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domenica, 2 Ottobre 2022

Lo schermo e i legami, da facile alternativa a necessità: cosa è cambiato? Telemaco risponde

06.01.2021 – 15.30 – Con l’arrivo del Coronavirus il mondo è cambiato e, con esso, anche noi. Catapultati da un giorno all’altro nell’emergenza, abbiamo dovuto forzatamente rimettere in discussione le nostre vite e le nostre certezze. Per cercare di dare risposta a quelle che sono le preoccupazioni, i dubbi e le domande dei lettori, Trieste.news ha deciso di ospitare una nuova rubrica a cura dell’équipe dell’associazione Telemaco di Trieste: l’obiettivo è quello di creare un luogo di accoglimento delle paure, delle incertezze e delle angosce. Un modo, in questo tempo di fatica e incognite, per essere vicini alla cittadinanza, per poter dare ascolto alle difficoltà e articolare delle risposte non normative ma che possano stimolare nuove domande.

Domanda: La vita relazionale dei nostri figli adolescenti si svolge, attualmente e non, quasi esclusivamente online. Noto come le relazioni senza corpo che instaurano, anche con i compagni di classe, appaiano per loro spesso più appaganti e profonde, non solo un ripiego rispetto a quelle in presenza. Anche il rapporto a distanza con gli insegnanti ha spesso permesso una conoscenza reciproca più profonda grazie alla relazione ‘uno per uno’, sia verbale che scritta, anche in alcuni spazi fuori dall’ora di lezione. Se ci sono, quali sono per voi gli aspetti positivi in queste relazioni a distanza? Sono veramente relazioni solo virtuali?

Risponde la dottoressa Elena Paviotti per Telemaco Trieste: Raccolgo con piacere questa riflessione e questo interrogativo che ci arriva da un padre di due figli adolescenti. Senza dubbio l’avvento del web e dei social network ha trasformato il nostro modo di fare legame, ma vorrei soffermarmi esattamente sul verbo che ho utilizzato: “trasformato“. Siamo infatti soltanto noi adulti ad aver “subito” una trasformazione, mentre gli adolescenti di oggi, detti appunto “nativi digitali“, sono nati in un momento in cui il cambiamento radicale era già in atto, se non compiuto.
Relazioni a distanza“, dice questo papà. Una definizione interessante che racchiude il senso di tutto il ragionamento. Il termine distanza rende infatti bene l’idea: lo schermo mette propriamente questo tra sé e l’altro. Il profilo con cui ci presentiamo è una forma di distanza nella misura in cui veicola allo sguardo virtuale soltanto ciò che noi desideriamo si possa vedere. Viceversa, sappiamo cosa cercare quando osserviamo i profili altrui tentando di capire se possa essere qualcuno di interessante o meno per noi. Non è poi così diverso da quello che si è sempre e da sempre portati a fare nell’incontro con l’altro: mostrare una versione ideale e la maggior parte delle volte edulcorata di sé.
Perché? Perché mostrarsi è un compito difficile, soprattutto nella misura in cui spesso noi siamo i primi a non volerci vedere per ciò che siamo.

In adolescenza tutte queste dinamiche sono ovviamente esasperate. Il non più bambino (ma nemmeno adulto) è nella posizione di dover fare un passo fuori dalle mura domestiche e dai consolidati e conosciuti legami famigliari per aprirsi al mondo esterno. Per passare dunque dalla posizione di oggetto amato e accudito dall’altro a quella di possibile soggetto amante, in un movimento incessante e tortuoso nel quale il suo primo compito e capire chi è e chi vuole e può diventare. La scoperta di sé come soggetto si definisce proprio attraverso i legami, gli sguardi e le posizioni che si assumono con gli altri, sia nei rapporti uno a uno che nel gruppo. Un figlio sa chi è molto più che un adolescente, perché l’adolescente non può essere più solo un figlio, definito quindi da ciò che è stato detto su di lui o lei da mamma e papà. No, l’adolescente deve rischiare: rischiare di non essere capito, di non essere amato, voluto, desiderato. Rischiare di scoprirsi come qualcuno di nuovo, rispetto a quelle circoscritte parole che lo hanno definito fino a quel momento. Diventare adolescente è un coraggioso viaggio verso l’ignoto dove la paura del rifiuto e dell’inadeguatezza è spesso un fedele compagno di sventure (ma anche di sorprendenti avventure).

