Quando Carlo Marchesetti scriveva per la SGT: Dante e le Alpi Giulie

03.04.2021 – 08.30 – Nell’occasione del lockdown di quest’ultimi mesi molte agenzie di viaggio hanno provato a proporre alternative “virtuali” che fossero attraverso semplici Google Tour, esperienze con visori di realtà aumentata, giungendo a proiezioni sull’esempio del Tiare Shopping.
E tuttavia quest’esperienze mancano di un impercettibile “qualcosa”, di una sfumatura che solo il viaggio dal vivo può trasmettere. In tal senso una maggiore consolazione può giungere dai resoconti di viaggio, dai diari, dai reportage di esploratori e gironalisti.
Gli alti costi connessi a illustrazioni e litografie durante il diciannovesimo secolo favorivano da parte dei cronisti l’uso di un lessico estremamente descrittivo, volto a restituire l’impressione pittorica di piante e animali ritratti in punta di penna. Una ricerca del dettaglio favorita dall’alto livello culturale di chi scriveva; all’epoca – nell’ottocento – lo scienziato aveva spesso un bagaglio umanista alle spalle, mentre il reporter a sua volta vantava un background di studi classici che permetteva di mescolare l’appunto scientifico con la citazione letteraria.
Un piccolo esempio viene fornito dal racconto di un’escursione sulle Alpi Giulie redatto da un giovanissimo Carlo Marchesetti per il giornale della Società Ginnastica Triestina di metà ottocento, “Mente Sana in Corpo Sano”.

Naturalista, botanico, paleontologo, archeologo… la personalità di Carlo de/von Marchesetti riflette speculare quella del suo “storico” rivale, Carl Ludwig Moser: accomunati dall’appartenenza alla città di Trieste, dall’indagine sui primordi preistorici del Carso, ma soprattutto dalla fisionomia di scienziato viennese multidisciplinare.
Marchesetti pertanto è il grande naturalista che subentrerà a Muzio Tommasini nella gestione dell’Orto botanico di Trieste; ma in compagnia di Sir Richard Francis Burton è anche il paleontologo che viaggia in lungo e in largo alla scoperta di quei castellieri dei quali fu il primo (serio) studioso.
Un fatto che non deve sorprendere, perché nella cultura vittoriana si poneva tra le Natur-Wissenschaften anche l’indagine sull’uomo nella preistoria. Marchesetti a questo proposito si giustificò affermando che “Studiando l’uomo primitivo, noi studiamo pure gli animali e le piante che gli furono compagni nelle migrazioni, noi studiamo la natura del suolo su cui egli s’aggirava…”

Nel caso del reportage in questione – “Una escursione alle Alpi Giulie” – il Marchesetti predominante è quello naturalista; ma non mancano le annotazioni antropologiche, storiche, persino letterarie. La pubblicazione rientra in un periodo chiave della vita di Marchesetti, in quanto si snoda per i tre mesi di settembre-ottobre-novembre 1875, riferendosi a una scampagnata avvenuta nel mese di agosto.
A un anno di distanza Marchesetti sarebbe ufficialmente diventato direttore del Museo Civico di Storia Naturale di Trieste (20 ottobre 1876). Una svolta importante considerando come due delle tre principali istituzioni culturali di Trieste fossero state affidate a intellettuali giovanissimi: Attilio Hortis direttore della Biblioteca Civica (ottobre 1873) e Marchesetti per il Museo.
Il cambio di direzione, senza negare il talento dei due triestini, era dovuto alla maggioranza liberal-nazionale nel Consiglio Comunale, di buon accordo col podestà Massimiliano d’Angeli.
Attilio Hortis nutriva sentimenti filoitaliani, fiancheggiava il nascente movimento irredentista; Marchesetti rappresenta invece un caso maggiormente delicato.
Il noto botanico infatti collaborava con Il Cittadino, giornale dei liberal-nazionali moderati e nel 1880 pubblicò un articolo sull’Indipendente, ferocissimo giornale repubblicano e irredentista.
Eppure non si può negare come Marchesetti fosse decisamente filoaustriaco; appoggiava la politica coloniale in Bosnia-Erzegovina che riteneva oggettivamente un passo in avanti a confronto con la tirannia ottomana; disprezzava gli eccessi nazionalisti; allo scoppio della Grande Guerra preferì avere posizioni pacifiste. Pure un irredentista quale De Franceschi non mancò di definirlo come “l’ultimo triestino della nobiltà indigena […] che italianissimo di lingua, di costumi, di sentimenti conservasse radicata nell’animo la riconoscente tradizione austriaca di Trieste indissolubilmente attaccata alla monarchia asburgica”.
Eppure sappiamo che accesi filoitaliani come Riccardo Pitteri e Attilio Hortis redassero l’opuscolo celebrativo per le sue nozze; e di come Marchesetti stesso intrattenesse rapporti cordiali coi triestini del partito liberal nazionale.
Allora di questa particella forse dovremmo isolare quelliberale” che era sinonimo per Marchesetti di progresso & libertà; con i cui ideali sicuramente s’identificava.
In questo contesto la scelta di pubblicare sul giornale della Società Ginnastica Triestina non è affatto sorprendente: il “Mente Sana in Corpo Sano” così come la SGT stessa erano nate sull’onda di quelle società sportive e culturali caratteristiche del 1860, espressione di un clima di rinnovamento per Trieste e l’Austria. Fondato dal padre della ginnastica moderna in Italia, il parenzano Gregorio Draghicchio (a sua volta irredentista), il Mente Sana raccoglieva i bollettini sportivi, s’informava dei progressi globali dello sport, pubblicava articoli scientifici su come rafforzare parimenti muscoli e cervello.
E non è nuovamente casuale come un anno dopo la pubblicazione dell’escursione firmata Marchesetti, la SGT fondasse una propria sezione alpina (1876), capitanata dal nuovo presidente Felice Venezian. La sezione ebbe un modesto successo, con due o tre gite all’anno, venendo presto inglobata dalla Società Alpina delle Giulie; ma riprenderà vigore negli anni Venti e Trenta del novecento.
In quest’intreccio tra Alpi, escursioni e fogli liberali, la SGT era anche in buoni rapporti col podestà Massimiliano D’Angeli; a sua volta responsabile dell’incarico di direttore per Carlo Marchesetti. Quando il nuovo sindaco venne eletto, la SGT venne a suonare in piazza “con bandiera e banda”; e a sua volta D’Angeli visitò la SGT durante le feste campestri.
L’escursione di Carlo Marchesetti in questo contesto sembra dunque a buon diritto un incrociarsi di interessi scientifici (la botanica), sportivi (l’escursione, l’arrampicata sulle Alpi) e liberali (la scelta di farsi pubblicare sul Mente Sana, dando l’imprimatur alla SGT).

