Cose dell’altra Europa: la nuova presidente del Kosovo e altre notizie importanti

Balcani Occidentali

12.04.2021 – 10.10 – Kosovo: Vjosa Osmani (38 anni) è state eletta presidente del paese. Guxo!, il movimento che ha fondato dopo esser stata cacciata dalla Lega democratica del Kosovo (Ldk) lo scorso anno, si è presentato alle elezioni di febbraio in coalizione con la forza di sinistra ultranazionalista Vetevendosje di Albin Kurti, con cui ha sbaragliato gli avversari, incassando il 50.3% delle preferenze, un risultato mai ottenuto finora.
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erché conta: Che una donna con meno di 40 anni ascenda alla massima carica di uno Stato balcanico è già una notizia in sé, sebbene non sia la prima volta nella pur breve storia del Kosovo indipendente. Già nel 2011 nel paese con l’età media più bassa d’Europa – la metà dei kosovari ha meno di 25 anni – venne eletta presidente la 35enne Atifete Jahjaga. Ma Osmani, già presidente del parlamento nella precedente legislatura e presidente ad interim dopo le dimissioni di Hashim Thaçi, chiamato a difendersi dall’accusa di crimini di guerra al Tribunale speciale dell’Aja, ha un profilo molto diverso rispetto a Jahjaga. Professoressa di diritto all’Università di Pristina, Osmani non è una comparsa collocata in una posizione di rilievo da qualche uomo che poi continua a detenere il potere effettivo – come la premier serba Ana Brnabić, un’altra delle poche donne ai vertici nei Balcani occidentali, notoriamente una marionetta di Vučić. Già parte del team di avvocati che perorò la causa dell’indipendenza del Kosovo (2008) nelle sedi internazionali, Osmani si è dimostrata molto ambiziosa e risoluta. Dopo esser stata espulsa dalla Ldk, si è reinventata lanciando Guxo! giusto un mese prima che il paese andasse alle urne. Dei circa 440 mila voti che ha incassato la coalizione capitanata da Vetevendosje la giurista ha incassato da sola più di 300 mila preferenze. E il prestigio dell’astro nascente della politica kosovara non deriva soltanto dal favore di cui gode in patria. Osmani è vista dai partner occidentali, Usa e Ue, come una figura di garanzia autorevole, un’interlocutrice accomodante e razionale rispetto al premier in pectore Kurti, già defenestrato lo scorso marzo dopo solo un mese di governo, su pressioni del responsabile per il dialogo Belgrado-Pristina Richard Grenell, nominato nel 2019 dall’allora presidente Donald Trump. 

Per approfondire: Kosovo: Osmani presidente, largo ai giovani [Osservatorio Balcani e Caucaso]

Serbia-Cina: Martedì 6 aprile il presidente della Serbia Aleksandar Vučić si è vaccinato contro il coronavirus, postando il video su Instagram. Tra i vari vaccini disponibili in Serbia, l’autocrate serbo ha scelto il cinese Sinovac.
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erché conta: Come scritto nella scorsa edizione di questa rubrica, per la Serbia la pandemia rischia di trasformarsi nel più grande successo di soft power dal 2000 ad oggi, soprattutto grazie al consolidamento dell’asse con Pechino. Vučić si è prodigato affinché il concetto arrivasse chiaro a tutti, anche all’estero: oggi Belgrado vuole parlare cinese, sebbene l’Ue resti sia il principale partner economico della Serbia sia l’orizzonte ultimo – sulla carta – della sua politica estera. Ma i numeri e i trattati non contano: la campagna mediatica si nutre di gesti simbolici, di (studiate e mai improvvisate) dimostrazioni di affetto che iscrivano nelle menti degli spettatori-elettori un messaggio memorabile e immediato. Poco più di un anno fa, era stato un bacio a suggellare iconicamente la luna di miele tra Belgrado e Pechino, quello dato da Vučić alla bandiera cinese accogliendo all’aeroporto di Belgrado i medici inviati dalla Cina. La scorsa settimana è arrivata la vaccinazione a favore di telecamera. Appena ricevuta l’iniezione, l’uomo forte di Belgrado ha dichiarato: “Sto benissimo, come se non avessi fatto nulla”,  l’unica affermazione pronunciata in inglese. Non serve essere raffinati studiosi di geopolitica per cogliere il sottotesto dell’operazione del presidente serbo. Nel suo paese sono al momento disponibili quasi tutti i principali vaccini prodotti nel mondo: oltre al Sinovac, anche lo Sputnik V (Russia) e gli occidentali Pfizer BioNTech e AstraZeneca. Scegliere di farsi inoculare il farmaco cinese, nonostante questo sia ritenuto meno sicuro degli ultimi due, già approvati dall’Agenzia europea per i medicinali (Aem), significa trasmettere l’idea che ciò che viene dalla Cina è oggi efficace quanto, se non di più, ciò che proviene dall’Ue. Utilizzare un prodotto così visibile e connotato in termini positivi (il vaccino è l’arma che salverà dal coronavirus) per veicolare questa comparazione ha un potente effetto simbolico. Anche perché in questo caso non si tratta di mere dichiarazioni retoriche, ma di una decisione che riguarda direttamente la salute del presidente – ammesso che il vaccino nella siringa fosse effettivamente il Sinovac. Considerati anche i ritardi e le negligenze (realmente accaduti o imputati) dell’Ue, incapace di consegnare in tempi brevi i vaccini approvati dall’Aem, Bruxelles esce umiliata dal confronto con il rivale asiatico (e con quello russo).

