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martedì, 29 Novembre 2022

Cose dell’altra Europa: Croazia-Russia, Kosovo-Albania-Serbia, Polonia-Ue, Cechia-Ue

Balcani Occidentali 

22.12.2020 – 08.00 – Croazia-Russia: in visita a Zagabria per la prima volta dopo sedici anni, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha lodato le “buone relazioni” tra i due paesi.
P
erché conta: più che la possibilità di migliorare i rapporti economici e politici, discussa da Lavrov con il presidente croato Zoran Milanovic, o le intese nel campo della cultura siglate dal ministro russo con l’omologa croata Nina Obuljen Koržinek, il tema principale sul tavolo è stata la situazione in Bosnia-Erzegovina. Per motivi diversi, Russia e Croazia hanno entrambe interesse a mantenere l’attuale assetto, imperniato sui cosiddetti “accordi di Dayton,” di cui si è da poco celebrato il venticinquesimo anniversario. O, se possibile, cambiarlo solo per renderlo più favorevoli ai croato-bosniaci, il gruppo nazionale meno folto tra i tre riconosciuti come “popoli costitutivi” (bosgnacchi, serbi e croati). Zagabria e i suoi connazionali oltre confine sognano da sempre un’entità dove essere maggioranza, mentre ora sono costretti a convivere coi bosgnacchi nella Federazione croato-musulmana, una delle due entità amministrative stabilite dagli accordi di Dayton – l’altra è la Repubblica serba, a maggioranza serba. Per farlo sono pronti a boicottare gli obiettivi sulla carta perseguiti dalla Bosnia, integrazione in Nato e Ue, alleandosi de facto con i serbo-bosniaci di Milorad Dodik, l’uomo di riferimento di Mosca nei Balcani e nemico numero uno della Bosnia unita, che pochi mesi fa hanno ricevuto in patria con tutti gli onori tributati a un capo di Stato. A Mosca delle rivendicazioni dei croato-bosniaci interessa molto poco: ciò che le preme è che la Bosnia rimanga uno Stato disfunzionale e scongiurarne l’adesione agli organismi occidentali. La Russia vede in questa eventuale adesione un’ulteriore segnale dell’espansione dell’influenza di Usa ed Ue nella regione, dopo l’entrata di Montenegro (2017) e Macedonia del Nord (2020) nella Nato. Bosnia a parte, il Cremlino è poi sempre alla ricerca di nuovi amici dentro l’Ue. E, giudicando da quanto visto in quest’occasione, la Croazia sembra pronta a diventarlo. La conferenza stampa di Lavrov a Zagabria è stata un concentrato di anti-occidentalismo: non solo il ministro russo ha accusato gli Usa di destabilizzare il Mediterraneo orientale e di combattere l’ortodossia, ma ha addirittura ridicolizzato come “divertenti” i risultati delle indagini indipendenti condotte da Bellingcat e altri media investigativi, che attribuirebbero allo Stato russo la responsabilità dell’avvelenamento dell’oppositore di Putin Aleksej Naval’ny, avvenuto lo scorso agosto. Le autorità croate non hanno sentito la necessità di replicare, per paure di rovinare queste utili “buone relazioni” con Mosca.  

Per approfondire: Lo status quo insostenibile ma insostituibile della Bosnia-Erzegovina, 25 anni dopo Dayton (Limes)

