“Per la Slovenia, Europa centrale significa solo una cosa: Vienna”. Boštjan Udovič, esperto di geopolitica slovena

07.04.2021 – 09.30 – La Slovenia è vicina ma resta un arcano. Vincolata ai Balcani per lingua, storia ed economia, la più settentrionale delle repubbliche ex jugoslave ha sempre rivendicato strenuamente il diritto di appartenere all’ecosistema post-asburgico. Una rivendicazione perennemente frustrata dall’eterno ritorno dello spettro dell’ex Jugoslavia, il recinto dove tanti partner occidentali spesso inseriscono ancora gli sloveni, a trent’anni dall’indipendenza e a diciassette dall’entrata nell’Ue.
D
opo l’approfondimento sulla politica estera della Germania con Lorenzo Monfregola e quello sulla geopolitica della Serbia con Vuk Vuksanović, abbiamo parlato con Boštjan Udovič, professore associato di Relazioni internazionali all’Università di Lubiana, di come la Slovenia abbia cercato e cerchi di stare in equilibrio tra questi due mondi: la Mitteleuropa e i Balcani.

Partiamo dalle percezioni. Cos’è la Mitteleuropa secondo gli sloveni??

Nella forma mentis slovena, significa solo una cosa: Vienna. Vista da Lubiana, la Mitteleuropa è sempre e soltanto l’Austria. Ma oggi non è più così: l’Europa centrale non è più solo Vienna, ma sono Vienna, Praga, Budapest, Varsavia. 

E i Balcani invece? 

Non lo si può dire con certezza. Un esempio eloquente? Nella strategia di politica estera della Slovenia pubblicata nel 2015 si legge: “la Repubblica della Slovenia è un paese centro-europeo e mediterraneo, adagiato nel cuore della regione alpino-adriatico-danubiana e punto di incontro tra Europa occidentale e Balcani occidentali”. Ma, nelle varie versioni precedenti alla pubblicazione definitiva, la menzione dei Balcani occidentali continuava ad essere tolta e rimessa, tolta e rimessa. Non tutti erano d’accordo a definire la Slovenia un “punto di incontro tra Europa occidentale e Balcani occidentali”. In questi momenti capisci che regna molta confusione.
C
omplessivamente, gli sloveni hanno ancora paura di venir considerati una popolazione balcanica. Prima dell’indipendenza, tra gli sloveni si usava dire “noi non siamo come i serbi: quando loro ballano kolo, noi balliamo walzer”. Allo stesso modo, oggi, quando gli sloveni leggono che la Croazia non rispetta lo Stato di diritto, pensano “ecco i Balcani, noi siamo un’altra cosa”. Nella percezione popolare degli sloveni, il confine tra Slovenia e Croazia non è solo quello tra Slovenia e Croazia: è la frontiera tra Europa e Balcani. Questo è uno dei motivi per cui la Slovenia non vuole che la Croazia entri in Schengen.
Ma è non un approccio molto lungimirante. Come nel caso della disputa della Baia di Pirano, sloveni e croati non hanno capito che, comunque vada, rimarranno sempre qui, in questa regione. Conviene essere amici, se si vuole ottenere qualcosa nell’arena comunitaria. Lì contano le amicizie, le connessioni, i blocchi.

Traducendo le percezioni popolari in politica estera, come si è evoluta questa tensione tra Mitteleuropa e Balcani dall’indipendenza della Slovenia (1991) alla sua entrata nell’Ue (2004)?

Nella prima parte (1991-1996), Lubiana mirava innanzitutto a scappare dai Balcani. Ribadire al mondo di non essere né Zagabria né Belgrado, in nessun aspetto: politico, culturale ed economico. La Slovenia voleva essere solo e soltanto Mitteleuropa. Una posizione ideologica, che non si è tradotta in nulla di concreto.
T
ra 1996 e 2002 c’è stato un consolidamento di questa “Weltanschauung”. la Slovenia si sentiva emancipata dai Balcani e se n’è disinteressata.
Dopo la caduta di Slobodan Milošević (2000) e il famoso Consiglio europeo di Salonicco (2003), questa posizione è mutata ancora: Lubiana è tornata nei Balcani. Ha dovuto ammettere a sé stessa che in un qualche modo sarebbe sempre rimasta legata all’ex Jugoslavia.

Come si è trovata la Slovenia nell’Ue, una volta dentro?

Ha cercato di diventare un membro normale, capace di interagire alla pari con gli altri. Un processo di normalizzazione che si è interrotto con la crisi economica 2008-2009, che ha distaccato molti sloveni dall’Ue.
U
no dei limiti della politica estera slovena è che muta costantemente in base al colore del governo del momento. Di norma, il centro-sinistra tende a orientarsi sull’asse Berlino-Bruxelles-Parigi e accetta di vedersi riconosciuto un legame con i Balcani occidentali. Il centrodestra predilige l’asse Berlino-Vienna, e rifiuta la funzione di ponte tra Ue e i Balcani occidentali.
Questa incapacità di fare sintesi è emersa nitidamente nel decennio 2008-2018. Per la Slovenia, quegli anni sono stati un vacuum. La politica estera slovena era abulica, letargica, spesso ondivaga. Non era chiaro cosa volesse perseguire davvero. In un certo periodo sembrava che puntasse a orientarsi ancora verso l’Europa centrale, poi si sono fatti dei passi verso gli Usa, in seguito addirittura verso la Russia. Concretamente, tutte queste sono rimaste velleità, intenzioni teoriche senza traduzioni nella pratica.
Nel 2018, avendo la necessità di iniziare a preparare il semestre di presidenza europeo [luglio-dicembre 2021, ndr], sembrava che Lubiana avesse infine deciso di allinearsi all’Europa occidentale. In quel frangente la Slovenia, governata da un esecutivo progressista e liberale, si distingueva da alcuni paesi dell’Europa centrale, come Ungheria e Polonia, che si stavano allontanando dall’Ue.

