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lunedì, 3 Ottobre 2022

Carnevale 2021 in Piazza Unità, polemiche inutili. Proviamo a farci contagiare dal sorriso

14.02.2021 – 19.43 – Dire, con sincerità, che il riso e i coriandoli del (piccolissimo) giorno di Carnevale della Piazza Unità di Trieste sono stati belli da vedere e hanno scaldato il cuore, significa offendere chi soffre e chi non c’è più? Chi scrive pensa di no, anzi crede fermamente il contrario ed è convinto che sorridere per i giochi non sia affatto un venir meno all’obbligo morale del rispetto e del ricordo. Fra la sofferenza sbattuta sistematicamente e strumentalmente in prima pagina, ci si dimentica persino che questa domenica 14 febbraio 2021, per i bambini, sia stata il primo vero giorno di festa dopo quasi un anno esatto da quando qualsiasi festa è stata cancellata; la prima uscita nel sole dopo un Natale trincerato fra i colori giallo-arancione-rosso e dopo un aprile 2020 nel quale per scacciare i bambini (tre) dai giardinetti di Via del Carpineto si è chiamata, stando a guardare dalla finestra, la volante della polizia.

Così forse il problema, fra una foto scattata ad arte per mostrare un assembramento che non c’era (persone sì, ma all’aria aperta, in una giornata ventilata e in pieno sole, e con gran parte dei presenti appunto mascherati e a bocca coperta), e un fotografo appostato dietro ai portici con il consueto teleobiettivo pronto a schiacciare, per effetto ottico, i presenti sullo sfondo facendoli sembrare più vicini uno all’altro (è l’arte del click; in altri momenti della storia, la si sarebbe chiamata ‘magia del cinema’, in questo invece, con la sua capacità di – quando si vuole – falsare la realtà, dà più che un po’ fastidio), è proprio cercare di capire il perché del voler cercare a tutti i costi di cancellare fra le polemiche Social anche questo, minuscolo, pezzetto di festa.
In più della metà del mondo l’uso della maschera che ci toglie il sorriso, serva o non serva (e sia utile o dannosa o al centro di polemiche come in questi giorni), nel tentativo di ridurre la diffusione del Coronavirus, è diventato obbligatorio da tempo; l’altra maschera, quella di Carnevale che fa ridere i bambini e li aiuta a superare un trauma di proporzioni così grandi da essere ancora difficili da immaginare nella loro interezza, sembra invece di no: sorridere con i bambini non è obbligatorio, eppure dovrebbe esserlo.

Mascherine sull’autobus. Mascherine a scuola. Mascherine quando si va (poco) assieme a mamma o papà nei negozi, o agli appuntamenti dal dottore. Come cambiano, le mascherine e il non poter giocare e stare con gli amici, il mondo dei bambini? Non parliamone qui, perché questo non è lo spazio giusto; e non ne parliamo perché c’è già chi, professionista di un mondo fatto di psicologia e di drammi dell’infanzia e dell’adolescenza, ne ha già parlato e ne parla ogni giorno, perlopiù inascoltato. Come cambia, con i divieti e le mascherine, la comunicazione degli adulti con i bambini? Che cosa succede quando non si vede più l’espressione del volto e tutto ciò che rimane sono gli occhi? Dipende dal mondo in cui vivi, e dalle cose che pensi perché di quel mondo fai parte: se il viso di cui ti sei innamorato si è visto e immaginato, per anni, solo attraverso gli occhi, ti sembrerà normale guardare solo chi porta un chador, e impensabile fare diversamente; se sei convinto che le misure di protezione generalizzate siano ormai arrivate a troppi estremi e senza risultati apprezzabili, guardare una persona con una mascherina addosso ti darà fastidio, e allo stesso tempo se sei un devoto indossatore di mascherina ti risulterà molto più facile avvicinarti a qualcuno che una maschera la porta, e avrai paura di chi non ce l’ha o se la toglie per fumare. Lo scorso aprile in fondo, nei giorni delle macchine con gli altoparlanti che salmodiavano “state in casa”, c’era chi preferiva attraversare la strada rischiando di farsi investire piuttosto che affiancarsi a una persona sullo stesso marciapiede.

