Trieste e i “nuovi” serbi, generazioni a confronto: Ilija Janković e l’Associazione Culturale Giovanile Serba

16.04.2021 – 08.00 – La comunità serba di Trieste è certamente una delle comunità maggiormente presenti e, ormai da molti anni, più saldamente radicate nel contesto cittadino. Una comunità accresciutasi in particolare con le grandi migrazioni causate dalle guerre balcaniche degli anni Novanta e che oggi, con i figli di quegli stessi immigrati, si è integrata ed è entrata a far parte a tutti gli effetti del tessuto culturale e sociale del territorio. L’Associazione Culturale Giovanile Serba, costituitasi nel settembre del 2017, si prefigge di (r)accogliere proprio quei ragazzi e ragazze cosiddetti “di seconda generazione”. Dalle conferenze letterarie, alle passeggiate culturali volte a conoscere e a far conoscere la propria storia e tradizioni, fino alle numerose iniziative di cittadinanza attiva; le attività sono svariate, dinamiche e molteplici, ma tutte indirizzate verso un unico obiettivo comune: da un lato mantenere vivo, anche nelle nuove generazioni, il legame con il proprio paese e, dall’altro, creare un ponte tra il proprio territorio di origine, la Serbia, e la città in cui sono cresciute, Trieste. Ne parliamo con il presidente dell’Associazione, l’ingegnere Ilija Janković.

Perché nasce l’Associazione Culturale Giovanile Serba?

“Nasce dalla voglia di provare a fare qualcosa di nuovo e di diverso all’interno della comunità serba di Trieste che, in un’accezione più ampia, si espande anche al di fuori di quella storica e strettamente religiosa, ovvero quella serbo-ortodossa. Un modo, quindi, per tenere vive le tradizioni del nostro paese e non perdere le proprie radici, declinato però in qualcosa di differente. Da qui, l’idea di raccogliere in particolare quel segmento di ragazzi e ragazze che hanno appena concluso le superiori, o sono all’università o nei primi anni lavorativi, interessati a quanto ha da offrire una realtà di questo tipo: un luogo che permetta di promuovere la cultura serba, favorire l’integrazione e arricchire il territorio locale, generando nuovi progetti, iniziative e facendo network in tal senso, unendo conoscenze, competenze, contatti ed esperienze dei suoi membri”.

A chi vi rivolgete?

“L’associazione è aperta a tutti, qualunque sia il bagaglio culturale o la nazionalità: tutte le nostre iniziative sono infatti svolte in lingua italiana e talvolta in inglese, oltre che in serbo-croato, proprio perché così abbiamo modo di essere molto più inclusivi”.

Qual è l’obiettivo dell’Associazione e che ruolo vi gioca Trieste al suo interno?

“Gli intenti sono molteplici. L’obiettivo è soprattutto quello di intervenire concretamente a livello locale, cercando di creare in un certo senso un legame costante tra l’Italia e la Serbia, e riservando a Trieste un ruolo centrale in questo progetto. Nelle nostre iniziative ci sono la coscienza e la volontà di dare a questa città un ruolo centrale in quello che facciamo: proprio a tal proposito cerchiamo di rivolgerci alla cittadinanza e creare dei collegamenti con il territorio. Uno dei punti centrali che ci siamo posti come associazione e che abbiamo raccolto come spunto sulla base delle conferenze e iniziative fatte è ad esempio quello di lavorare su Trieste quale porta verso i Balcani Occidentali e, come possibile legame, abbiamo individuato quello del mondo dell’istruzione, dell’università, della ricerca scientifica e dell’innovazione; ma anche quello più prettamente economico e di rafforzamento dei rapporti bilaterali con la Serbia.
La ricchezza di questo territorio è anche la sua multiculturalità e se Trieste è quello che è oggi, è anche perché al suo interno offre tantissimi punti di vista differenti, e questo è un elemento da coltivare.”

Com’è cambiata la comunità serba di Trieste?

“La comunità storicamente ha avuto molti alti e bassi: nell’Ottocento e nel primi anni del Novecento c’erano quelli che potremmo definire gli ‘alti’, poi, con le due guerre, ci sono stati i grandi ‘bassi’. In particolare con lo scoppio del conflitto degli anni Novanta moltissimi serbi sono migrati, molti sono andati verso l’Austria, la Germania e il Nord Europa, molti invece verso l’Italia: Trieste e Vicenza erano due poli importanti. La prima migrazione degli anni Novanta era caratterizzata da persone che lavoravano principalmente nel settore edile e nel mondo dell’assistenza alla persona, e una volta giunte qui hanno cercato lavoro in quel campo. Piazza Garibaldi era un punto di incontro importante tra domanda e offerta: da un lato gli imprenditori edili cercavano la manodopera e dall’altro i serbi trovavano i primi lavori per sostenersi e per regolarizzarsi”.

E le nuove generazioni?