Poi, un anno fa, è arrivato il terzo governo Janša.  

Con l’insediamento di Janez Janša, c’è stata l’ennesima inversione di rotta e la Slovenia si è rivolta, di nuovo, verso l’Europa centrale. 

È per questo che ha aderito al Central 5 (C5), il raggruppamento mitteleuropeo formato da Slovenia, Austria, Cechia, Slovacchia e Ungheria per coordinare la risposta alla pandemia? 

Al momento, più che una cooperazione tra i paesi, questo format mi pare più una cooperazione tra primi ministri. A mio avviso, l’architetto del C5 è Sebastian Kurz. Integrando la regione attorno all’Austria, il cancelliere austriaco punta a costituire un blocco regionale alternativo a Berlino e a Bruxelles. È una riedizione dell’Impero asburgico, un’ambizione di grandeur con cui Vienna può cullarsi nell’idea di tornare ad essere un centro decisionale. Ma né Budapest né Praga sembrano intenzionate a prestarsi a questo gioco: oggi i centri decisionali vogliono essere loro. 

Questo sodalizio può ambire a rimpiazzare il Gruppo di Visegrád (Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia), permettendo finalmente alla Slovenia di entrare in Europa Centrale?

Credo che la collaborazione tra i paesi del C5 abbia limiti strutturali. Sono troppo diversi. In primis per la storia. Durante i 75 anni di Jugoslavia vissuti dalla Slovenia, l’Austria si è integrata perfettamente nel mondo cristiano-occidentale. Ungheria, Cechia e Slovacchia hanno invece alle spalle un mezzo secolo di comunismo di stampo sovietico.
A
l momento i due consorzi – C5 e V4 – sono complementari. Ma, nel caso insorgessero divergenze a livello europeo, credo che sarebbe il V4 a prevalere. È molto più coeso.

Spostandoci verso ovest, com’è oggi il rapporto tra Lubiana e Roma? 

Molto disteso. La riconsegna del Narodni Dom alla comunità slovena è stato un passaggio simbolico molto importante. Ha segnalato che i due paesi hanno una comunicazione amichevole. I dissapori emergono ciclicamente ogni 10 febbraio, per il Giorno del Ricordo. Lì esplodono le polemiche, come nel caso delle dichiarazioni di Antonio Tajani a Basovizza due anni fa. Si fa un po’ di clamore per un paio di giorni, poi le acque si calmano e non se ne parla più fino all’anno successivo. Le vertenze storiche tra Italia e Slovenia, a mio avviso, sono chiuse. 

E quelle commerciali? I porti di Trieste e Koper/Capodistria sono destinati a essere rivali? 

Si potrebbero sviluppare delle sinergie, ma restano due porti che competono per gli stessi clienti. Lo si è visto nel caso dell’Ungheria: inizialmente aveva puntato su Capodistria e ora ha virato su Trieste.  Sono troppo vicini, in un territorio molto stretto. Questa competizione, a mio avviso, danneggerà entrambi gli scali. 

Perché? 

Se includiamo anche Rijeka/Fiume, nell’arco di 100 km operano tre porti rivali. Nel resto d’Europa non accade: in 100 km hai un unico hub, con i porti vicini che agiscono da satelliti. E credo che anche nell’Alto Adriatico andrebbe sperimentata una soluzione simile: identificare un unico porto per l’intera Europa centrale. Ma non accadrà.
I
l problema è lo stesso, per la cooperazione economica, per le minoranze etniche oltreconfine, per i lavoratori transfrontalieri:  in un territorio profondamente unito e storicamente integrato, ci sono tre Stati. Va risolto, se si vuole crescere tutti. Non sono idealista: non penso né all’unificazione, né a una macroregione alto-adriatica. Credo però che si potrebbe creare un distretto economico tra Friuli-Venezia-Giulia, Slovenia e Croazia.

Le popolazioni dalle due parti del confine italo-sloveno sono pronte per questo scenario? Esiste al momento una cooperazione tra Trieste e le principali città dell’Istria slovena (Capodistria, Izola/Isola e Piran/Pirano)? 

È molto esigua. C’è poca collaborazione e molta animosità. E parliamo di 40 km. Gli abitanti della provincia di Trieste non conoscono queste cittadine: ci vanno solo per bere e mangiare, ma non conoscono la cultura e gli Stati in cui sono inseriti, le possibilità di cooperazione, i progetti che vengono lanciati. Lo stesso vale per gli sloveni: non conoscono Trieste.
I
o conosco dieci, quindici luoghi di Trieste, ma non ho presente le possibilità di cooperazione in ambito culturale. Nella testa di alcune persone, da entrambe le parti del confine, sono rimasti in vigore gli schemi del Novecento: a Trieste vivono i fascisti, dall’altra parte i comunisti.
Per molti sloveni che abitano vicino al confine, Trieste si è ridotta a mera meta di shopping. Così come alcuni miei studenti, che vivono in Italia, mi raccontano di essere stati solo una o due volte a Pirano, Isola, Capodistria. Serve un cambio di mentalità.
Questa percezione alterata è uno dei limiti alla creazione di quell’unico distretto integrato sul piano economico, non politico, di cui accennavo sopra. Un progetto che potrebbe diventare un modello per l’Unione europea.

s.b