ma l’aspetto più riprovevole, per la cultura ottocentesca, è il fatto che siano disoccupate. E nella mentalità protestante che aveva pervaso anche i paesi mediterranei non voler lavorare è già un crimine di per sé stesso. La trattazione degli istituti filantropici triestini dovrebbe pertanto considerare anche quest’aspetto di controllo e coercizione. Il soccorso della persona considerata povera si accompagnava a una restrizione della sua libertà; un nodo tanto più evidente se consideriamo come molti di questi poveri fossero adolescenti o giovani ragazzi la cui libertà di movimento era attivamente limitata dalle guardie municipali (oggi i vigili urbani) che a Trieste erano infatti noti come “guantamuli“. Questa volontà di sorvegliare e punire tuttavia non deve nascondere come ampie fasce della popolazione fossero sinceramente mosse a pietà dalle condizioni dei più disgraziati e come fossero mosse a genuine intenzioni quando finanziavano quell’ente, quell’istituto a favore dei poveri. Lo stesso elemento di attiva coercizione al lavoro, di continua sorveglianza era indelebilmente connesso alla volontà di migliorare le condizioni di quei “poveri”.

Trieste, come tante altre città dell’età moderna, affidava poveri e malati alla cura della Chiesa e degli ordini monastici tra Seicento e Settecento; si trattava però di ricoveri & cure occasionali, limitate nel tempo e nello spazio. Maria Teresa d’Austria affrontò per la prima volta la problematica con l’istituzione di quel “Conservatorio” che pur funzionando primariamente quale ospedale offriva anche ricovero a mendicanti, vagabondi, orfani e mutilati di guerra. L’edificio, finanziato con un dazio sui vini esteri, verrà trasformato in caserma sotto Giuseppe II (1785); i ricoverati verranno così trasferiti negli edifici ecclesiastici sul colle di San Giusto, recuperato alla sua antica funzione. Al contempo, pur abolendo l’ospedale, sarà Giuseppe II a fondare l’Istituto dei Poveri, puramente dedicato a scopi assistenziali, slegato qual era suo illuminista desiderio dalle confraternite religiose.

Le guerre napoleoniche obbligarono Trieste a completare quel processo di modernizzazione che era già stato robustamente avviato sotto Maria Teresa e Giuseppe II, realizzando un’infrastruttura burocratica della quale l’Austria seppe recuperare gli elementi utili. Al di là di una ristretta minoranza filofrancese, la città visse però assai male l’occupazione napoleonica, causa di una profonda stagnazione commerciale.
I conflitti napoleonici devastarono profondamente l’entroterra friulano e l’Istria: ai saccheggi seguì la carestia e verso il 1817 migliaia di contadini poveri affluirono in una Trieste a sua volta lontana dai fasti giuseppinini, gravemente depressa.
Lo studioso Girolamo Agapito descrisse all’epoca contadini “ridotti nella più squallida indigenza, avvolti in schifosi cenci, sparuti, contraffatti dall’inedia ed in gran parte infermi […] si accampavano sulle pubbliche strade e piazze per implorare soccorso, e co’ loro aliti mortiferi seco restando il miasma del tifo già dominante nelle vicine provincie, compromettevano la quiete, la sicurezza e la salute pubblica”.
Non ritroviamo in quest’impietosa descrizione dell’Agapito tutte quelle caratteristiche che domineranno il discorso sugli “indigenti” nell’ottocento? La sincera preoccupazione, certo; ma altrettanto presente l’innegabile paura per l’ordine pubblico e il terrore del contagio, nella forma stavolta del tifo.

L’anno seguente sarà Domenico Rossetti a promuovere, in sintonia con il governatore conte Chotek, una prima soluzione al problema nella forma dell’Istituto Generale dei Poveri (1818). La molteplicità di enti e associazioni filantropiche dell’epoca vennero fuse nell’Istituto, il quale in particolare riunì l‘Opera Pia e la Casa di ricovero per vecchi e minori. Non fu, fin dal suo concepimento, un’istituzione minore: ne rivendicarono la paternità la giustizia, nella forma del Civico Magistrato; la cultura con il Gabinetto di Minerva; l’economia con la Camera di Commercio; le minoranze con la Comunità israelitica; la stessa autorità di Vienna, con l’Imperatore.
La caserma di Via del Lazzaretto Nuovo (Viale Miramare), sede del console di Spagna, divenne così la prima, storica, sede dell’Istituto. L’Unione vi aprì un “pietoso asilo di privata carità” con 24 stanze e 330 posti letto il quale nello stesso anno venne onorato della visita dell‘imperatore Francesco I d’Austria con la consorte Carolina.
Nel 1852, per la costruzione della nuova stazione ferroviaria, l’istituto traslocò in Via Settefontane, prima di trovare una sua sistemazione definitiva in Via Pascoli (1862).

Atrio della Pia Casa, dal sito dell’ITIS, “Cenni storici Parte 2”.

L’istituto si auto-finanziava principalmente grazie a un dazio sul vino, una tassa di concessione per i balli pubblici, le multe delle guardie municipali, le cassette laiche delle elemosine, senza dimenticare un insieme variegato di balli al Casino Schiller, di concerti al teatro Armonia, di tombole all’aperto. Il Barone Pasquale de Revoltella era tra i principali finanziatori, assieme all’avvocato Domenico Rossetti e alle famiglie imprenditoriali dei Carciotti, dei Capuano, dei Giuliani, dei Mauroner, dei Conti… Le cartoline di auguri di Capodanno venivano devolute all’Istituto, così come i proventi di cento copie annuali dell’Archeografo Triestino; in tempi più recenti, dal 1924, il noleggio degli innaffiatoi al cimitero era a beneficio dell’ente.
Probabilmente in questo campo la lotteria di beneficenza del 1869 raggiunse il massimo della stravaganza quando si mise all’asta nella Borsa del Tergesteo un tavolo d’ebano intarsiato di madreperla, dono di Vittorio Emanuele II. Un dono talmente prezioso che nessuno osò aggiudicarselo; rimase così “ricco” possesso dell’Istituto dei Poveri.

Zeno Saracino, Lazzaretti e “Ospitali” della Trieste Teresiana, Trieste News, 22 settembre 2018
Zeno Saracino, La Pia Casa dei Poveri: fornire “alimento e ricovero” nella Trieste ottocentesca, Trieste News, 8 dicembre 2018

[z.s.]
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Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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