Disagio adolescenziale e psicofarmaci: sì o no? Telemaco risponde

16.05.2021 – 09.00 – Con l’arrivo del Coronavirus il mondo è cambiato e, con esso, anche noi. Catapultati da un giorno all’altro nell’emergenza, abbiamo dovuto forzatamente rimettere in discussione le nostre vite e le nostre certezze. Per cercare di dare risposta a quelle che sono le preoccupazioni, i dubbi e le domande dei lettori, Trieste.news ha deciso di ospitare una nuova rubrica a cura dell’équipe dell’associazione Telemaco di Trieste: l’obiettivo è quello di creare un luogo di accoglimento delle paure, delle incertezze e delle angosce. Un modo, in questo tempo di fatica e incognite, per essere vicini alla cittadinanza, per poter dare ascolto alle difficoltà e articolare delle risposte non normative ma che possano stimolare nuove domande.

Domanda: Buongiorno, sono una docente di un istituto superiore della città e mamma di due adolescenti. Assieme ai miei colleghi registro un notevole aumento del disagio tra i ragazzi, come già evidenziato da altri in questa rubrica. Ciò che mi lascia perplessa è l’uso degli psicofarmaci in età adolescenziale. Sempre più famiglie ci informano che i ragazzi hanno cominciato un trattamento farmacologico, spesso per gli attacchi di panico. Mi piacerebbe avere un vostro parere in merito.

Risponde Stefania Pertoldi per Telemaco Trieste: Cara professoressa, la sua richiesta è molto puntale e tocca una questione effettivamente complessa che spesso divide in modo netto le opinioni: farmaci si, farmaci no. Se si tratta poi di psicofarmaci in adolescenza la faccenda si fa ancor più delicata. Doveroso specificare, come sempre, che le situazioni vanno considerate caso per caso. In linea generale però alcune cose possiamo dirle. In una psicoterapia, lo strumento principe è la parola: la parola del paziente prima di tutto, che viene accolta, ascoltata e rilanciata dal terapeuta. Attraverso la parola può emergere qualcosa del soggetto. A volte le parole vengono rimbalzate, a volte fanno breccia, a volte svelano un lapsus. Può accadere però che si arrestino, al punto che la parola del paziente sia bloccata sia in entrata che in uscita. Questo succede quando la sofferenza è troppa, quando il dolore interrompe la possibilità di parola. L’angoscia e l’ansia possono essere così forti da tenere in scacco il soggetto. Quando si riscontra questo allora può essere il momento di intervenire in altro modo. La figura dello psicologo, dello psicoterapeuta non prevede la possibilità né ha la formazione necessaria per prescrivere psicofarmaci, dev’essere un medico a farlo, uno psichiatra. La premessa che mi sento di fare all’uso del farmaco, a qualsiasi età, è che il farmaco va considerato come uno strumento, come mezzo, e non come soluzione finale. Il farmaco può essere infatti uno strumento necessario al poter sbloccare il soggetto, aprendo la possibilità di lavorare con la parola laddove questa si è interrotta. Una cosa è certa, è fondamentale la stretta collaborazione tra esperti: in questo caso tra psicologo e psichiatra. Inoltre, soprattutto nel caso di ragazzi adolescenti, è importante che questo passaggio delicato venga predisposto con cura, coinvolgendo l’interessato o l’interessata in questa decisione. La perplessità che lei sente è quella che riscontriamo spesso nei genitori quando proponiamo questa strada per i loro figli. È del tutto comprensibile, ma rischia di essere controproducente se è un “no” rigido e a priori. Fermo restando che quando si ritiene importante l’intervento di uno psichiatra e di una cura farmacologica sia doveroso effettuare peculiari e dettagliate considerazioni sul caso specifico.

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