Essere madre, essere donna: come coniugare queste due posizioni? Telemaco risponde

"Spesso per molte madri l'inserimento al nido di bambini piccoli è fonte di sensi di colpa e preoccupazioni. Come affrontarli? Telemaco risponde".

01.04.2021 – 10.15 – Con l’arrivo del Coronavirus il mondo è cambiato e, con esso, anche noi. Catapultati da un giorno all’altro nell’emergenza, abbiamo dovuto forzatamente rimettere in discussione le nostre vite e le nostre certezze. Per cercare di dare risposta a quelle che sono le preoccupazioni, i dubbi e le domande dei lettori, Trieste.news ha deciso di ospitare una nuova rubrica a cura dell’équipe dell’associazione Telemaco di Trieste: l’obiettivo è quello di creare un luogo di accoglimento delle paure, delle incertezze e delle angosce. Un modo, in questo tempo di fatica e incognite, per essere vicini alla cittadinanza, per poter dare ascolto alle difficoltà e articolare delle risposte non normative ma che possano stimolare nuove domande.

Domanda: Buonasera, mi chiamo Giovanna ho 37 anni e sono mamma di un bambino di sei mesi. Leggo sempre con piacere i vostri articoli e le riflessioni postate sulla pagina fb. Vi scrivo perché ho deciso di iscrivere mio figlio in un asilo nido. Svolgo un lavoro come libera professionista e per tale motivo non mi è possibile fare altrimenti. Non solo, sono proprio io stessa che sento il bisogno di ricominciare a lavorare perché ho dedicato molto della mia vita a raggiungere quello che ho costruito professionalmente e quello che faccio mi piace molto.
Il problema è che mi sento molto in colpa per questo e molte delle persone intorno a me non mi aiutano. Mi sento dire spesso che mio figlio è troppo piccolo, che sarà un trauma per lui staccarsi da me e che non è ancora pronto. Non so come gestire i miei sensi di colpa, non so come evitare che lui possa sentirsi abbandonato e ho paura che questo possa causargli dei problemi nella sua futura crescita.

Risponde Elena Paviotti per Telemaco Trieste: Salve Giovanna, la ringraziamo molto per le sue parole che intrecciano delle questioni complesse e condivise da molti. Inizierei a rispondere alla sua domanda partendo esattamente dalle sue parole. “Sono Giovanna E sono mamma”. Appunto: lei è Giovanna ed è madre. Prima di divenire genitore lei era innanzitutto Giovanna, un soggetto, una donna. Donna che, da quanto emerge da ciò che scrive, ha dedicato molto della sua vita alla costruzione di una professionalità. Non solo, la cosa più significativa è che dice di amare il suo lavoro.
Spesso si sente dire che siamo ciò che facciamo. Non sono del tutto d’accordo con questa affermazione ma certamente quello che decidiamo di svolgere nella nostra vita in qualche modo, nel bene e nel male, ci definisce. Definisce nella misura in cui ci dà un’identificazione: “sono avvocato”; “sono parrucchiera”; “sono ingegnere”; “sono psicologa”; e così via. L’identificazione a qualcosa o qualcuno ci regala un posto nel mondo, marca dei ruoli, dei legami, delle abitudini e un senso quotidiano e prospettico alla nostra esistenza. Se poi quello che scegliamo di fare segue un desiderio profondo e quanto più coerente al nostro essere, allora il lavoro diviene una spinta sana e propulsiva alla vita.

L’evento della maternità, così come quello della paternità, senza ombra di dubbio “sconvolge” la vita sia della donna che dell’uomo e della coppia. Uso il verbo “sconvolgere” perché è esattamente così e non si può fingere che non lo sia: tutte le carte sul tavolo della vita si rimescolano, in una confusione che deve trovare un nuovo ordine. Perché insieme al bambino nascono anche una mamma e un papà. Essere madre ed essere padre, così come essere famiglia, sono nuove e singolari identificazioni di cui bisogna appropriarsi perché non sono date dallo stesso evento del parto. Ognuno deve trovare il proprio particolare modo di abitare questo nuovo posto nel mondo che è il più complesso che esiste. Perché nessuno può insegnarci come si fa. Nessuno può dirci cosa è giusto fare o meno. Freud annoverava l’essere genitore tra i compiti impossibili dell’essere umano. Perché nessuno può davvero insegnarci come essere un “bravo” genitore? Perché ogni soggetto è a sé. Ognuno di noi porta con sé un bagaglio storico differente, fatto di legami diversi, di desideri, di bisogni, di domande, di paure, di angosce differenti.

