Può un libro rappresentare la vita nella sua complessità? “Soli eravamo” di Fabrizio Coscia

Può un libro, una musica, un quadro rappresentare davvero la vita, nella sua essenza, nella sua complessità? È Soli eravamo di Fabrizio Coscia. 

15.02.2021 – 09.35 – Soli eravamo è un’opera di Fabrizio Coscia, scrittore, critico letterario, giornalista de Il Mattino e insegnante di lettere presso l’Istituto tecnico Augusto Righi di Napoli, pubblicata nel 2014 con la casa editrice Ad est dell’equatore. Definendosi uno “scrittore di nicchia”, Fabrizio Coscia ha creato una piccola, ma ineguagliabile opera d’arte, dove incrocia squarci di letteratura a momenti musicali, unisce la biografia di scrittori, musicisti, pittori in un disegno letterario definito dalla propria visione della bellezza e dal suo intimo coinvolgimento che intrappola il lettore nella sfera dell’emotività dell’autore stesso. Soli eravamo prende il titolo dal “racconto” che egli propone di Paolo e Francesca di Dante, sganciando e ripulendo ogni clichè di retorica classica per dare voce e respiro al suo personale stato d’animo, legato alle sue opinioni sulla storia d’amore dei due innamorati più chiacchierati della letteratura classica. Si rivela una sorta di “saluto”, come confessa l’autore, ad un tipo di amore per la letteratura che ritiene sia difficile che rinasca nei giovani di oggi, un libro nuovo, slegato da una forma narrativa classica come il romanzo, il racconto o il saggio, più semplicemente proprio, autentico, in un tentativo altamente riuscito di donare al mondo un inno alla sua amata letteratura, senza vergogna di mostrarsi nudo di fronte all’amore per la bellezza e lo struggente senso di estasi che solo l’arte riesce a smuovere negli uomini.

Soli eravamo è un libro attuale, originale, innovativo e in particolar modo necessario, che urge di ascolto in un epoca letteraria fatta principalmente di suspense e poco di lentezza, riporta la capacità di soffermarsi alla fine di ogni “pezzo” per riprendere fiato dall’immensità in cui l’autore è riuscito a trascinare il lettore, senza aspettative di trovare la trama che si svela come accade nei libri di oggi, ma più umanamente imparando a restare sospesi, per un attimo, in un flusso fatto di magia, stile e disarmante romanticismo.

Di seguito, una breve intervista all’autore che spiega in modo esemplare, il suo ruolo in quest’opera Soli eravamo.

Quando ha scritto Soli eravamo, a chi sperava di rivolgersi? A chi sperava arrivasse l’opera?

 “Quando ho scritto Soli eravamo mi trovavo in un momento di forte insofferenza nei confronti del romanzo, sia come lettore che come scrittore. Sentivo che, come genere, il romanzo aveva esaurito la sua forza conoscitiva, che si era ormai logorato in una forma ostinatamente tradizionale, quella di impianto ottocentesco, per intenderci, che domina tuttora. Mi sentivo a disagio nell’inventare storie, con personaggi fittizi e trame legate da rapporti di causa-effetto. Avevo l’impressione che il patto con il lettore necessario per creare «fiction», basato sulla sospensione dell’incredulità, fosse diventato improponibile. Ho provato, allora, a scrivere senza pensare al genere, senza cioè domandarmi che tipo di libro stessi scrivendo. Romanzo? Autobiografia? Critica? Biografia? Non mi sono posto il problema: mi sono lasciato guidare semplicemente dal piacere di scrivere. Scrivere di ciò che amo – letteratura, musica, pittura – ma attraverso il filtro di una voce narrante che non nascondesse le sue emozioni, e nemmeno il suo vissuto. Non avevo in mente nessun tipo di lettore in particolare e, se devo essere sincero, nemmeno la pubblicazione. Questo mi ha dato una sensazione di libertà che, credo, non ho mai più provato in seguito.”

Perché ha scelto di scrivere un’opera come Soli eravamo? Si può definirlo un inno alle arti e al suo amore per esse?

“Quello che ho cercato di indagare con questo libro è il legame tra arte e vita, e non tanto tra l’opera e la biografia dell’artista ma tra l’opera e la biografia di chi fruisce dell’arte. Può un libro, una musica, un quadro rappresentare davvero la vita, nella sua essenza, nella sua complessità? E se sì, in che modo influisce sui nostri singoli destini, sulle nostre scelte, sul nostro modo di essere? Naturalmente il mio lavoro di critico e di insegnante mi ha portato a pormi in maniera particolarmente pressante queste domande, ma credo che riguardino un po’tutti, o meglio tutti quelli che amano l’arte in generale. Da questo punto di vista usare l’io narrante è stato un espediente narrativo, né più né meno. La forma della «confessione» in fondo è un artificio retorico come un altro. Non è questo che conta, ma il fatto che questo espediente sia capace di veicolare o meno una forma di verità.”

Come e quando è nato il suo amore per la letteratura?

 “Credo che la mia passione per la letteratura sia nata da una raccolta di dischi che avevo in casa da bambino, dedicata a classici come I miserabili, I tre moschettieri, Moby Dick, I promessi sposi, 20000 leghe sotto i mari. Erano riduzioni drammatizzate, con le voci dei migliori doppiatori degli anni Sessanta, come il grande Gualtiero De Angelis. Prima di ascoltare quei dischi, chiudevo gli scuri della stanza per creare una fitta penombra e me ne restavo seduto sul divano, a occhi chiusi, viaggiando e scoprendo cose in quei mondi straordinari. Ancora oggi, a più di 40 anni di distanza, posso ricordare con incredibile vividezza alcuni momenti particolari: l’uomo che mette il pugno di neve nel vestito di Fantine, dietro la schiena; o D’Artagnan che scopre il giglio tatuato sulla spalla di Milady; i calamari giganti che attaccano il Nautilus. Nella condensazione di questi momenti assoluti ho imparato che la letteratura era un fenomenale strumento di evasione dalla realtà, che permettevaperò allo stesso tempo un’esplorazione profonda della stessa. E ho capito che era lì che volevo vivere, in quelle storie, in quelle voci, in quei momenti rivelatori. A volte, mi sorprendo a pensare che da allora non sono mai uscito dalla penombra di quella stanza e che tutto il resto vissuto sia solo un sogno.”

f.s