L’escursione di Marchesetti inizia da Trieste, procedendo verso Gorizia attraverso il Carso; giunge poi a Salcano/Solkan; proseguendo verso Val Canale e arrivando a Tolmino; dopo aver superato Plezzo, il naturalista sceglie di scalare il Monte Moresch; il rientro infine avviene con una sosta a Predil/Raibl e infine discendendo con il piroscafo alla volta di Lubiana.

L’autore illustra il clima caldo e appiccicoso di agosto che lo sospinge a visitare le Alpi Giulie, alla ricerca di quell’aria pura per la quale sanatori come quello triestino venivano costruiti:

Correano i primi giorni d’agosto; il cielo di Trieste s’era fatto cupo, cinereo; un aere pesante, plumbeo gravava su tutte le cose animate: i campi arsi, ogni pianta languida, avvizzita, ripiegata sullo stelo, avida d’una stilla d’acqua, uomini ed animali affranti, mal atti al lavoro. Tutta la natura sembrava in uno stato di torpore.

Il Carso all’epoca era una landa desolata di pietre, crepacci e occasionali greggi di pecore. Marchesetti non resiste a disquisire sulle doline:

Una particolarità del Carso sono quegli sprofondamenti imbutiformi, che si estendono spesso per parecchie centinaia di piedi nel terreno, mettendo capo non di rado ad una o più grotte laterali, e che dalla gente del nostro contado con denominazione slava appellansi dolline (dol-valle). A primo aspetto si sarebbe quasi tentati di crederli tanti crateri di estinti vulcani. Ma tosto il terreno di sedimento ci dimostra l’erroneità di tale opinione.

Quando Marchesetti raggiunge Tolmino, le rimanenze del castello gli ricordano la leggenda di una visita di Dante Alighieri:

Isolato fra l’odierna Tolmino e Tolmino vecchio, si eleva un cono verdeggiante di non molta altezza, al cui vertice esistono tuttora le rovine di un antico castello […] Nessuna memoria, nessuna iscrizione fa fede cui avesse appartenuto il castello e quando fosse stato distrutto.
Solo una pia tradizione racconta che qui si sia rifuggiato l’esule Ghibellino, tenendovisi nascosto per alquanto tempo.

La storiografia ha ipotizzato più volte la presenza di Dante in Friuli, in visita a Udine presso il patriarca Pagano della Torre (1319-32); nell’occasione sarebbe stato anche ospite del conte Enrico II, a Duino del signore Ugone IV, a Pola dei Benedettini del convento di San Michele. E non sarebbe mancata Tolmino, va da sé, il cui fiume gli avrebbe ispirato “Della Natura dei Pesci”.
In realtà, rintracciando le fonti, sembra che Dante non sia mai stato in Friuli; l’errore è attribuibile alla traduzione di Forlì, in latino Forum Livii, che diventa facilmente Forum Iulii, trasformandosi così in Cividale del Friuli… Pertanto invece di scrivere che Dante era stato a Forlì, lo si trasporta direttamente in Friuli. Errore di trascrizione del copista o voluta captazione di Dante?
La questione, specie in questo 2021 “dantesco”, rimane aperta.