Possiamo imparare dall’altro come si cambia un pannolino, quando e come è giusto iniziare uno svezzamento, quali sono i giochi più adatti, in quale posizione cullare nostro figlio, e molto altro ma nessuno può dirci che genitore dobbiamo e vogliamo essere. Questa impossibilità di ricevere una risposta assoluta dall’altro è tanto angosciante quanto meraviglioso. È angosciante nella misura in cui la responsabilità di divenire madre o padre è tutta sulle nostre spalle non essendoci un sapere pieno e totale a cui aggrapparsi, è meraviglioso perché dona la libertà di costruirsi in modo inedito, attraverso uno dei legami più profondi che esistano: quello con il proprio figlio.

La prima forma di separazione dal proprio bambino è sempre traumatica da ambo i lati: quello della madre e quello del figlio. Negare che lo sia sarebbe una menzogna che non aiuterebbe nessuno dei due. Fuggire dai traumi inevitabili della vita non è però una soluzione. Inoltre la separazione è spesso superficialmente letta come qualcosa di “sbagliato”. Non ho lo spazio è il modo per affrontare la complessità di questa tematica ma voglio soltanto dire che separarsi dall’altro è una necessità di vita e che non significa affatto “subire o agire un abbandono”, ma iniziare ad esplorare il mondo che c’è al di là della mamma e del papà e al di là dell’essere soltanto figlio. Separazione e ricongiungimento sono dinamiche che iniziano agli albori dell’esistenza e che ci portiamo dietro per tutta la vita, inciampandoci spesso ma continuando ad evolvere.

Lei vuole essere madre, ma non solo. Essere altro non esclude né svilisce affatto il suo voler essere madre.
Credo che non ci sia più preziosa testimonianza per un figlio della possibilità, incarnata nei genitori, di essere capaci di sostenere i propri desideri e le proprie passioni. Una donna un giorno mi ha detto “Voglio che mia figlia, quando nascerà, possa vedermi come una madre felice e realizzata e non infelice e frustrata.”
Ogni persona si realizza in modo diverso. Coloro che le dicono che suo figlio è troppo piccolo e la fanno sentire una madre “sbagliata” non sono lei e per tale motivo, per quanto in buona fede, non possono insegnarle in alcun modo che madre deve essere.

Per quanto riguarda il delicato tema dei sensi colpa, mi sento nella posizione di darle soltanto alcuni suggerimenti. Si affidi il più possibile all’istituzione in cui entrerà con suo figlio, costruisca un legame di fiducia con gli educatori che si prenderanno cura di lui, si conceda di poter parlare delle sue fragilità e delle sue paure donandosi così la possibilità di essere supportata in questa prima e delicata fase di separazione.
Mettere parola sulle proprie angosce e poterle condividere con l’altro è in fondo l’unico modo attraverso cui trattarle, permettendo così anche a suo figlio di affrontare nel modo più sereno possibile anche il suo stesso distacco, all’interno di un luogo e di nuovi legami in cui anch’egli può sentirsi pian piano al sicuro. Una certa quota di colpa, seppur minima, rimarrà comunque sempre, nonostante tutto e al di là di ogni giudizio non richiesto di chi le sta attorno. Perché in quella colpa c’è soprattutto qualcosa di noi ed è in fondo per tale motivo che le parole dell’altro risuonano in noi, angosciandoci. È necessario imparare a farci i conti, in un modo o nell’altro, ed anche questa è una grande testimonianza per i propri figli. Se però l’angoscia diventa troppa ed inaffrontabile è possibile chiedere un aiuto professionale così da trovare uno spazio di ascolto e parola attraverso il quale cercare di capire il perché di questi vissuti.

Per concludere però, vorrei ribadire che ogni madre sceglie che madre essere e lo fa per tutta la vita, così come lo fa un figlio. I dubbi e le domande, anziché le risposte rigide e assolute, sono un ottimo modo di costruirsi come tali. Una madre che desidera essere anche donna però, forse aiuterà il proprio bambino o bambina a voler e poter essere anche uomo o donna, oltre che figlio.