La legge sul divorzio compie cinquant’anni: cos’è cambiato?

01.12.2020 – 12.40 – L’Italia è un Paese moderno”, “Ha vinto la libertà”, “vittoriosa conclusione di una giusta battaglia” o, più semplicemente, Il divorzio è legge”. Questi i vari titoli delle testate giornalistiche del 1° dicembre 1970, giorno in cui, nonostante l’opposizione della Chiesa e della Democrazia Cristiana, viene introdotta in Italia la “Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”, la legge sul divorzio.
A questo fondamentale traguardo si è arrivati grazie al lavoro dei deputati Loris Fortuna (PSI) e Antonio Baslini (Partito Liberale Italiano), che hanno intercettato i bisogni della società italiana. Siamo di fronte a un evento epocale: l’Italia è il Paese che ospita il Papa, e per la Chiesa il matrimonio è un “vincolo indissolubile tra marito e moglie”. E infatti appena quattro anni dopo le forze cattoliche promuovono un referendum per la repentina abrogazione della legge.

I tempi, però, sono ormai maturi per rendere scindibile il vincolo matrimoniale e per questo, alle urne del 1974, il 59,26% degli italiani dice no, promuovendo definitivamente il nuovo istituto giuridico. La legge 898/1970 consente a marito e moglie di dirsi addio: per decisione reciproca, su richiesta di uno dei coniugi, e in casi particolari, come per esempio la condanna penale di uno dei partner, anche per reati gravi.

I divorzi nel primo anno di applicazione della legge, il 1971, furono 17.134raddoppiarono l’anno dopo (31.717), si assestarono nel 1973 (21.272), calarono l’anno appresso (14.087). A dieci anni dall’introduzione, nel 1981, se ne contarono ancora meno: 12.608. Il dato esplode alla fine degli anni ‘80: nel 1991 i divorzi sono 27.350, nel 2001 arrivano a 40.051, nel 2011 a 53.806. Secondo l’Istat, tra il 1991 e il 2018 si è assistito a un vero e proprio boom dei divorzi in Italia. All’interno del valore complessivo si può osservare che il numero più consistente si concentra da sempre nella fascia tra 15 e 65 anni anche se, nel periodo considerato, è proprio qui che si registra un notevole calo: dall’88,1% del totale nel 1991 al 77,9% del 2018. Un dato interessante è quello che vede un aumento consistente nel gruppo tra 65 e 79 anni, il quale raddoppia dal 1991 a oggi la sua quota: dall’11,9% al 22,1% (da 44.848 a 368.678 divorziati) e il gruppo over 80 che addirittura arriva quasi a triplicare la sua presenza passando dall’1,3% al 3,2% (da 4.818 a 53.174).

Anche se i divorzi sembrano numerosi, secondo Eurostat, negli ultimi anni, in Italia si divorzia poco. Dagli ultimi dati sui divorzi ogni mille abitanti,l’Italia è a quota 1,53, considerando una media del 2016, 2017 e 2018: decisamente meno del valore medio Ue di 1,9.  Nel nostro Paese il tasso di divorzio è balzato da 0,9 a 1,4 solo nel 2015 con l’approvazione del “divorzio breve”. Ma se siamo tra i Paesi con meno divorzi per abitante, poiché in Italia i matrimoni sono in calo, siamo tra i primi cinque nella Ue per divorzi per numero di matrimoni, ben 47,9, dopo Paesi Bassi, Finlandia, Repubblica Ceca e Danimarca. Siamo al di sopra anche di Svezia e di Norvegia.

Ma cos’è cambiato in Italia? L’esperta di statistica, Linda Laura Sabbadin, scrive a corredo dell’ultima analisi dell’Istat su dati del 2018: “In Italia l’instabilità coniugale è in costante crescita, a seguito delle importanti trasformazioni socio-demografiche che hanno riguardato la formazione e lo scioglimento delle unioni. Tuttavia, rispetto ad altri contesti, quello italiano si caratterizza per un’incidenza più contenuta di separazioni e divorzi e per una prevalenza delle prime rispetto ai secondi. Tradizionalmente si è osservato, infatti, che una volta separati legalmente i coniugi non sempre procedono con lo scioglimento degli effetti civili del matrimonio che si ottiene solo con la sentenza di divorzio”.

a.b