Coronavirus, pandemia e tagli lineari alla sanità. Colpa della gente? L’opinione

04.01.2021 – 08.13 – Anno 2021, zone colorate, lockdown, niente montagna, poca scuola, coprifuoco: è colpa della gente? La pandemia e le sue conseguenze sono colpa dei comportamenti irresponsabili della popolazione che ha il diritto di vivere normalmente, oppure di una politica sanitaria attuata in modo sistematico, dalla fine degli anni Novanta, fatta di tagli di ospedali, riduzione di posti letto e blocco delle assunzioni del personale sanitario?
Per anni sono stati realizzati tagli dei posti letto e del turnover del personale sanitario, con valutazioni premianti dei direttori generali delle aziende sanitarie legate ai risparmi comunque realizzati, ed ora si scarica tutto sulla popolazione, al tempo stesso vittima e carnefice di se stessa?

Francamente sembra uno scenario paradossale, distopico, uscito dalla sceneggiatura di qualche film di fantascienza sociale. Ora la colpa è dello shopping natalizio, delle cene a casa tra familiari, dei giovani disobbedienti che si incontrano o si spostano in barba ai Dpcm, spesso troppo complessi per essere compresi, che portano ogni volta a sempre maggiori restrizioni e che ricordano la metafora della rana bollita di Chomsky; ieri la colpa era delle discoteche, delle happy hours, delle vacanze oppure ancora dei teatri, dei concerti, delle palestre o della scuola. Un Ministro dell’interno che dichiara orgogliosamente tolleranza zero nei confronti dei cittadini poco rispettosi di norme che ne limitano i diritti. Ma si, che si distruggano la ristorazione e le vacanze sulla neve; che si comprima l’attività scolastica ed universitaria, che si impediscano i rapporti sociali fra le generazioni, ponendole addirittura in conflitto tra loro, in nome di un rischio epidemico oggettivamente differente, mettendo per strada pattuglie di tutori dell’ordine che dovrebbero surrogare le carenze sanitarie. Così, è tutto molto più semplice.

Non è colpa, invece, di un sistema sanitario, ospedaliero e territoriale, ormai inadeguato e stremato, decimato da decenni di tagli lineari senza alcuna previsione o precauzione per qualche epidemia, peraltro prevedibile, che sarebbe potuta sempre accadere, e dalla mancanza di reparti, posti letto, personale medico specializzato ed infermieristico. Ma certo, suvvia: come si poteva prevedere che nel 2020 i medici, male e poco o affatto sostituiti, oltreché scarsamente remunerati, potessero per ragioni di età andare in pensione in massa. Come si poteva prevedere che il numero chiuso alla facoltà di Medicina e, peggio ancora, il collo di bottiglia sei anni dopo rappresentato dai numeri chiusi di accesso alle specializzazioni, potessero determinare un carenza drammatica del ricambio generazionale dei professionisti. Ma si, che si introduca la laurea abilitante: niente esame di stato, e contratti a tempo fino a emergenza conclusa, beninteso superando, nel panico di trovare delle soluzioni, un po’ di ostacoli normativi, con disinvoltura. Come si poteva prevedere che una campagna di vaccinazioni epocale avesse bisogno di quelli stessi medici e infermieri e assistenti sanitari, mai sostituiti negli anni e andati via.

In realtà era tutto chiaro e prevedibile, solo si avesse voluto vedere, e se non fosse che l’orizzonte delle scelte politiche si calcola in mesi e non in anni; della serie “speriamo che io me la cavo” e dopo si vedrà. Quando si arriva al momento di pagare il conto si scarica tutto sulla gente, non sul fatto che una popolazione di 60 milioni di abitanti abbia a disposizione solo seimila e cinquecento posti letto in terapia intensiva, per tutte le patologie, e che si pensi di poterli aumentare acquistando letti e apparecchiature, appunto ignorando che il personale specializzato necessita di anni di formazione.
I numeri? Nel 1998 si contavano 1.381 istituti di cura, di cui il 61,3 per cento pubblici ed il rimanente 38,7 per cento privati accreditati. La riduzione del numero di ospedali è un trend in atto da almeno 25 anni, da ben prima che scoppiasse la crisi economica del 2008: negli ultimi 10 anni, il numero di ospedali è diminuito da circa 1.200 a circa 1.000. Il numero dei posti letto, come il numero di ospedali, è crollato: nel 1998 i posti letto erano circa 311 mila, mentre nel 2007, prima della crisi economica e dell’austerity, erano calati di quasi 90 mila unità,arrivando a circa 225 mila e nel 2017, erano circa 191 mila (dati AGI https://www.agi.it/fact-checking/news/2020-03-14/coronavirus-rianimazione-posti-letto-7500889/ ) .
E ora si legge: “misure più severe dal 7 gennaio: sei regioni arancioni e week end rossi per tutti”. Senza commenti. Rt peggiora, in effetti, ma la lettura della curva non può essere solo epidemiologica: è come guardare il dito invece della luna. Buon anno!

Fulvio Zorzut