Kosovo-Albania-Serbia: il Kosovo si è agganciato alla rete elettrica albanese. L’operatore energetico kosovaro Kosst sarà ora in grado di distribuire energia elettrica in tutto il paese. Anche nella porzione settentrionale, dove risiede la maggioranza dei serbi, finora servita dall’operatore serbo Ems, che di fatto non potrà più operare senza prima accordarsi con Kosst.
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erché conta: quello che il Kosovo sta cercando di fare, a partire dall’indipendenza dichiarata unilateralmente nel febbraio 2008, è tentare di diventare uno Stato a tutti gli effetti, un soggetto capace di esercitare la propria sovranità su tutto il proprio territorio, incluse le aree abitate dalla minoranza serba. Qualunque altro obiettivo – entrare nella Nato o nell’Ue – è subordinato a questo. Al fine di consolidare la propria statualità, il Kosovo si è impegnato sia sul fronte del riconoscimento simbolico, cercando – finora invano – di aderire a organismi internazionali come l’Onu, che sul piano concreto, offrendo servizi alla popolazione, come ci si aspetta da qualunque Stato moderno. La Serbia, dal canto suo, fa di tutto per impedire o almeno rallentare questo processo: boicotta l’entrata della sua ex provincia meridionale nei consessi internazionali e denuncia come ingiustamente “unilaterale” qualsiasi mossa delle autorità kosovare tesa a consolidare la propria soggettività statale. È accaduto anche in questo caso. Nel 2015, sotto l’egida dell’Ue, Serbia e Kosovo avevano trovato una bozza di accordo sulla fornitura di energia elettrica, che era stato poi rinnegato da Belgrado in quanto prevedeva che le compagnie serbe avrebbero dovuto registrarsi presso l’ente kosovaro preposto, passaggio che avrebbe significato un implicito riconoscimento della sovranità kosovara. Si era quindi pervenuti a un’intesa che prefigurava una collaborazione tra Ems e Kosst, e la creazione di due compagnie serbe, che avrebbero operato secondo le leggi kosovare. Pristina non ha però mai registrato queste due compagnie, secondo Belgrado, probabilmente per prepararsi a un’esclusione assoluta dei serbi dal settore energetico. Unificando la propria rete elettrica con quella dell’Albania, il Kosovo ha compiuto un altro importante passo verso l’indipendenza energetica

Per approfondire: Il‌ ‌Kosovo‌ ‌può‌ ‌essere‌ ‌solo americano ‌(Limes)

Europa Centrale

Polonia-Ue: il governo polacco ha annunciato la creazione di un “dipartimento dell’identità europea”, incaricato di difendere “i diritti umani e le libertà fondamentali”, ovvero promuovere i valori tradizionali e contrastare l’ampliamento dei diritti delle persone LGBT. Sarà diretto da Michał Wójcik, vicepresidente di Polonia unita, il più radicale dei tre partiti che formano la coalizione di governo.
P
erché conta: come altre manovre compiute dai governi di Polonia e Ungheria, i due Stati più apertamente euroscettici, anche questa si presta a due livelli di lettura. Il primo, il più superficiale, è quello prettamente politico. Il governo ultra-nazionalista polacco concepisce questo tipo di iniziative di carattere identitario-valoriale, la cui ricaduta concreta sarà verosimilmente nulla, come uno strumento di propaganda per corroborare la narrazione che lo vedrebbe impegnato a combattere le derive ultra-progressiste imposte da Bruxelles. Varsavia e Budapest non giocano solo in difesa, ma sempre più spesso vanno all’attacco, reagendo alle critiche dell’Ue sullo Stato di diritto e alle condanne della Corte europea di Giustizia per le varie violazioni commesse con operazioni finalizzate a presentarsi come vittime di un ingiusto complotto ordito dagli Stati più importanti del blocco comunitario. Il nome scelto per questo nuovo ente governativo, un richiamo al concetto di “identità europea”, evoca però anche una lettura più profonda. Per buona parte dei polacchi, non soltanto per i sostenitori dell’attuale esecutivo turbo-conservatore, le idee di “Europa” e di “Occidente” coltivate negli anni bui della Guerra fredda avevano una connotazione molto differente dall’attuale impianto valoriale dell’Ue. Durante gli anni dell’ateismo di Stato, per la popolazione polacca, fortemente cattolica, essere europei significava essere cristiani nel senso più tradizionalista del termine. Dopo la fine del comunismo, questa visione idealizzata si è dovuta scontrare con la realtà brutale della “shock therapy”, l’insieme di ricette ultraliberiste somministrato al paese per trasformarlo in un’economia competitiva. Già negli anni della transizione molti polacchi iniziarono così a provare disprezzo e alienazione verso un’Europa – secondo loro – dominata da consumismo, dissolutezza dei costumi, instabilità e insicurezza (tutti valori, paradossalmente, assenti durante il periodo comunista). La diatriba sul preambolo relativo alle “radici cristiane” da inserire nella Costituzione europea, progetto poi naufragato, ha esacerbato questa lacerazione, scavando un solco tra una parte consistente dei cittadini polacchi da un lato e l’Ue, supportata dai loro connazionali più europeisti dall’altro. Anche oggi che Varsavia è ormai una frizzante e inclusiva capitale europea e che l’economia polacca viaggia a marce alte, nella pancia del paese continua a covare la convinzione che non sia l’Ue la “vera Europa”, bensì la Polonia, ultima custode dell’autentica anima dell’Occidente.  