Se già per noi adulti è difficile se non impossibile trovare risposte (spessissimo perché non ce ne sono), i bambini tutto questo proprio non lo capiscono: vedono solo il loro mondo cambiato, di colpo, come se papà o mamma se ne fossero improvvisamente andati più distante, in un mondo nuovo (per colpa loro?) e dopo le lacrime è venuto il silenzio. La depressione può arrivare di colpo, inattesa, senza nessun segnale che faccia capire come ormai la mano del mostro sia dietro l’angolo, pronta a prendere e stringere la tua, compagna non voluta che farai molta fatica a lasciare; anche la depressione, alla quale i bambini non sono affatto immuni, ha amici, e si chiamano tensione, incertezza, rifiuto, trauma, paura. Tutte cose di fronte alle quali i più piccoli, seppur spesso meno deboli di quanto si pensi, sono molto vulnerabili, perché a ciò che arriva loro addosso non sanno ancora dare un nome e un perché (potranno farlo solo diventando grandi, gradualmente).
I bambini hanno bisogno di ridere e di guardarti negli occhi. Che suono ha, un sorriso? Gli psicologi e i terapeuti dell’infanzia ci dicono di immaginarlo come un suono brillante, mentre un viso serio e celato è l’equivalente di un suono basso, e c’è un perché: è il modo in cui la posizione delle nostre labbra, nel momento in cui parliamo sorridendo, altera il suono stesso rendendolo più alto; il basso e il grave, nella lirica, non sono l’espressione della gioia. Gli occhi non bastano, il viso intero stesso non basta perché noi comunichiamo con i movimenti del nostro intero corpo, e non è scoperta di oggi. L’isolamento è la peggior punizione che a un uomo o una donna si possa riservare; immaginare cosa possa essere per un bambino, quando non si è più bambini, è quasi impossibile. “Quante storie, in fondo in Cina e in Giappone tutti mettono la mascherina” e invece non è vero: non è così e anche quando è così per retaggio culturale non è privo di conseguenze. Gli studiosi, d’Oriente questa volta, combattono questa eredità con molta forza: a Hong Kong, un gruppo di ricercatori ha studiato per anni l’effetto del viso celato nel rapporto fra medico e paziente ed è emerso chiaramente (del resto, per noi europei è logico) come il paziente si senta maggiormente intimidito dal medico con la mascherina, con il quale non riesce ad avere una buona comunicazione; e più in generale nelle riunioni in cui ci sono persone con il viso celato da una mascherina l’atmosfera sociale viene giudicata più fredda e si parla poco o per niente.

Non c’è niente più contagioso di un sorriso. E allora un modo per cercare di riportare il sorriso sul viso dei bambini, anche se dietro a una mascherina, è far tesoro di tutti i momenti in cui sorridere e stare a correre assieme sia possibile con rischi di contagio veramente limitati; come quello di oggi, giorno di Carnevale colorato, in cui anche se non li possono toccare, con i genitori lì a poca distanza, gli amici i bambini li possono almeno rincorrere, lanciando loro i coriandoli e immaginandosi ancora una volta di essere un Cow-boy o Stitch o Lilo, o le Winx o l’Uomo Ragno. Almeno per un giorno, anzi mezza giornata, fin quando la scuola non potrà essere di nuovo veramente scuola e non una strana scatola con i divisori di plexiglas; perché poi, passato il mezzogiorno, torna il freddo, e si ritorna a casa, e Carnevale è finito. E invece no: a un certo mondo adulto, quello che scrive, spesso troppo, sui Social, il Carnevale dei bambini non va bene neppure così: li immaginiamo, ‘per proteggerli’ (o proteggere noi stessi?) chiusi in casa, fino a quando, un domani che non si sa quando, il vaccino garantirà l’immunità di gregge. Certo, quel giorno arriverà; anziché sei anni o sette, però, di anni Lilo e Stitch ne avranno ormai dodici, e la maschera starà per finire nel cassetto dei ricordi, occasione perduta di ridere che non tornerà mai più. Cancelliamo i post Social, e lasciamo i bambini sorridere.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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