.. e in tema dantesco, sempre presso Tolmino, non manca la visita alla grotta di Dante, secondo cui il Vate si ispirò per i canti dell’Inferno:

“Per di qua si arriva alla grotta di Dante” mi sussurra la guida. Oh! Come dolce mi scese al core tal nome! Dunque a queste sponde aggiravasi peregrinando quel Grande, dunque da questi monti, da queste acque spumeggianti, da questi boschi, a questa natura orrida, selvaggia, traeva egli le sue divine ispirazioni! Infilai tosto il viottolo, che conduce alla famosa grotta, ma povero illuso! Invece d’un antro spazioso, ove comodamente potesse internarsi un uomo, ritrovai al margine d’una rupe un augusto foro, pel quale a malapena poteasi andar a carponi un paio di metri. Tuttavia, pensando che quei rozzi contadini, ignari del nostro idioma, ci favellino del Vate italiano e ci additino nelle vicinanze di Tolmino due luoghi fregiati del suo nome, si viene quasi tentati a credere, che un fondo di verità ci sia pur sotto.

Una litografia raffigurante la grotta di Dante a Tolmino (1865) alla mostra Il Dante ‘Adriacus’: una storia risorgimentale

Le vicende della grotta, tuttora di Dante, sono esemplari di una costruzione identitaria che affianca l’intellettuale al popolino. Marchesetti infatti conosce la leggenda, è consapevole quale uomo borghese della sua base storica, ma nel contempo constata anche come ne siano convinti gli abitanti locali, per i quali il “signor Dante” nei secoli ha assunto i caratteri di una figura mitica. Un mago, uno stregone che si mescola al folklore locale ormai slegato dalla figura di poeta della Commedia. Questa peculiare costruzione dantesca, così come i suoi legami con la SGT, sono stati indagati nella mostra “Il Dante ‘Adriacus’: una storia risorgimentale” della Ginnastica Triestina.

Il resoconto dell’escursione non manca di umorismo: Marchesetti ironizza sugli Inglesi che “in ogni villaggio pretendono trovare camerieri in frack ed in cravatta bianca”; quando è alle prese con una strada impervia si chiede “se sia costruita da una società cooperatrice di calzolai, tante ne sono le scabrosità, le infossature, le pietre smosse, che ad ogni passo ci avvertono di tener bene aperti gli occhi se non vogliamo far conoscenza col nostro naso”.

Generalmente tuttavia per tutte e tre le parti che compone il reportage dell’escursione prevale un tono a metà tra romanticismo a annotazione scientifica che oggigiorno risulterebbe impossibile proporre. Marchesetti infatti presenta immancabilmente le piante che ha avvistato, ne fornisce il nome latino e la descrizione; ma nel contempo vi sono slanci di lirismo che prorompono dalla pagina. Un testo del genere ad oggi verrebbe bocciato; e volerlo ammantare di attendibilità scientifica sarebbe follia. Eppure viene da pensare, leggendo il testo, che qualcosa è stato perso; un pizzico di quel sublime, di quell’entusiasmo che oggigiorno viene invano cercato sui Social.

Oh! L’arcana voluttà d’un mattino sulle Alpi! Tutto vive, tutto gioisce, tutto di agita, si commuove! È un riso d’amore, che serpe per l’universale natura ridesta al tepore d’un ciclo senza nube, è un saluto di gioia, che perfino le cose inanimate mandano all’apparire dell’astro sovrano, è un’armonia di accordi infiniti, è un misterioso favellio, che va confusamente mormorando tra le foglie degli alberi o si diffonde per l’aure, ineffabile melode; è un vaporare di profumi inebrianti, che si raccolsero durante la notte nelle urne dei fiori, è un palpitare di luce in ogni stilla di rugiada, è una corrispondenza di mistici affetti fra tutti gli esseri viventi, che ti rapisce, ti sublima, ti versa nel core un’insolita dolcezza e ti presenta al pensiero le immagini celesti dei tuoi anni infantili!

Fonti: Una escursione alle Alpi Giulie, di C. Dr. Marchesetti in Mente sana in Corpo Sano, n.9 (settembre 1875), n. 10 (ottobre 1875), n. 11 (novembre 1875).

Atti della Giornata Internazionale di studio su Carlo Marchesetti, Trieste, 9 ottobre 1993, a cura di E. Montagnari Kokelj, Comune di Trieste – Civici Musei di storia e arte, 1994

Per chi fosse interessato alla mostra “Il Dante ‘Adriacus’: una storia risorgimentale” la sezione del Museo SGT viene regolarmente aggiornata, così come la pagina Facebook. 

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