“Sulla corsa” di Mauro Covacich: un inno d’amore dentro un lungo addio

“Anch’io sono un maratoneta stanco, sin da ragazzo procedo controvento, eppure non riesco a cambiare direzione.” (In libreria da oggi, 15 aprile 2021)

15.04.2021 – 18.17 – Un lungo addio, un fremito costante che traballa nei ricordi. Un inno all’amore di una vita. In questo libro (Sulla corsa, La Nave di Teseo) per Mauro Covacich, l’amore non è una donna, ma la corsa. E la corsa è anche la grande madre che ha covato e partorito tutta la sua vita, e buona parte della sua scrittura. Dalle prime pagine, Covacich ci racconta la freschezza di questo amore, la sua nascita e i suoi maestri, l’incontro con il grande etiope Haile Gebreselassie che diventerà la sua stella, l’ispirazione alla poetica di un alter ego che verrà desacralizzato nell’Umiliazione delle stelle, per arrivare via via sempre di più ad una parabola di altezza estetica che ci svela quanto la corsa non sia uno sport “Healty, cool e sexy”, quella è roba per corricchianti, ma più simile ad un’arte marziale: “un maratoneta è un samurai senza spada”, sente un richiamo imprescindibile verso una missione, di cosa non si sa esattamente, è una questione personale che si svela passo dopo passo “nell’ascolto del fuori attraverso il dentro dove l’introspezione e l’intimismo diventano le motrici di una resistenza, l’unica arma per vincere l’inarrestabile istinto alla fuga dalla fatica. 

Ma che senso ha tutto questo? Come si può amare una disciplina che ti riduce a brandelli? Chiederà sua sorella: “Ma amatori di cosa?”
C
on una domanda, Mauro Covacich apre gli orizzonti ad una moltitudine di tematiche che difficilmente ci aspetteremmo possano appartenere ad una disciplina sportiva, come la corsa soprattutto, ma ancora una volta lo scrittore triestino ci sorprende e ci sorpassa, per non dire trapassa, con una nuova letteratura.

Sulla corsa è la testimonianza palpabile dell’intero percorso di Mauro Covacich; ci conferma come, attraverso la sua capacità di donarsi al lettore diventando spesso lui l’oggetto della colpa e del ludibrio in una figura moralmente condannabile nella sua oscenità, una vita prenda forma e sostanza sulla carta solo con il coraggio di smaterializzarla dalla sua facciata perbenista, più o meno quello a cui tutti siamo chiamati in una società a interpretare per paura non essere accettati. Covacich no.

La ricerca della verità si eleva a marchio di fabbrica, un dovere a cui è stato chiamato da subito nella sua vita e a cui non può sottrarsi. Piuttosto lo converte, o meglio, lo ricerca attraverso la corsa in un continuo ossimoro tra follia e normalità, il richiamo quasi narcisistico a voler oltrepassare la propria materialità corporea attraverso il movimento del corpo stesso. Appare come una smania di onnipotenza, un masochismo tormentato, un fanatismo fine a se stesso: “la corsa è una malattia mentale” sostiene l’autore nel suo racconto, provoca dolore, fastidio, angoscia, si convive con un costante presagio di fallimento mentre il corpo corre. La paura di non farcela ad arrivare al traguardo diventa per il maratoneta la guerra più dura a cui sottoporsi e sentire, nel momento della fatica alla resistenza, che l’unica cosa che si desidera è la pace. Perché non smettere, allora? È semplice per chi appartiene a questo amore: perché la sconfitta che si proverebbe ad aver fatto prevalere il dionisiaco sull’apollineo, la materia grezza del corpo, piuttosto che la resistenza estetica della mente che ha ascoltato ogni urlo di ogni singola parte del fisico, sarebbe letale. Rimettersi in piedi richiederebbe molta più fatica di una maratona e la colpa si tradurrebbe in fallimento.

