“Gente di Trieste”, la città moderna di uno specchio rotto di identità

25.02.2021 – 09.40 –C’è un richiamo sensuale nell’altrove? La spinta all’esotico è legata a una visione romantica e sorpassata dall’esistenza, oppure è parte del nostro patrimonio genetico di specie migrante? Cosa ci spinge ad andare via?” (p.40)
Potrei iniziare da qualcuno che non c’è. Il racconto di una vita immaginaria in cui racchiudere tutte le vite possibili delle quali si possa avere traccia o memoria in questa città. Un triestino assoluto, per così dire, un’identità fittizia in grado però di restituire con il suo vissuto, il suo carattere e personalità, la sua storia, le mille sfaccettate identità di Trieste.” (p.3)

Eccolo qua l’inizio del nuovo libro di Pietro Spirito, Gente di Trieste. In poche righe c’è la genialità di aver riassunto le infinite vite lasciate in sordina dalla memoria di una città che si rivela sempre, a distanza di secoli, affascinante e struggente.
Una sorta di emblema si erige a sigillo di identità multiformi, ognuna diversa ma coerentemente affini in un sentimento che non si può palpare, ma soltanto “sentire”.
Pietro Spirito ricerca in una scelta storiografica, di ridare voce ai nomi che, per lui e per la città che lo accoglie da anni, hanno fissato il segno indelebile di una mappa di memorie necessarie a Trieste per potersi riconoscere ancora, sempre.

“Avrei potuto continuare a scrivere – dice Spirito – e ne avrei ricavato altri quattro volumi, se avessi dovuto parlare di tutte le persone, più o meno note alla storia di Trieste, che hanno reso onore e disonore alla difficile immagine che, ancora oggi, si riesce ad avere di questa città. Ma ho dovuto fare una scelta ed è stata quella di riportare le persone che rispecchiavano per me e su di me un’immagine autentica di questo popolo. Sceglierle fra tutte le altre non è stato facile.”

Argonauti, esploratori, viaggiatori sono solo alcuni dei personaggi riportati in vita da Pietro Spirito, che non si nasconde di fronte al difficile compito autoimposto di immortalare le vicende di queste anime sradicate, ma se ne rende completamente responsabile in un flusso narrativo che lo vede partecipe in prima persona nella ricerca di un modo giusto di donarle ai lettori.
Ogni fantasma, anima, memoria di queste vite ripercorre con l’autore una giornata intera nei meandri della città di Trieste, dove domande, risposte, bellezze e amarezze si scontrano in continuo nella mente dello scrittore che, indenne e convinto, umile ma rabbioso allo stesso tempo, schianta in faccia le più scomode verità di una città che non può e non sa essere un’entità distaccata dai suoi stessi abitanti. È questa, forse, una delle magie di Trieste: la sua totale appartenenza alle anime accolte. E viceversa.

È stato inevitabile, oltre che necessario, includere alcuni dei nomi più noti nella storia della gente di Trieste, come Umberto Saba, Italo Svevo, Nazario Sauro, poiché la loro esistenza si incolla indelebilmente a quella di tutte le vite dimenticate dalla memoria, sia per comunanza di atteggiamento, sia per capacità di vittoria e di perdita.
Sì, ci sono vincitori e perdenti nella mappa di Pietro Spirito, ma tutti quanti hanno uno scacco in comune: la dignità. Quale città più di Trieste vanta il suo diritto di esistere tra le innumerevoli fatiche sopportate nella sua storia travagliata e dolente; chi come la gente di Trieste si sente libero di scegliere se fare qualcosa o rimandarla al giorno dopo? Mal che vada, c’è sempre il mare. L’orizzonte più ammaliante che una città come Trieste potesse desiderare, una finestra aperta continuamente sul mondo, una quotidiana e affascinante possibilità di cambiare, scappare, scoprire, esplorare, osservare. E ritornare.

Perché a Trieste, alla fine, si ritorna sempre.

Pietro Spirito racconta una vita incastrata in migliaia di altre vite, quella di Trieste resa ragnatela dalle vite dei suoi abitanti, scardinata da regole di precise identità, ma sostenuta sempre dalla consapevolezza interiore, intima, di voler appartenere a questo territorio.

Trieste è come uno specchio rotto, dove se lo guardi, ti vedi riflesso in moltissimi frammenti – dice Spirito sorridendo – e questo altro non è che l’anima comune di queste persone che si sono trovate, principalmente nel periodo delle due Guerre, a doversi inventare un modo nuovo di esistere, dentro una formula di identità”.
Tutto quello che fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale era in equilibrio tra persone di diverse nazionalità – serbi, croati, sloveni, ungheresi, italiani – che convivevano naturalmente in un ambiente che era vissuto come mezzo, non come fine, si lacera e sconvolge il ruolo di ogni uomo, costretto a porsi la domanda definitiva: io adesso chi sono?

