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venerdì, 30 Settembre 2022

Una posizione strategica, una condanna: Gorizia “maledetta” (e il confine orientale non fu solo Trieste)

14.02.2021 – 11.42 – Nella maggior parte dei casi, le battaglie passano alla storia con il nome dei luoghi in cui sono state combattute. Talvolta ci si accorge che, anche a distanza di secoli, le medesime località costituiscono, in più occasioni, il teatro di battaglie. La battaglia delle Termopili, ad esempio, per noi svezzati da una cultura occidentale, è quella del 480 prima di Cristo, in cui i Greci respinsero l’avanzata dei Persiani. Tuttavia, almeno altre quattro importanti scontri si verificarono in quello stretto passaggio, e non può essere un caso: per invadere il nord della Grecia si doveva passare di lì, e lì i Greci attesero prima i Celti, poi i Persiani, quindi i Romani, fino alle truppe tedesche nel 1941. Anche la posizione di Gorizia, da secoli nel cuore di molti soldati, è, da un punto di vista strategico-militare, vantaggiosa: è situata alla convergenza tra Vipacco e Isonzo e costituisce una porta di accesso relativamente agevole sia per chi arriva da est sia da ovest. Nel Ventesimo secolo, per “Battaglia di Gorizia” si può intendere quella avvenuta nel corso della Prima guerra mondiale (nota anche come Sesta battaglia dell’Isonzo), oppure quella della Seconda. La geografia nei conflitti, almeno quelli combattuti finora, è fondamentale. La Grande Guerra arrivò qui con un urto spaventoso: sul monte San Michele, il 29 giugno 1916, i soldati austro-ungarici colsero di sorpresa gli italiani utilizzando i gas: nelle trincee morirono a migliaia, duemila e settecento giovani in pochi minuti. Circa un mese dopo, il contrattacco italiano (uno dei più efficaci di tutto il conflitto da parte del Regio esercito) fu sostenuto dall’artiglieria, che fiaccò la resistenza imperiale ma al tempo stesso inflisse pesanti danni alla città, che uscirà dalle ostilità semidistrutta. La conquista di Gorizia, obiettivo da decenni degli irredentisti, costituiva per gli italiani un successo il cui valore andava ben al di là dell’ambito militare, e circa 21mila altri giovani italiani rimasero sul campo in una decina di giorni di combattimento.

