Un Dandy a spasso per Trieste: “Scarlatto”, l’ultimo romanzo di Cinzia Platania

12.02.20121- 12:30: Arteterapeuta di formazione, Cinzia Platania è anche poetessa, scrittrice, cantautrice e, dal 2017, ideatrice e conduttrice radiofonica di “Immaginario”. Un’artista, insomma, capace di spaziare trasversalmente attraverso tutti i linguaggi dell’arte e che a Trieste, dove risiede da vent’anni, ha trovato terreno fertile per fiorire.
Dopo “Io e me” (2016), “L’Altare sacrilego” (2017) e “La perdita dell’aggettivo possessivo” (2018), Cinzia Platania, con Talos Editori, ha pubblicato il suo ultimo romanzo, “Scarlatto”: un racconto della tormentata vita di un Dandy, Guido Revoltella, che nella Trieste mitteleuropea tenta di “fare della sua vita un’opera d’arte”.
Una scrittura “tridimensionale” che scava nell’interiorità del personaggio, che affronta quei mali interiori che tanto cercava di nascondere agli occhi del mondo.
Incuriositi dalla sua poliedricità, abbiamo intervistato Cinzia Platania per scoprire di più sul suo percorso artistico e l’approdo alla scrittura, oltre che sul suo “neonato” romanzo.

Il suo  percorso prende le mosse dal disegno e dalla pittura, come è approdata poi alla scrittura e cosa rappresenta questa per lei?

«Dal momento in cui ho avuto in mano una matita e una penna ho fatto entrambe le cose. Ero molto brava nel disegno e le prime storie a fumetti risalgono all’età di 6 o 7 anni, mentre i primi racconti all’età di 11 anni. Inoltre, ho sempre avuto un diario personale, quindi l’abitudine di trascrivere i pensieri e i sentimenti è nata per un’esigenza di tradurre in parole le mie emozioni interiori.
Sono cresciuta in un contesto in cui la lettura e la scrittura sono sempre state fondamentali. I miei genitori scrivono, mio fratello scrive, tutti scrivono, anche se non per professione come me».

Lei parla di un diario personale e i suoi romanzi sono caratterizzati da una visione introspettiva e da un’analisi psicologica dei protagonisti. Vi è dunque una relazione con il suo vissuto personale?

«Partendo dalle radici, c’è da dire che mio papà è uno psicologo e, al di là della sua prassi lavorativa, si è sempre respirata in casa un certo tipo di atmosfera.
Poi sono capitata nel posto giusto, Trieste, la città della psicanalisi. Quando ho letto “La Coscienza di Zeno” sono rimasta folgorata da questa scrittura, che fa dei salti nell’interiorità del protagonista. Da giovane mi sono anche nutrita di letteratura russa, perché mi è sempre piaciuto capire come agisce un essere umano, cosa pensa e cosa prova dentro. Non a caso ho proseguito gli studi nel ramo delle scienze umane e dell’Arteterapia. Credo di essere naturalmente portata all’introspezione, è un modo di vedere il mondo».

Vi è una nota “autobiografica” nei personaggi che ha creato? 

«Ognuno di noi si porta qualcosa di sé nella propria scrittura. I miei personaggi sono tutti frutto della mia fantasia, ma è chiaro che sono filtrati dal nostro sguardo. Mentre li descrivi, parli di te.
Attraverso la selezione che facciamo, insomma, già costruiamo la realtà. Sarebbe presuntuoso dire di essere totalmente oggettivi, perché tutto ciò che si coglie e si impara dalla vita si riversa, inevitabilmente, nella pittura e nella scrittura, che sono una visione del mondo.
I miei personaggi sono molto diversi da me. Non sempre mi piacciono le caratteristiche che do loro, ma spesso sono necessarie per una questione di coerenza interna».

Eppure, la musica è un elemento che condivide con il personaggio, giusto?

«Sì, la mattina non prendo il caffè ma ascolto musica. È quello il mio caffè mattutino. Mi accendo con la musica e, non solo la apprezzo, ma la compongo anche. Sono incline a questo linguaggio che, dopotutto, non è molto dissimile dalla poesia.
Quest’ultima, infatti, ha anch’essa una melodia, un ritmo; è una trasposizione musicale delle parole».

Quindi per la stesura del romanzo si è affidata puramente alla sua natura introspettiva? Non ha fatto ricerche?