Per approfondire: “La Serbia deve ancora risolvere i danni dell’era Milošević”. Vuk Vuksanović, esperto di geopolitica serba 

Europa Centrale 

V4: Secondo un report appena pubblicato da Eurostat, Cechia (5%), Ungheria (2%), Polonia e Slovacchia (1%) sono tra gli Stati Ue con la più bassa percentuale di cittadini stranieri. Includendo sia cittadini non Ue (5%) che cittadini Ue che risiedono in uno Stato diverso da quello di cui detengono la cittadinanza (3%), la media Ue è 8%.
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erché conta: Tradotto: i quattro Stati del Gruppo di Visegrád (V4) si confermano paesi pressoché monoetnici. Che l’Europa post-comunista non sia un luogo accogliente – specie fuori dalle capitali – per persone di cultura e provenienza non europea non suonerà come una novità. Tuttavia, distinguendo tra stranieri extracomunitari e stranieri con in tasca il passaporto Ue, il report dell’Eurostat illumina anche un dato meno citato dalle cancellerie mitteleuropee: gli Stati del V4 non sono Stati attrattivi per la popolazione comunitaria. Il cittadino Ue medio non pare infatti interessato a trasferirsi in Europa centrale, nonostante l’impetuosa crescita economica che questi paesi stanno vivendo da quasi due decenni stia portando i tenori di vita sempre più vicini al livello di quelli dell’Europa occidentale. I fattori che spiegano questa ritrosia sono molteplici – contano, per esempio, le lingue di non immediata comprensione, i sistemi di welfare deficitari, la scarsa conoscenza all’estero di questi paesi e delle opportunità che offrono. È probabile che anche il clima politico giochi un ruolo nello scoraggiare il trasferimento oltrecortina. Andando a intaccare il pluralismo delle società e la possibilità di auto-realizzazione del singolo, le politiche autocratiche perseguite da Fidesz e Pis rendono i loro paesi poco attrezzati per integrare e valorizzare quella manodopera qualificata cosmopolita che si trasferisce invece volentieri altrove. Inoltre, la retorica xenofoba adottata, fin dalla cosiddetta “emergenza rifugiati” del 2015, dalla Fidesz di Viktor Orbán in Ungheria e dal Pis di Jarosław Kaczyński in Polonia sporca l’immagine di paesi moderni e civilizzati che questi due Stati vorrebbero proiettare verso Ovest per potersi fregiare di esser riusciti davvero a riscattarsi dalla cattività sovietica. Nota conclusiva, la crociata in difesa delle radici cristiane del continente scatenata da Orbán e soci ha bersagliato soprattutto i musulmani: anche loro risultano però pressoché assenti in tutta la regione. Non raggiungono lo 0.5% della popolazione in nessuno dei quattro Stati che formano il V4

Per approfondire: MIGRANTI: la Corte Ue condanna Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca [East Journal]

Polonia – Lo scrittore Jakub Żulczyk è stato incriminato per aver definito il presidente Duda uno “stupido” (moron) in un post su Facebook. Rischia fino a tre anni di carcere. È il primo scrittore processato in Polonia per un reato d’opinione dopo la fine del comunismo:
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erché conta: Sebbene l’ufficio stampa di Duda abbia precisato che non è stato il presidente a sporgere denuncia, e che l’incriminazione è partita come una sorta di atto d’ufficio, la vicenda ha subito generato allarme nell’opinione pubblica polacca. Chiunque frequenti i social network dovrebbe essere abituato a incappare in ingiurie ben più pesanti di “idiota” rivolte a personaggi pubblici e figure politiche. Che queste si trasformino automaticamente in processi penali, perdipiù senza che sia la parte lesa a richiederlo, non è una prassi comune in Unione europea. Nella Polonia plasmata dal PiS la libertà d’espressione non è vista come un valore assoluto, bensì come un diritto individuale che non può ledere il buon nome e il prestigio di chi esercita il potere. Come riportato da Emerging Europe, dal suo insediamento nel 2015 la coalizione ultraconservatrice capeggiata dal PiS ha inasprito le pene per i reati di offesa a rappresentanti delle istituzioni e di vilipendio alla religione. Così, in Polonia vigono oggi nove diverse leggi che puniscono vari tipi di offese, tra cui una relativa ai simboli dello Stato. Tutte prevedono la possibilità di pene detentive. L’articolo 135, comma 2, del Codice penale polacco recita: “Chiunque insulti il presidente della Polonia in pubblico può essere privato della libertà personale per un periodo di massimo tre anni”. Questa la pena che adesso rischia Żulczyk. Il suo caso personale rileva nel contesto dell’offensiva contro il dissenso che l’esecutivo polacco sta conducendo da sei anni a questa parte. Offensiva entrata di recente in una fase di notevole attivismo, come confermato dall’acquisizione della proprietà di un conglomerato di testate da parte di Pkn Orlen, la compagnia energetica statale vicina al governo. La linea è tracciata. Il PiS non intende tollerare voci critiche, né dei suoi esponenti, né del suo operato. Per gli ultranazionalisti, criticare loro equivale a criticare la Polonia tout court. Non esistono spazi intermedi, la società si compone di seguaci e di nemici: i primi vanno premiati, i secondi repressi.  

Per approfondire: Come il governo sovranista polacco sta silenziando tutti i giornali dell’opposizione [Linkiesta]

s.b