Chi non ha mai provato tutto questo in un amore folle? Il tormento, la passione, il dolore, il senso di appartenenza anche se si è convinti di morire, l’umiliazione e l’urgenza di ricascarci dentro ogni volta che si può, sono il leitmotiv di una storia d’amore. E quale sentimento più dell’amore accomuna ogni essere umano, uomo o donna che sia? 

Covacich ci sorprende anche in questo, raccontandoci come la corsa non faccia distinzioni; non si tratta più di una questione di forza fisica, bensì di resistenza, la capacità di restare connessi con il ritmo del proprio tempo, dal dentro al fuori, in un flusso magnetico che definisce la misura della propria esistenza. La corsa è la misura. Il corpo è il mezzo con cui sperimentarla. La mente è l’ingranaggio che permette il movimento. Il movimento è l’eterno ritorno a se stessi. Aspetti, questi, delicati ed estetici, che chiamano all’intimità e all’introspezione, caratteristiche per l’autore più vicine al femminile che al maschile, ma presenti comunque in entrambe le dimensioni.

La corsa, quindi, si innalza a simbolo di ricerca fino a diventare poetica quando l’autore trova correlativi gemelli nella letteratura classica, come l’Iliade e l’Eneide, la spiritualità dell’infaticabile Pallade Atena “espressione olimpica delle arti e della sapienza”, la guerra come promessa di resistenza, la tela di Penelope come similitudine di scrittura nel cucire e scucire, in un ingegno sottile che si traduce in inganno, nei grandi eroi greci come Odisseo che “vince perché è l’eroe che ritorna”.
Ecco cos’è la corsa: il ritorno a casa, sempre e comunque. “Correre è tornare, tornare è cucire, cucire è scrivere, scrivere è ingannare”. Covacich, fra tutti gli eroi, sceglie i meno virili, ma i più saggi: sia Penelope che Odisseo resistono alla tentazione di mollare usando l’intelletto, in una corsa sia fisica che emotiva e per farlo devono ricorrere all’astuzia che, inevitabilmente, porta all’inganno. 

Fare e disfare la trama, il verso della metrica chiamato piede, l’andare su e giù della vita come un canto, il susseguirsi dei passi che si schiantano sull’asfalto sono metafore della verità, la stessa che l’autore ha sempre ricercato nei suoi libri, ma che può esistere solo sotto forma di inganno. “Le persone non possono accedere direttamente alla mia vita, ma solo attraverso il racconto che ne offro. La verità, quindi, viene fuori per negazione.” Una verità, possiamo dire, che ha sufficientemente nutrito l’autore nei suoi tormenti passati per portarlo, oggi, a offrirci un’opera rinnovata, slegata da turbamenti emotivi, ma partecipe tuttavia di una resa dei conti con la sua vita. 

La dipendenza che Mauro Covacich ci svela nei confronti della corsa è serena e trasparente, una conferma ulteriore che la sua “malattia” del correre non aveva nulla a che fare con la dimensione sportiva in quanto tale, bensì con l’urgenza di sfruttare il suo corpo, la sua parte dionisiaca, in una dimensione performativa che lo mettesse sempre di fronte ai propri limiti. 

La consapevolezza di questo amore tossico si convertirà in una nuova tendenza: il fumo. Quando il maratoneta riceve la diagnosi della sua ipertrofia al ventricolo sinistro è costretto a disintossicarsi dalla dipendenza, spesso esasperante, della corsa. Ma la necessità stravagante di usare il corpo come mezzo di esplorazione continua nel fumo, quasi a sottolineare l’estetica della corsa, la sua alterigia. 

A questo punto il percorso di redenzione si completa in un ultimo atto di addio: l’autore si osserva dal di fuori in una fase di distacco, dove l’amore, la dipendenza, l’ossessione non fanno più male, ma si elevano invece in una malinconica memoria, in un lirismo maturo, dove accettare di correre accanto alla “colorita moltitudine dei corricchianti” è il sigillo definitivo del suo amore, che adesso può essere condiviso.

f.s