Spotify e artisti emergenti: fare carriera è possibile? La storia di Biagio

17.04.2021 – 11.30 – Di questi tempi, in un mercato musicale sempre più saturo di artisti e generi differenti, è sempre più difficile riuscire a farsi notare e fare della propria musica una professione. In Friuli Venezia Giulia, ad aver imboccato con discreto successo questa strada, è Biagio Sponton, producer e cantante di Cervignano del Friuli, che dalla cameretta di casa, autoproducendo la sua musica, è riuscito ad abbattere le barriere della comfort zone raggiungendo più di 30 milioni di ascolti su Spotify con risultati importanti nelle playlist ufficiali, come ad esempio la New Music Friday Global. La storia di come ha iniziato non dista molto da quella di tanti altri giovani che hanno intrapreso questo tipo di percorso: dopo aver provato diversi strumenti musicali, la sua passione per la musica prende il via grazie allo studio della chitarra da autodidatta, ma si alimenta sempre più con la scoperta di alcuni artisti statunitensi che lo portano ad avvicinarsi maggiormente all’hip hop. Intorno ai 18/19 anni inizia a creare la sua “musica personale”, quella che va contro ogni tendenza del momento, una sorta di vero e proprio “anti-pop” con influenze R&B e hip hop, caricandola su SoundCloud senza andare alla ricerca di visibilità o guadagni: la musica, infatti, è sempre stata la sua valvola di sfogo. Ed è proprio da SoundCloud che, nel periodo intorno al 2015, all’inizio della sua promozione, sono arrivate le prime risposte positive, soprattutto dal panorama statunitense.

Hai avuto molto successo grazie a Spotify – oltre 30 milioni di ascolti non sono pochi – cosa molto particolare visto che tanti altri sono partiti da qualche talent. Come mai tu non hai scelto di intraprendere quella strada?

“Sono sempre stato affascinato da quello che è underground piuttosto che il mainstream e, soprattutto, non voglio essere etichettato come ‘quel musicista che fa quel genere di musica’. Purtroppo, partecipando ad un talent devi dimostrare che sei capace di fare quello che fai e devi, in un certo senso, accontentare il pubblico. Per questo ho sempre cercato di distaccarmi e creare qualcosa che prima di tutto potesse piacere a me. Spotify è arrivato un po’ a caso. Su questa piattaforma ho lanciato due progetti: uno strumentale di basi hip hop e chill che è Slowheal e uno in cui canto, Rayless. Slowheal è nato quando Rayless ha iniziato a starmi un po’ stretto, è una valvola di sfogo creata senza il fine di avere un grosso seguito. Ho lanciato questi progetti senza alcun fine, solo pensando ‘o la va o la spacca’ e mi promuovevo su Instagram. Dopo qualche mese il tutto ha iniziato a funzionare, tant’è che Spotify stesso mi ha promosso nelle sue playlist ufficiali”.

Quindi possiamo dire che è con Spotify che ti sei reso conto di avere tra le mani qualcosa che effettivamente avrebbe potuto funzionare?

“Diciamo di sì, anche se in realtà prima di Spotify ho ottenuto risultati con SoundCloud, nonostante non l’abbia mai fatto per soldi o per fama. Ed è anche per questo che ho detto no ai talent, non sono mai stati il mio focus, a me piace creare qualcosa con cui posso esprimermi al meglio e credo che questo sia sempre stato un punto di forza. Ho lanciato questi due progetti perché volevo costruire un mio catalogo di canzoni indipendente, volevo avere il controllo sulla mia musica senza dovermi affidare ai talent o ad alcune etichette”.

Quello che fai su Spotify lo consideri un vero e proprio lavoro? È sufficiente per mantenerti?

“Nella mia situazione sì, anche se io non guadagno solo da Spotify ma anche da altri store online. Per poterti mantenere interamente con questa piattaforma c’è bisogno di un numero decisamente alto di ascolti. Sono fermamente convinto che non sia una fonte di guadagno su cui fare troppo affidamento ma è comunque utile agli artisti per mettere da parte qualcosa”.