«Non sono molto scientifica. Credo nella libertà della immaginazione e della creatività, che va lasciata galoppare. Non è da me procurarmi nozioni scientifiche per avere qualcosa per lavorare. Io parto e vado. La vita, già da sola, ti dà le carte e le fonti necessarie.
Io sono cristiana, ma mi piacciono molto anche altre visioni. In particolare, mi piace Il Nobile Ottuplice Sentiero, che conduce al Buddhismo. Mi ha sempre colpito la questione della “retta memoria” in quanto noi, tante volte, le cose ce le buttiamo alle spalle.
Vediamo un film e subito ne vogliamo vedere un altro, senza fermarci a metabolizzare quello appena concluso. Io credo che Buddha, in questo punto, intendesse dire “ricorda, impara, fissatelo nella mente e nel cuore”. Secondo questa logica, anche andando al supermercato, possiamo imparare qualcosa. In parte è necessario fare ricerche e verifiche, ed è ciò che faccio quando preparo le mie trasmissioni alla radio, eppure, mi ritrovo spesso ad improvvisare molto perché, alla fine, dietro c’è la persona, con la sua esperienza personale. Nello scrivere succede la stessa cosa: ti prepari degli appunti, ma poi ti lasci andare. Diventi la persona di cui stai scrivendo e ti lasci andare. L’approccio scientifico è meccanico, quello creativo, invece, ti concede di trasgredire».

Quando, e in che modo, ritiene di trasgredire?

«Io trasgredisco spesso: nella scrittura e nella visione lineare. Preferisco, per l’appunto, una struttura complessa e non lineare, tipica dell’occidente».

Definirebbe, quindi, la sua scrittura trasgressiva?

«La definirei tridimensionale. Come la scultura, vive nello spazio e va osservata da ogni angolazione. A me piace che il lettore sia co-autore. Succede in “Io e me”, dove il protagonista chiede conferma della sua esistenza al lettore e persino all’autore che, entrando in campo, fornisce un ulteriore punto di vista. Stessa cosa in “Perdita dell’aggettivo possessivo”, dove ci sono molteplici e diversi finali. Tutto sembra in un modo ma poi si rivela l’opposto. Qual è la verità? Esiste una verità? È divertente coinvolgere e spiazzare il lettore».

Nella frenesia e dinamicità in cui viviamo non sempre è facile conciliare tutto quanto, ancor meno, ritagliare il tempo per la fantasia e l’immaginazione. Lei come fa ad occuparsi di così tanti progetti?

«Mi organizzo, ma è anche vero che mi occupo di tante cose molto affini tra di loro. L’arte, la scultura, la fotografia, la musica…sono sempre dentro questo mondo in cui cambio solo il registro. Per chi fa un lavoro d’ufficio è più difficile perché, prima di poter scrivere, deve staccarsi, allontanarsi dal suo mestiere e riprendere contatto con se stesso. Io, invece, vivo in questa dimensione.
Di recente abbiamo perso la grande Gabriella Valera che, una volta, ha detto di me che sono “poliglotta”. Mi ha colpito molto questa metafora: a monte dei contenuti c’è la persona stessa, con quello che ha da dire, ma ci sono molte forme per dirlo».

Tutti i suoi romanzi sono ravvicinati tra di loro nella pubblicazione. Sono tutte idee che aveva da tempo o è stato un fulmine di ispirazione?

«L’uno e l’altro. Per un certo periodo mi recavo a Pordenone, per le lezioni di Arteterapia, quindi prendevo regolarmente il treno, mattina e sera. Durante il tragitto scrivevo, ci voleva determinazione. Di solito ho un’idea di massima, che poi non cambio o cancello, ma sviluppo. Il personaggio comincia a prendere forma e io lo ascolto. Forse è anche un’azione inconscia. Sono abituata ad avere un rapporto con la mia interiorità e quindi non faccio fatica, come se aprissi il rubinetto. La stanchezza arriva dopo, con l’edizione, la copertina etc. ma con questo è come se chiudessi: come un figlio che cresce e abbandona la casa. Ora già si apre spazio per una nuova idea da sviluppare».

Il personaggio di Guido, invece, in quanto tempo nasce? E la storia?

«Guido nasce nel 2015, ma è rimasto nel cantuccio, come la protagonista de “L’altare sacrilego”. Quest’ultimo doveva essere il primo romanzo da consegnare alla stampa, ma poi è divenuto secondo perché nel mentre avevo cominciato a studiare e l’avevo tralasciata.
La stesura di “Scarlatto” inizia, appunto, nel 2015, anno in cui ho deciso di scrivere di un Dandy».

Si nota una certa somiglianza col Dandy d’annunziano. In che modo se n’è ispirata?

«L’immagine di Guido vuole assomigliare a quella dei poeti maledetti. C’è una certa continuità con questi che egli stesso calca molto: si fa arrivare le stoffe più raffinate, si fa cucire i vestiti dalle sarte più prestigiose etc. È un uomo egoista, che sfrutta e scavalca gli altri. In lui possiamo notare quella nota di compiacenza tipica del narcisista, il quale si ammira e si vede bello e grande. Il suo, però, è tutto un costrutto che nasconde un’insicurezza. Guido è piccolo dentro, è incapace di amare. Ma, dopotutto, se nessuno te lo ha insegnato, come fai?».