Alcuni ce l’hanno fatta, altri no, come Vittorio Benussi “uno studioso che si era tanto speso per indagare i meandri oscuri della psiche umana” (p.164) non sopporterà la lacerazione della sua identità, non riconosciuta dalla città che lo accoglie – Trieste – fino al punto di suicidarsi bevendo un tè al cianuro. Altri ancora, che sceglieranno di tirarsi indietro ad un passo dal successo, come Paolo Universo, scrittore innamorato e inchiodato dentro la bellezza della parola scritta, che sceglierà, però, di non salire sul treno che l’avrebbe portato ad una fama assicurata come letterato. La sua filosofia si erigeva a “agire sì, ma fuori dalle strutture, fuori dal mercato, fuori dagli schemi prefissati. L’inerzia come antidoto alla corruzione” (pag. 92)
Questa una delle tante scuse comode all’animo di molti triestini che, per una forma di fragilità inconfessabile, rinunciano a concretizzare la loro bravura in nome di una pigrizia storica, atavica, mummificata dalla paura di esporsi, ma che allo stesso tempo bramano di essere riconosciuti dalla loro stessa città, come simbolo di appartenenza.

Questo continuo darsi e togliersi, cercarsi e smarrirsi, secondo Pietro Spirito, raccoglie la più autentica modernità: “Altro che nostalgia – dice l’autore – Trieste è la città della modernità. Questa tensione costante verso il futuro, dato dalla sua storia che l’ha sgretolata e costretta a crearsi un’identità e dalla sua geografia che la vede sì nascosta in fondo ad una regione, ma completamente esposta al mondo sul mare. E che mare! Si parla sempre di Trieste come città vecchia, ma non è così. Qua non c’è nostalgia per il fatto che si rimanda continuamente al passato della sua storia, bensì alla ricerca infinita di risolvere i propri conti in sospeso. Questo è uno degli elementi che determina la sua modernità.”

È da questo concetto di modernità che Pietro Spirito suggerisce un momento di sospiro a questa città sempre in tensione, dove tutto corre alla ricerca di qualcosa che spesso gli stessi abitanti, in tutta la loro storia, non sapevano bene cosa fosse. È la voglia di provare, di scoprire che la rende moderna, questa continua, a volte estenuante inquietudine che la trapassa; basti pensare ai bottegai che l’hanno resa una delle città più imprenditoriali, dove il bottegaio si preoccupava non solo di produrre denaro, ma anche di donare cultura alla sua città e ai suoi cittadini, grazie alla sua versatilità e capacità di espressione artigianale. Artisti, poeti, pittori, musicisti, attori, sono l’arte della città, il collante che unisce una rottura di fondo della sua identità con la volontà di elevarla ad esempio di bellezza. Un modello calzante che Pietro Spirito riporta in Gente di Trieste, è l’imprenditore Primo Rovis, fondatore del Cremcaffè e uomo di straordinaria generosità. Dalla sua parte, Rovis ha avuto la capacità di essere lungimirante negli affari (“Allora Rovis è uno dei pochi imprenditori italiani disposto a scommettere sul dinaro, e uno dei pochi convinti che si possano fare i milioni anche con i comunisti anticapitalisti, confine o non confine. In fondo, i soldi son soldi. E nel mondo socialista il caffè è merce ricercata.” p.121), dall’altra coltivava un profondo senso dell’umanità e una ricerca estetica che l’ha portato, alla fine, a passare da essere uno degli uomini più ricchi d’Italia, a morire quasi al verde per aver donato tutto, senza rimpianti, alla sanità e alle sue amate pietre: “Rovis non attribuiva a quelle pietre significati superstiziosi o taumaturgici: la sua era la semplice constatazione che nel disegno di un geode si intravede l’iride di un occhio umano, o un fiore, o un calice, questo è opera della natura, e quindi di Dio” (p. 124)

Sfaccettature complesse e diverse tra loro, trovano casa in un unico uomo, che vive, guarda caso, a Trieste. Di esempi di questo tipo, Pietro Spirito ne riporta moltissimi, scavando nella parte spesso più scomoda da leggere per chi non è pronto ancora a scardinare i suoi conti in sospeso, ma che in qualche modo troverà la strada per gestirli, o per lo meno accettarli. È questo parte integrante di un atteggiamento tipicamente moderno, dato in gran parte non soltanto dalla storia della città di Trieste, ma soprattutto dal suo “dilettantismo”, come sostiene Pietro Spirito nel senso più autentico del termine: “L’imperatrice Maria Teresa, che per quanto illuminata non amava la libera circolazione delle idee, non volle che Trieste avesse una sua università. (…) A Trieste l’osservatorio nacque e crebbe svincolato da ogni accademia o ateneo, sostenuto solo da una sinergia che metteva in campo amministrazione, imprenditoria e didattica. Qui l’osservatorio astronomico non era che uno strumento di ricerca ed espansione culturale al servizio della crescita economica e sociale della città. Funzionava non per promozione di titoli, ma per interesse e passione. (…) E’ questa la vera origine dello sviluppo scientifico di Trieste: la passione, il bisogno di guardare oltre a dispetto di vincoli e cortigianerie intellettuali. Il bisogno di avventura.” (p.141)

Ancora una volta, la letteratura che Pietro Spirito propone di Trieste si rivela a specchio e riflesso di vissuti ancora oggi scrutabili, che inciampano nelle strade magnetiche e romantiche dove tutto è successo e rimasto sospeso, in attesa di risposta, mentre un flusso costante scorre in un tentativo di restare attivi, attenti e audaci. Senza fretta però. Ne abbiamo già passate tante.

Eppure. È o non è un destino di questa città l’impossibilità di realizzare un percorso se non virtuoso, almeno in equilibrio? È o non è questo il prezzo della modernità?” (p. 89)

f.s