O Gorizia tu sei maledetta”. Territorio fin dalla metà dell’Ottocento etnicamente eterogeneo e multilingue come lo era Trieste, con l’approssimarsi della Grande Guerra vide crescere il sentimento identitario, spesso declinato in senso oppositivo: antislavismo per gli italofoni, anti-italianità per gli sloveni. Nel primo dopoguerra, le politiche nazionalizzanti messe in atto dal regno d’Italia e irrobustite dal fascismo non aiutarono a risolvere la contrapposizione, che tuttavia vide un momento di momentanea risoluzione dopo la resa italiana dell’8 settembre 1943, nella seconda Battaglia di Gorizia. Operai italiani, ex soldati dell’esercito italiano (coagulatisi nella cosiddetta Brigata Proletaria) e alcune unità di partigiani sloveni collaborarono nell’opporsi all’avanzata di un contingente tedesco composto da una divisione (la 71ma) di fanteria, rafforzata a battaglia in corso da alcuni reparti della 24ma divisione blindata, appartenente al 2ndo Panzerkorp. I circa 1.500 resistenti ressero per due settimane prima di cedere sotto l’urto del contingente nazista, meglio preparato ed equipaggiato, di gran lunga superiore (dalle 4-5.000 unità iniziali si passò agli 8.000 della seconda settimana). Si trattò di una delle prime battaglie degne di nota sostenute dal movimento resistenziale nel nord Italia dopo l’8 settembre. Una ricongiunzione, come detto, non duratura: nel pieno dello scontro il Comitato di Liberazione sloveno, accorso in aiuto della neonata Brigata Proletaria, dichiarò l’annessione della Venezia Giulia alla Slovenia. Una mossa effimera, dato che le forze tedesche ristabilirono l’ordine, ma già significativa di contraddizioni che esploderanno di lì a poco.
Man mano che, con la risalita degli Alleati, la zona di combattimento si spostava verso est, Gorizia rimase oggetto di contesa, stavolta politica, come tutto il litorale dell’alto Adriatico. Tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno 1944, l’avanzata dell’Armata Rossa in Romania ai danni del Terzo Reich fece ipotizzare un’imminente discesa del XI Corpus in Friuli-Venezia Giulia. L’AVNOJ (Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia, presieduto da Tito) mise pressione al CLN Alta Italia (il Comitato di Liberazione Nazionale), all’interno del quale il Partito Comunista italiano si trovò in una delicata posizione di mediazione. Acconsentire alle pretese di Tito avrebbe significato mettere a rischio l’unità del fronte antifascista, che vedeva nell’avanzata comunista un pericolo da evitare tanto quanto la presenza nazista. Al tempo stesso perseguire una soluzione anglo-americana per la questione della Venezia-Giulia avrebbe significato contraddire una linea decisa dalla Jugoslavia comunista (Tito all’epoca era, almeno formalmente, allineato con Mosca e non ancora uscito dal Cominform) e con il consenso dell’Unione Sovietica. Nel settembre del 1944, Edvard Kardelj, emissario di Tito, proclamò l’intenzione jugoslava di annettere Trieste, Gorizia e Monfalcone e chiese al Partito Comunista italiano di avvallare tale prospettiva. Togliatti, vistosi in difficoltà, parlò di rinvio di qualunque decisione al dopoguerra, ma la sua posizione era debole, sia nei confronti di Tito (ormai uomo di Stato appoggiato da Stalin) sia del CLN. Nonostante ciò l’equilibrio del fronte antifascista era destinato a spezzarsi: i comunisti uscirono dal Comitato di liberazione giuliano, la divisione Garibaldi-Natisone passò sotto il comando del XI Corpus sloveno, indebolendo il movimento di liberazione italiano e ponendo le basi per le divisioni interne che portarono alla tragedia di Porzus. Terminata la guerra, Togliatti cercò di ribaltare il tavolo nell’incontro con Tito a Belgrado del 2-6 novembre del 1946. Partendo dal presupposto che Trieste rischiava di diventare una testa di ponte delle potenze occidentali, propose uno scambio: Trieste (insieme alla ferrovia e alla lingua di costa che collega al territorio esterno) all’Italia, Gorizia alla Jugoslavia. Una soluzione politica, non fondata su valutazioni culturali o linguistiche. Pietro Nenni, leader socialista, commentò: “Tito rinuncia a ciò che non ha e ci chiede ciò che abbiamo”. Solo con l’uscita nel 1948 di Tito dal Cominform, il PCI si riallineò con gli altri partiti nazionali a favore dell’italianità della zona; ed è la posizione del PCI a essere emblematica di come questa zona e i suoi abitanti, Trieste in particolare ma anche Gorizia, siano stati considerati pedine di scambio in giochi politici internazionali, senza tenere in considerazione l’eterogeneità del territorio, le culture e i secoli di convivenza. La Guerra Fredda vide una Gorizia divisa in due come Berlino e, ancora una volta, trasformata in un’enorme caserma e in un territorio pronto a essere sacrificato in un attimo nel nome del conflitto nucleare, al primo segno d’invasione.

Dopo un secolo complesso per Gorizia, dopo il 1989 e l’ingresso di Italia e Slovenia nell’Unione Europea, la compresenza di etnie diverse ritorna ad essere una ricchezza da valorizzare e non da nascondere. La città, insieme a Nova Gorica, nel 2025 sarà capitale europea della Cultura. Una nota di FederEsuli (Federazione delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati) sintetizza lo scarto rappresentato da questo passaggio storico per la città, rispetto al passato: “Negli intenti del primo cittadino del capoluogo isontino e del presidente di FederEsuli, essere Capitale Europea della Cultura 2025 significherà, infatti, per Gorizia non nascondere nulla della propria identità, bensì presentare all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale uno spaccato di storia che deve essere di pubblico dominio non solo in Italia, ma anche a livello comunitario”.

[d.g.]

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