Lo sguardo dell’altro, il suo giudizio, il suo “sì” o il suo “no” sono le fondamenta delle questioni di ogni ragazzo e molto spesso ce le si trascina dietro per tutta la vita.
Gli strumenti digitali in questo aiutano perché appunto mettono un velo e, ripeto, una distanza, sopra tutti questi pericoli. Non è difficile comprendere quindi il perché abbiano preso piede e il perché non è per noi più possibile “tornare indietro”. La conoscenza dell’altro passerà sempre, in una certa quota parte più o meno totalizzante, attraverso il campo digitale. Essere passatisti non ci aiuterà quindi a comprendere i giovani ma soltanto ad allontanarci ancora di più da loro. Dopotutto, chi di noi non può dire di essere stato trascinato quanto loro in questo universo difeso e confortevole?

È indubbia però una cosa. Per esprimerla riprenderò nuovamente le parole di questo papà: egli parla di “relazioni senza corpo”. La questione del corpo è qualcosa di centrale nell’adolescenza. Il soggetto infatti si trova a dover ridefinire sé stesso anche e soprattutto a partire da un corpo trasformato, imprevisto ed imprevedibile. Un corpo che non dice più del bambino ma di qualcun altro di cui bisogna ancora appropriarsi. Il confronto con lo sguardo dei coetanei convalida o meno questa trasformazione e allo stesso tempo la modella e, in questo processo di relazione, qualcosa ci marchia, nel bene e nel male, per sempre. Questo genere di scontro è inevitabile e, per quanto lo si possa procrastinare, prima o poi deve avvenire. Deve accadere l’imbarazzo, proprio solo di un incontro reale con l’altro, perché la pelle che arrossisce in modo incontrollabile non passa attraverso la schermata dello smartphone.

La domanda che quest’uomo ci pone però è complessa sotto più aspetti, in quanto credo sia necessario sottolineare il fatto che si stia parlando di un momento storico particolare ed assolutamente inedito. La pandemia infatti ci ha trovati costretti a rinchiuderci nelle nostre case e ad usare gli strumenti tecnologici come unica forma possibile di contatto con l’altro. C’è una differenza sostanziale tra l’uso e l’abuso; usare i canali digitali è ora una necessità e, dunque, vien da sé che non è più così adeguato definirlo “abuso” perché non è possibile fare diversamente. Viene da sé che non è più così corretto definire oggi il legame online come un ripiego, perché non essendovi alternativa è esattamente attraverso lo schermo che si svolge la scena della relazione. Credo dunque che queste sostanziali differenze possano aver portato i ragazzi, ma non solo loro, a fare un uso differente dei mezzi social perché le condizioni di vita sono profondamente e repentinamente state stravolte.

La virtualità è una valida difesa dallo sguardo enigmatico dell’altro che, per alcuni, è insostenibile. Poter avere cinque minuti di tempo solitario con il proprio insegnante per certi ragazzi è necessario, perché li tutela dal giudizio del gruppo. Perché regala un’intimità che nell’universo reale della classe è impossibile. Mi chiedo dunque se sarà possibile, non appena i ragazzi avranno modo di rientrare a scuola, che la scoperta della necessità di questi spazi “privati” possa essere costruita sulla base di quanto ci viene testimoniato da questa esperienza insolita e, mi auguro, irripetibile. Perché del corpo, con il suo sguardo, il suo odore e il suo enigma c’è bisogno, per tutti.

Concludo la mia risposta quindi con il rilancio di un interrogativo: è possibile che questa pandemia stia insegnando a tutti noi, ragazzi compresi, a costruire un inedito uso del mondo online? È possibile che questa indigestione forzata di virtualità ci aiuti ad avere meno paura della realtà del legame?
Non possiamo fare a meno dei computer e dei telefoni ma, forse, essi possono diventare un rituale di avvicinamento al legame e non soltanto un sostituto e una difesa da quell’imbarazzo che tanto rifuggiamo.

 

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