I (dimenticati) combattenti triestini di Maria Teresa d’Austria

23.01.2021 – 08.30 – Il regno di Maria Teresa d’Austria viene associato alle riforme condotte dapprima a livello locale, grazie a quel “speciale sentire” col popolo e le amministrazioni che ne garantì il successo; e in un secondo tempo, a livello nazionale, grazie alla co-reggenza con Giuseppe II. Ma in realtà, se si analizza la biografia della monarca nel suo complesso, si osserverà come siano state molto più le guerre e le continue invasioni a caratterizzarne il regno. Specie i primi anni di governo di Maria Teresa costituiscono un unico ininterrotto sforzo da parte della sovrana di non abbandonare l’Austria alla mercé dei tanti nemici: dall'”uomo malvagio”, Federico II di Prussia, all'”infedele” Elettore di Baviera, al Duca di Sassonia, addirittura alla stessa Francia. E la pausa che segue alla guerra di successione austriaca (1740-1748) non è che il tempo richiesto per ricaricare l’artiglieria, perchè già nel 1756 scoppia la guerra dei sette anni, destinata a concludersi nel 1763.
Nonostante non fossero conflitti paragonabili all’inaudita violenza delle guerre di religione seicentesche, né ai carnai di massa napoleonici, questo succedersi di conflitti su larga scala ebbe un impatto importante. Lo stesso Voltaire, attraverso “Candido”, satireggia sui conflitti del suo tempo, irridendo con la filosofia gli orrori della guerra. I cannoni “rovesciarono a terra circa seimila uomini per parte”; poi il fuoco dei moschetti “tolse dal migliore dei mondi da nove a diecimila furfanti che ne infettavano la superficie”. Giungendo alla baionetta che fu kantiana “ragion sufficiente della morte di qualche migliaio di uomini”.
Insomma, “un eroico macello”.

In questo contesto raramente si riflette se i triestini combatterono sotto Maria Teresa d’Austria; d’altronde per tanto tempo è stato inculcato il mito di una scarsa combattività dei triestini, al di fuori del Novecento e dei conflitti nazionali. Affermazione falsa, ma che trae la sua maggiore ispirazione dalle vicende del “K. u. K. Infanterie Regiment Freiherr von Waldstatten Nr. 97” noto come il “97° reggimento” durante la Prima Guerra Mondiale. A lungo il 97°, composto da triestini che vestivano la divisa austro-ungarica, è stato considerato un reggimento di codardi, di disertori (da qui il “demoghela” e il “pomiga“); ma col tempo gli studi storici hanno ristabilito la verità su questi soldati che ebbero solo la sventura di combattere in uno dei più brutali conflitti della storia, mal guidati e mal equipaggiati. Del resto persino un patriota quale Silvio Benco scriveva, riferendosi ai fatti di Leopoli, che il reggimento triestino “prima di cedere, si era tenuto al fuoco con valore; di che poi si ebbe conferma nella citazione del 97° all’ordine del giorno”.

Una giovanissima Maria Teresa d’Austria

Trieste, nei confronti di Maria Teresa, fu una città riconoscente soprattutto nella forma dei tanti finanziamenti concessi per supportare le truppe della sovrana: doni, prestiti, tassazioni straordinarie. Ma non mancarono i volontari triestini che accorsero sotto le bandiere austriache. Ne ricordiamo qualcuno, senza esigenze di completezza.
L’alfiere Gabriele Marenzi servì nell’esercito austriaco dal 1754 al 1765; era il figlio di una casata patrizia e come tale combattere nell’esercito era (forse) una scelta d’onore. Marenzi combatté durante tutta la guerra dei sette anni, partecipando alla maggior parte degli eventi bellici. Fu tra i liberatori di Praga durante la battaglia di Kolin contro gli “odiati” prussiani (18 giugno 1757); il luglio dell’anno successivo lo ritroviamo in prima linea a Krigenau (Boemia) e nell’assedio alla fortezza di Schweinitz. Si trattava anche di una questione di carriera, perchè Marenzi fu promosso tenente (1758).

All’alba invece della guerra di successione austriaca (28 agosto 1741), quando il valore di Maria Teresa era ancora tutto da dimostrare, tre triestini si arruolarono nel reggimento Bareyth: Giacomo Capuano, Saverio Giorgio Alber e Francesco dell’Argento. Il Comune nell’occasione diede loro 55 fiorini per l’uniforme e l’equipaggiamento. Capuano venne ferito due volte e in seguito alla battaglia di Friburgo cadde prigioniero (1743); rimase sette mesi imprigionato nella fortezza di Strasburgo, prima di tornare a Trieste (1757).

Si trattava d’altronde di conflitti brutali dietro i merletti, gli sbuffi delle uniformi e il fumo dei moschetti. Il capitano dei granatieri, nel 1754, un triestino di nome Giuseppe Conti, scriveva alla famiglia che “è più facile morire nell’Armata che non nella propria casa”.
Durante la guerra di successione la fortezza di Brieg (Slesia) che contava appena 2000 uomini resistette a lungo a un assedio di oltre 30mila prussiani. E a comandare gli austriaci c’era nuovamente un triestino, il barone Alessandro de Fin (luglio 1741).
Collega di Marenzi, anche Giusto Vitalli (Vidali) era un alfiere triestino che combatté per tredici anni nelle fila imperiali all’interno del reggimento Schullenberg. Nel dicembre del 1742 i prussiani lo catturarono sotto le mura di Praga; e come scrive Pietro Covre “perse armi e bagaglio”. Il Comune di Trieste lo soccorse, al suo rientro “in città”, con 300 Lire.
La storia ha correttamente ricordato la riconoscenza della città verso la sovrana in termini economici, “mercantili”; nella forma di prestiti e sottoscrizioni. È innegabile che ebbero un ruolo maggiore dell’azione di questi singoli volontari nella risoluzione di queste guerre. Ma non per questo il coraggio dei soldati triestini andrebbe dimenticato.

Fonti: Pietro Covre, Volontari triestini nelle armate di Maria Teresa (nd.r. da uno studio condotto sull’archivio Marenzi), in Quaderni Giuliani di Storia, Anno I, n. 2, dicembre 1980.

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