Si può dire che arrotondi…

“Sì, i dischi non si vendono più e ormai si devono fare gli streaming se ci si vuole mantenere e ovviamente i concerti, la maggior parte degli artisti guadagna da quelli”.

Come tutte le cose, Spotify ha i suoi vantaggi per quanto riguarda gli artisti emergenti. Quali sono stati per te?

“È una domanda la cui risposta non è certamente semplice. I vantaggi si trovano dal punto di vista della fruibilità della musica: sia da artista/autore sia da utente pago una quota mensile e posso ascoltare tutti gli artisti (non necessariamente conosciuti o mainstream) presenti sulla piattaforma e questo, di conseguenza, permette di dare spazio a chiunque. e non solo di farsi ascoltare ma anche di guadagnare o costruire una vera e propria carriera”.

E per quanto riguarda gli svantaggi?

“Sicuramente uno degli svantaggi è il fatto di essere un’azienda a livello globale e quindi non tutela l’artista. Purtroppo, non essendo sotto un’etichetta, sei ‘buttato’ in mare aperto e devi essere in grado di gestire tutto al meglio. Da un altro punto di vista, quello dei guadagni, recentemente dall’azienda si riceve un compenso basso in quanto molti degli utenti usano un account gratuito”.

Foto di Anna Rinaldi Photography

Che cosa suggeriresti ai giovani che vorrebbero intraprendere una carriera nel mondo musicale?

“Innanzitutto, di provare a buttarsi. L’ho provato in prima persona. Molte volte avevo paura, ad esempio di rilasciare qualche brano, ma poi, quando l’ho fatto, mi sono accorto che stava funzionando. In secondo luogo, secondo me, è importante capire che ci sia sempre qualcosa in più da imparare e cercare di creare un qualcosa che rispecchi la persona ma che al contempo sia di qualità, senza avere troppo interesse (almeno all’inizio) di essere conosciuti e di ricevere un guadagno. È fondamentale anche ‘fregarsene’ di quello che pensano gli altri, se ti piace fare una cosa falla, senza sentire il peso di essere giudicato. Personalmente, all’inizio davo molto peso a quello che potevano pensare gli altri e la cosa mi buttava un po’ giù ma con il tempo ho visto che le cose stavano iniziando a funzionare ed ho iniziato a parlare più apertamente di quello che sto facendo e ora i miei amici lo danno per scontato”.

E invece a chi vuole intraprendere questo tipo di percorso su Spotify?

“Prima di focalizzarsi su un percorso su Spotify, secondo me, è importante creare un proprio stile musicale, un proprio progetto che valga la pena essere ascoltato. Bisogna essere capaci di trovare un compromesso tra quello che piace personalmente e quello che potrebbe piacere al pubblico. In più credo che ci sia il bisogno di avere sempre nuovo materiale da rilasciare con costanza, ma in cui ci sia il giusto compromesso tra qualità e quantità, soprattutto se si lavora in proprio con mezzi limitati, perché non è semplice intraprendere una carriera artistica, bisogna dedicarci del tempo per cui non sei pagato, ma è tempo impiegato su se stessi che bisogna portare avanti ma soprattutto in cui bisogna crederci fino in fondo. Io non sono mai arrivato al punto di pensare ‘ma chi me l’ha fatto fare”, anzi, continuo a ripetermi ogni giorno ‘se non mi viene oggi, mi verrà domani’, ci ho sempre sbattuto la testa e tutt’ora cerco di farlo perché ci vuole tanta convinzione e caparbietà per creare tanta musica”.

E per il futuro? Hai già qualche progetto?

“Sicuramente ne ho troppi. Uno è, spero a fine pandemia, quello di esibirmi in qualche grande città italiana, per esempio la mia preferita, Milano. Ma mentre spero in qualche evento dal vivo, c’è un progetto più concreto, il nuovo album di Rayless. Infine, un domani vorrei utilizzare quello che ho imparato trasferendo il mio esempio ai giovani artisti emergenti con cui, magari, potrei addirittura collaborare”.

a.b