Per approfondire: L’Occidente visto dalla Polonia (Limes)

Cechia-Ue: secondo un recente sondaggio, il 57% della popolazione ceca sarebbe soddisfatto dell’appartenenza all’Ue, dato mai così alto dal 2010 (nel 2016 era al 35%). Un indizio che suggerisce che le percezioni popolari di questa popolazione tradizionalmente euroscettica starebbero mutando.
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erché conta: ricostruire l’insieme di tutte le ragioni che potrebbero spiegare un cambiamento d’opinione così significativo è, naturalmente, uno sforzo vano. È tuttavia possibile sottolineare due dati interessanti. Innanzitutto, il lato economico. Il vagone ceco, solidamente agganciato alla locomotiva tedesca, viaggia inarrestabile: nel 2019 il pil ceco è aumentato del 2,6% rispetto all’anno precedente, dato non spettacolare rispetto al 5.5% dell’Irlanda (la capofila del blocco), ma sensibilmente superiore a quell’1,5% che rappresenta la media europea – l’Italia si è fermata allo 0.3%, fanalino di coda. Sempre nel 2019, la Cechia è risultata il quarto paese – dopo Polonia, Ungheria e Grecia – che ha più beneficiato della redistribuzione di fondi comunitari, totalizzando un disavanzo positivo di oltre 3,5 miliardi nella differenza tra soldi immessi nel bilancio Ue e soldi prelevati. Numeri che spiegano perché la Cechia sia il paese con il tasso di disoccupazione più basso dell’Ue: 2,7%, contro una media comunitaria del 7,9% – l’Italia è al 9,7%. È inoltre uno dei pochi Stati tra quelli della metà post-comunista del blocco comunitario che, secondo le proiezioni più recenti di Onu e altri istituti, non sta andando incontro al collasso demografico. In termini economici, il paese mitteleuropeo ha poco da lamentarsi dell’appartenenza all’Ue. Il secondo dato è forse meno quantificabile. Negli ultimi tempi, specie dopo l’approdo di Donald Trump alla Casa Bianca (2016), si è diffusa maggiormente anche nell’Ue la tendenza a non interferire negli affari interni dei paesi membri, a meno di soprusi clamorosi. La Cechia in questo ha beneficiato così delle sfuriate dei due colleghi regionali, Ungheria e Polonia, spiccando come un attore razionale e ben disposto al dialogo rispetto a loro due. Anche perché i cechi sembrano abbastanza refrattari alle campagne tradizionaliste e ideologiche incentrate sulla difesa dei valori tradizionali: essendo una popolazione storicamente atea, questo tipo di messaggi hanno poca presa, così come le crociate contro i diritti LGBT. Questa linea ha reso Praga un interlocutore affidabile per i partner Ue, aumentandone l’influenza nell’arena comunitaria. Questi elementi confermano quanto la Cechia si discosti dall’immaginario comunemente assegnato ai “paesi del Gruppo Visegrád,” un’etichetta priva di valore sostanziale e inadatta a descrivere quattro Stati molto diversi tra loro.     

Per approfondire: Nego ergo sum: l’insostenibile identità geopolitica del gruppo di Visegrád (Limes)

s.b

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