Il trauma collettivo della pandemia: cosa rimane? Telemaco risponde

08.12.2020 – 10.15 – Con l’arrivo del Coronavirus il mondo è cambiato e, con esso, anche noi. Catapultati da un giorno all’altro nell’emergenza, abbiamo dovuto forzatamente rimettere in discussione le nostre vite e le nostre certezze. Dalla crisi sanitaria a quella economica, dal lockdown alle restrizioni, dal coprifuoco alle chiusure, fino alla mancanza di contatti sociali e il non poter più vedere il volto dell’altro: piccoli tasselli che hanno però una forza ed un impatto devastante, sopratutto da un punto di vista psicologico.
Per cercare di dare risposta a quelle che sono le preoccupazioni, i dubbi e le domande dei lettori, Trieste.news ospiterà una nuova rubrica a cura dell’équipe dell’associazione Telemaco di Trieste: l’obiettivo è quello di creare un luogo di accoglimento delle paure, delle incertezze e delle angosce. Un modo, in questo tempo di fatica e incognite, per essere vicini alla cittadinanza, per poter dare ascolto alle difficoltà e articolare delle risposte non normative ma che possano stimolare nuove domande.
Quali sono le principali problematiche riscontrate? Chi ne è stato maggiormente colpito? Come affrontare la situazione? Come comportarsi nel caso di bambini e adolescenti? Come superare il trauma? A introduzione di questo nuovo appuntamento si è voluto tracciare con Telemaco un quadro della situazione.

Su quali siano, ad oggi, i principali disagi riscontrati l’equipe spiega che, “anche da un’accresciuta richiesta farmacologica, è possibile notare un deciso aumento di sintomi ansiosi e depressivi: segno della difficoltà di un confronto con la realtà di un sistema sanitario in affanno, con una generale incertezza economica, ma soprattutto con la perdita, l’angoscia, con un punto di vacillamento del senso delle cose.
Proprio a tal proposito una recente indagine dell’Ordine degli psicologi FVG ha rilevato come il 62 per cento della popolazione sia consapevole di aver subito una perdita in termini di benessere psicologico; una persona su quattro, inoltre, lamenta un maggior livello di stress costante. Per quanto riguarda invece le chiamate che arrivano a Telemaco è stato riscontrato un disagio che non si lega sempre consapevolmente agli effetti dell’emergenza Covid, quanto piuttosto ad una ‘slatentizzazione‘: un emergere di problematiche che, prima, rimanevano sotto la soglia della domanda d’aiuto”.

Su quali siano invece stati i principali fattori che più hanno inciso su questo fenomeno, “è difficile identificare un elemento specifico, ma, quello che certamente emerge è che vi è stato un “troppo” da sostenere.
In psicoanalisi quando un evento rompe le barriere psichiche, quando la persona sente di avere un carico troppo grande da gestire autonomamente, si parla di trauma. Questo periodo è stato ed è, di fatto, un trauma collettivo, che si intreccia alla difficoltà della ripresa della vita dopo il tempo dell’emergenza.
Una ripresa che procede in uno scenario ricco di incognite, affidata a soluzioni parziali e fragili, che confronta ciascuno con la domanda: come far fronte a questa quota d’incertezza, al sovvertimento della normalità data? L’aumentato livello di ansia, che deriva dalla complessità della situazione che stiamo attraversando, fa emergere con maggior insistenza le difficoltà della vita di ciascuno: c’è un venire a galla delle questioni e dei vissuti di sofferenza soggettivi, detta altrimenti, i nodi vengono al pettine”.

Quali potrebbero essere gli effetti di tutto ciò nel tempo? “Sul lungo periodo è difficile fare una stima a priori degli effetti, quel che è certo è che un trauma, se non viene elaborato nella parola – se non ci sono ‘le parole per dirlo’ – troverà il modo per esprimersi attraverso la sofferenza sintomatica. Se ignorato o non trattato, il trauma rischia dunque di crescere e prendere spazio nella vita psichica personale e collettiva e di irrompere ancora, in forme inquietanti e imprevedibili. La depressione, gli attacchi di panico, l’insonnia, il ritiro sociale, la perdita di interesse nelle proprie attività o legami sono tutti esempi di quelli che possono essere sintomi del nostro tempo. Se il trauma è un buco nella trama, affinché non ci sia un vero e proprio strappo, quel che si può e si deve fare è creare un rammendo proprio a partire dalla narrazione di ciascuno; poter pensare il trauma, poterlo inserire nella propria sceneggiatura, infatti, è già parte della ripresa, della ripartenza”.

Bambini, ragazzi, adulti. L’emergenza, e i disagi ad essa legati, non hanno risparmiato nessuno; ma, spiega ancora Telemaco, “più che differenziarsi per fasce d’età” il fenomeno “mette in luce quelle che sono le fragilità specifiche di ciascuno e proprie di quel tempo della vita.
Volendo comunque provare a dare delle linee generali, nell’infanzia assistiamo a frequenti fenomeni di regressione, in cui i bambini mostrano dei comportamenti più ‘da piccoli’ rispetto alla loro età. Questo ha a che fare con il tentativo inconscio del bambino di mostrarsi (più) piccolo in quanto bisognoso di cure e di attenzioni, un appello – anche nelle sue forme più dirompenti – a un altro che sia più accogliente, più presente, che possa rassicurare”.

