Divorzio, assegno e tenore di vita. Diritto 4.0

02.03.2021 – 15.41 – Una delle regole che ci ha abbandonato negli ultimi anni è quella per cui, in caso di divorzio, i coniugi avevano diritto di mantenere il medesimo “tenore di vita” che avevano durante il matrimonio. Cosa succedeva in passato? In una visione oramai superata in cui l’uomo lavora e la donna cresce i figli e si occupa della casa, al momento del divorzio si riteneva che la donna, elemento economicamente debole della coppia, poiché tendenzialmente priva di un reddito proprio, dovesse essere protetta e, pertanto, le dovesse essere garantito un benessere economico successivo al divorzio pari a quello di cui aveva goduto da sposata.

Ma i tempi cambiano e la donna, al pari dell’uomo, è oggi una persona normalmente capace di svolgere un’attività lavorativa e, pertanto, di procurarsi un reddito. Magari non l’ha fatto da sposata, poiché la coppia viveva del reddito del marito ma, al momento del divorzio, ciò non conta più. O conta molto meno. Al momento del divorzio il “passato” non è l’unico punto di riferimento per decidere i rapporti economici futuri. Anzi, a ben vedere è proprio il “futuro” a diventare protagonista. Come? Ce lo ricorda una recente decisione della Corte di Cassazione.
In un giudizio di divorzio, prima il Tribunale e poi la Corte d’Appello hanno stabilito che il marito dovesse versare mensilmente un importo di euro 300,00 alla moglie per “assegno di divorzio”. L’uomo, il cui reddito ammonta a 1.430,00 euro mensili (egli aggiunge “gravato da svariate spese per motivi di salute”), ritiene tale decisione sbagliata e si rivolge alla Corte di Cassazione, chiedendole di applicare le regole attuali e non quelle, oramai superata, cui i giudici si erano erroneamente ispirati. Infatti, si lamenta l’ex-marito, l’assegno di euro 300,00 era stato quantificato in base “al tenore di vita goduto dai coniugi in costanza di matrimonio durato ventotto anni ed alla disparità delle relative condizioni economiche delle parti”.

La Corte di Cassazione, confermando il suo nuovo orientamento, formulato nel 2018 e costantemente applicato da allora (sent.n. 18287/2018), ha accolto l’impugnazione ribadendo il seguente principio: la concessione di un assegno divorzile non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita coniugale, ma al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex-coniuge economicamente più debole alla formazione del patrimonio della famiglia e di quello personale degli ex coniugi. “Pertanto, ai fini dell’attribuzione e della quantificazione dell’assegno divorzile deve tenersi conto delle risorse economiche di cui dispone l’ex-coniuge più debole e se tali risorse siano sufficienti ad assicurare una esistenza libera e dignitosa ed un’adeguata autosufficienza economica, nonostante la sproporzione delle rispettive posizioni economiche delle parti”.
Il tenore di vita “analogo a quello goduto in costanza di matrimonio” non può più costituire il parametro al quale fare riferimento per la determinazione dell’assegno divorzile, dovendosi piuttosto avere riguardo alla indipendenza economica ed alla disponibilità di mezzi adeguati tali da consentire una vita dignitosa ed autosufficiente.

Ciò, senza dimenticare un aspetto importante: l’assegno divorzile ha anche una funzione compensativa nel caso in cui risulti che il coniuge meno abbiente abbia sacrificato le proprie aspettative professionali e reddituali per dedicarsi completamente alla famiglia nell’ambito di una scelta condivisa dei due ex coniugi che così hanno inteso impostare la vita in comune ed attribuirsi, di comune accordo, differenti ruoli ed attività nella gestione della vita familiare (Cass. ord.n. 28104/20). La prossima settimana rimaniamo in tema e parleremo di uno dei sette peccati capitali: la pigrizia.

[g.c.a.]