“Quelle stesse generazioni che sono giunte qui negli anni Novanta hanno fatto di tutto per
dare un’opportunità diversa e migliore ai loro figli, permettendo loro di andare a scuola, formarsi e specializzarsi nelle scuole e nelle università italiane: quasi la totalità di quest’ultimi ha fatto le superiori, qualcuno è andato avanti e ha proseguito gli studi all’università, altri invece hanno proseguito e accresciuto le imprese di famiglia. Questo è accaduto in particolare nel campo dell’edilizia: se i genitori avevano già avviato una ditta, a loro sono subentrati i figli che però ora possono portare avanti l’attività di famiglia in modo più strutturato, proprio perché si sono formati nelle scuole italiane e hanno quindi una maggiore conoscenza del contesto sociale, economico, giuridico e legislativo in cui si trovano”.

Cos’è cambiato sul piano dell’integrazione?

“La differenza l’ha fatta sicuramente la scuola: lo stretto contatto con la cultura italiana e le altre comunità locali presenti permette di creare legami più naturali e meno forzati rispetto a quelli che potrebbero invece avvenire in contesti prettamente lavorativi. Il legame che si instaura con gli altri grazie al percorso scolastico, e quindi grazie all’istruzione e all’educazione, permette da un lato di capire di più dove ci si trova e, dall’altro, dà la possibilità alla controparte di capire qualcosa in più rispetto a quei territori di cui magari prima si leggeva solamente sui giornali. C’è un rapporto diverso con la cittadinanza e questo confluisce in un’integrazione totale”.

Credi sia cambiata negli anni la percezione che i triestini hanno dei paesi dell’ex-Jugoslavia?

“Credo sia qualcosa che sta accadendo forse negli ultimi anni. Volendo semplificare, oggi c’è sicuramente una maggiore consapevolezza di cosa ci sia ‘oltre Fernetti’: prima, negli anni Novanta e nei primi anni Duemila, nell’immaginario collettivo esisteva un ‘agglomerato chiamato Jugoslavia’, un’entità spesso non compresa fino in fondo e di cui veniva spesso data una lettura semplicistica della storia che era ed è in realtà molto più complessa. Negli ultimi anni questo è cambiato, in particolare nell’ultimo decennio c’è molta più conoscenza e consapevolezza di cosa ci sia ‘al di là’. Un interesse a cui forse ha contribuito anche lo stimolo dato proprio dalle seconde generazioni, ormai integratesi nel tessuto sociale cittadino, le quali hanno avuto la volontà di tendere la mano ai loro coetanei triestini facendo loro scoprire aspetti magari ancora poco conosciuti rispetto al racconto che veniva prima dato di quegli stessi luoghi”.

Come mai a livello locale è raro vedere membri della comunità serba attivi in politica?

“Credo forse non ci sia ancora la maturità e la giusta consapevolezza per farlo davvero. Purtroppo, per i serbi, la concezione della politica, alla luce delle tragiche vicende degli anni Novanta, è che sia un ‘brutto mondo’, che porta a situazioni drammatiche. C’è quindi sicuramente molta paura e scetticismo di mettersi in gioco in quel campo, proprio perché in passato ha sconfinato in qualcosa di inaspettato. Al contempo però, e questo è proprio uno degli scopi che si prefigge l’Associazione, c’è un tema di formazione civica e di cittadinanza attiva: stiamo lavorando con i giovani per stimolare il dibattito e per fare emergere la consapevolezza sul ruolo che abbiamo. Se la guardiamo in modo più ‘aulico’ a quello che dovrebbe essere la politica, non ci si può esimere dall’essere attivi in tal senso. In altre parole: non ci si può non rendere parte attiva attraverso le proprie decisioni.”

I conflitti degli anni Novanta hanno segnato una frattura indelebile tra i paesi dell’ex Jugoslavia. Siete voi la generazione dello stacco che ne permetterà il superamento?

“Il focus credo non debba essere tanto quello di risolvere i problemi storici e politici che hanno portato ai conflitti nei Balcani; certo vanno sicuramente conosciuti e studiati, sforzandosi di farlo con un certo distacco, ma i paesi di oggi – dalla Serbia, alla Croazia, fino alla Bosnia e la Slovenia – non sono più quelli di ieri e l’obiettivo della mia generazione penso debba essere piuttosto quello di lavorare su altri importanti temi – nel nostro caso a livello regionale – che li riguardano: la rimozione delle barriere di qualsiasi natura, la crescita e lo scambio economico, lo sviluppo energetico e delle infrastrutture, la libera circolazione di mezzi e persone, l’istruzione e la ricerca scientifica, lo spopolamento che caratterizza ormai da diversi decenni tutti i Balcani Occidentali. Noi siamo la generazione della transizione: lo sforzo deve essere quello di trovare e sviluppare temi comuni, temi europei, per permettere alle prossime generazioni di abbattere i muri, di superarli disegnando e realizzando una nuova dimensione d’area”.

[Ilija Janković: Nato a Požarevac in Serbia, arriva a Trieste nel 1993 a seguito dello scoppio del conflitto nei Balcani; frequenta le scuole e l’ateneo del capoluogo giuliano laureandosi nel 2012 in ingegneria edile, a cui si aggiunge un master in project management. Ha lavorato per la multinazionale friulana Danieli a Buttrio (Udine) e al Cairo, in Egitto fino al 2015; una volta fatto ritorno a Trieste, ha lavorato per Enerlife, una start-up locale attiva nei settori cleantech e digital energy. Dal 2020 lavora per Eni a San Donato Milanese, dove si occupa di open innovation e trasformazione digitale dei business industriali.]

n.p