“Nell’adolescenza quel che viene vissuto con maggior fatica è la saturazione della scena familiare. È stravolto il rapporto con la scuola, con la regolarità, e lo schermo della didattica a distanza fa fatica a veicolare uno sguardo particolarizzato, di cui i giovani hanno molto bisogno. L’adolescenza è il tempo del gruppo, e nel gruppo l’adolescente trova le risposte su chi è e come vorrebbe essere. Se i legami del gruppo si sfilacciano, i ragazzi non sanno dove riversare l’angoscia. Gli adolescenti spesso non portano i propri dubbi e preoccupazioni all’interno dello scenario famigliare, perché se fossero i genitori a trovare le risposte alle domande che cercano, si ritroverebbero fatalmente confermati in una posizione infantile. È il bambino che attribuisce un posto di sapere assoluto ai genitori, l’adolescente contesta, mette in dubbio, sminuisce quel sapere come tentativo necessario di separazione. Dato che il gruppo di riferimento in quest’epoca è necessariamente distante e poco consistente, i ragazzi si ritrovano spesso a gestire l’incertezza e l’angoscia in solitudine, con rischi notevoli di scivolamento sintomatico. Sia per quanto riguarda il campo dell’infanzia che quello dell’adolescenza il punto è, affinché non ci siano eccessivi strascichi, che ci sia un modo, uno spazio, un tempo per dire, e dunque poter elaborare, l’angoscia”.

Per quanto riguarda infine gli adulti, “la preoccupazione dei genitori si muove e si sposta a seconda dell’età dei figli: rispetto all’infanzia ha a che fare con il non poterli proteggere, con il non poterli mettere al riparo dal trauma. Nell’adolescenza, invece, la preoccupazione genitoriale si sposta spesso sulla chiusura dei figli, che si manifesta nella costante connessione ai social/telefonino/videogiochi, uno schermo vissuto come muro. Come clinici, ciò che ci preoccupa non è tanto o non solo il fattore quantitativo, ma piuttosto quale sia la funzione dello schermo per il ragazzo. In un momento come questo, in cui da un lato i giovani – come tutti – sono tenuti al distanziamento sociale e spesso la scuola subisce delle brusche interruzioni a causa dell’emergenza, queste modalità di connessione possono essere un possibile mantenimento del legame. Altre volte, lo spazio virtuale non è un modo di “accorciare le distanze” dai pari, ma un modo di schermarsi ed evitare il legame – sia quello genitoriale, che quello amicale. Compito fondamentale da parte nostra è dunque dare una lettura delle situazioni che possono essere patologiche, differenziandole da quelle che rappresentano un conflitto ‘normale’ in questa fase di vita”.

Esiste un “modo corretto” di elaborare la situazione? “Di fatto no. Non c’è un modo giusto che sia universale e valido per ciascuno, ma il punto di partenza è proprio il rendersi conto della necessità di esercitare un lavoro psichico, un lavoro le cui vie di elaborazione possono essere diverse. Il cardine, il riferimento, ciò che può davvero permettere di sostenerci in questo tempo di crisi e di uscirne è il desiderio. Un desiderio che non ha a che fare con la volontà, con il “farcela”, con il “riuscire”, con la prestazione, con l’essere forti, anzi: è proprio quando mi sento fragile, quando mi manca qualcosa, che posso scoprire e aggrapparmi a qualcosa di nuovo. È un moto di creatività, la necessità di rialzarsi facendo e scoprendo qualcosa di inedito a partire da ciò che ci ha investiti malgrado la nostra volontà”.

[L’associazione Telemaco di Trieste, nata nel settembre 2018, si occupa dei disagi contemporanei che si manifestano durante l’infanzia e l’adolescenza, operando nei confronti di queste due fasce d’età un orientamento all’ascolto in grado non solo di mettere in luce la soggettività del singolo, ma anche di creare uno spazio all’interno del quale esso è libero di esprimersi.
T
elemaco è ricerca, prevenzione e cura, luogo d’ascolto e testimonianza di desiderio che, ora, è quantomai necessario. Da parte nostra abbiamo lavorato per continuare ad esserci, sia in sede, che è stata attrezzata per poter continuare a condurre le terapie in presenza e in sicurezza, che online. La volontà di tenere aperto, seguendo con precisione le normative, viene dall’ascoltare nelle parole dei pazienti una domanda maggiore di presenza, della vitalità dell’incontro. Come tutti, anche noi come associazione abbiamo dovuto adeguarci al tempo, il che nel nostro caso ha significato mettere pausa diversi progetti, sia in sede che nelle scuole. La nostra risposta come equipe a questo fermo obbligato è stata quella di rilanciare il nostro desiderio di fare clinica, pensiamo a nuovi modi di fare legame, più che mai sentiamo vivo il bisogno di pensare e progettare. Questo perché, come detto, il desiderio è l’unica vera cura all’angoscia, l’unica risposta da contrapporre alla rassegnazione, al ritiro depressivo, all’insensatezza dell’esistenza”.
L’associazione Telemaco si trova in via Carducci 8 a Trieste. È possibile prenotare un primo colloquio informativo gratuito chiamando il 3926479483 o scrivendo a [email protected] Per inviare le domande è invece possibile scrivere a [email protected]].

[n.p]