Che rapporto c’è tra Guido e la città di Trieste?

«Trovo che Trieste sia la città giusta per ambientare la storia di Guido perché è una città senza tempo. Siamo fermi in una certa nostalgia e Guido, con la sua malinconia, alla ricerca di cimeli ottocenteschi nelle rigatterie, sta meglio qui, piuttosto che in una città dinamica e piena di giovani come Bologna e Torino. Trieste ha degli aspetti e dei primati che hanno il loro fascino».

Ha citato molti nomi e personaggi importanti legati alla sua formazione e creazione artistica, eppure per il suo personaggio sceglie il nome di Revoltella. Come mai?

«Non saprei, ci sono cose che faccio e che non so spiegarmi. Tuttavia, so di essermi ispirata al cognato di Zeno Cosini, de “La coscienza di Zeno”. La grandezza di Italo Svevo è che i perdenti sono quelli che se la cavano mentre Guido, che sembrava avere tutte le carte in regola, viene investito dal destino. Io volevo che Guido (il mio personaggio) avesse questo nome. Un uomo ‘figo’, bello, amato ma è una persona che non conosce l’amore, è un perdente».

Cosa intende per “perdenti”? Cosa significa avere le carte in regola? Le carte per raggiungere cosa?

«Ci sono diversi piani. Da una parte, l’accesso alla cultura o l’amore in cui si cresce, ad esempio, agiscono su un piano più intimo, determinando profondamente chi sei. D’altra parte, c’è l’ambiente esterno, che agisce da fuori e ti forgia.
Oggi giorno ci insegnano che dobbiamo essere grintosi, aggressivi, tirare fuori le unghie. Per avere le carte in tavola, agli occhi del mondo, devi avere il look, il portamento, lo sguardo, il vestiario, la comunicazione non verbale e così via. Devi, insomma, avere alcune cose che altri sembrano non avere. È un discorso di piani. A me interessa quel che c’è dietro. Una persona può essere ben vestita, magari avere un lavoro di rilievo e lasciare l’impressione di essere un pezzo grosso, ma come essere umano chi è? Quanto vale?».

Mi vuole parlare un po’ della dedica di “Scarlatto”?

«Questo libro è dedicato a tutte le persone che si sentono diverse a causa della loro sensibilità. A tutti i miei amici artisti, a tutti i “perdenti”, quelli che pensano di non avere le carte in tavola. Alle persone fragili e sensibili che mi dicono “caspita, è ingombrante essere sensibili. Vorrei cogliere meno frequenze”. Io lo capisco, ma dico a tutte queste persone che siamo tanti ad essere così e io voglio bene a tutti loro.
Ho chiesto alla Dott.ssa Federica Mormando di scrivere la prefazione. Lei è la sola, in Italia, ad occuparsi di plus dotazione. Spesso, infatti, gli ipersensibili o anche i geni, hanno quasi una forma di disabilità che impedisce loro di inserirsi nel sistema».

Quale messaggio si nasconde dietro ai suoi libri e a questi personaggi tormentati a cui accadono vicende surreali?

«Noi abbiamo una responsabilità, come artisti, come giornalisti, come radiofonici. Diciamo delle cose, facciamo delle cose, ma all’altro quale messaggio rimane? Non voglio contribuire a rattristare il mondo. Un lettore mi ha scritto dalla toscana un bellissimo commento sul mio penultimo romanzo (“Perdita dell’aggettivo possessivo”) raccontandomi di come io abbia contribuito a cambiare la sua visione delle cose e di come gli abbia fatto pensare a cose a cui non aveva mai prestato attenzione. Questo voglio fare».

Ha un libro preferito tra quelli che ha scritto?

«L’ultimo, perché è il neonato. Gli altri ormai sono adulti, sono andati per la loro strada.
Molti amici odiano alcuni dei loro vecchi romanzi, io, invece, voglio molto bene a tutti.
Ciò che vorrei dire è che si vede che io parlo sempre dell’arte. Ho concordato affinché si mettesse nel libro il disegno che Guido produce. Stessa cosa ne “L’altare sacrilego”».

Sta già lavorando a qualcosa di nuovo?

«Ho già cominciato un altro romanzo. Vorrei affrontare una fantascienza psicologica. Penso che ci metterò anni, in quanto è un genere difficile, ma ho voglia di sperimentare.
Vedremo cosa ne verrà fuori. Ho sempre idee chiare e poi, man mano, scopro cose imprevedibili. Si apre lo scenario e, questo, lo spiego bene in “Io e me”, incentrato proprio sulla meta-conoscenza».

[j.a]