Alimentari: il Friuli Venezia Giulia è (quasi) autosufficiente

01.12.2020 – 11.25 – In risposta ai timori di carenze alimentari nell’eventualità che ci sia un nuovo lockdownAgrifood in collaborazione con ERSA, l’Agenzia regionale per lo Sviluppo Rurale del Friuli Venezia Giulia, ha elaborato uno studio dove si è analizzato il grado di autosufficienza alimentare della nostra regione, ovvero la capacità di produrre abbastanza cibo da soddisfare le necessità di tutti gli abitanti.
La risposta è confortante, se escludiamo i latticini e il frumento, il Friuli Venezia Giulia è perfettamente in grado di rispondere alla domanda locale senza nessuna importazione da altre regioni o altri paesi.
Infatti, gli abitanti del territorio non devono preoccuparsi né della carenza di carne, in quanto la produzione è di circa 670 mila quintali a fronte di un consumo annuale stimato per la popolazione regionale in 381.500 quintali, né di uova, in quanto la produzione supera di tre volte la domanda, né di pesce, in quanto, nonostante vengano consumati ben 160 mila quintali di prodotti ittici nella nostra regione solo la produzione friulana di trote è pari a 110 mila quintali l’anno. Inoltre, la domanda di frutta è leggermente inferiore all’offerta, in quanto ne vengono mangiati 740 mila quintali ogni anno mentre il Friuli Venezia Giulia ne produce 865 mila. Mentre, e qui la sorpresa sarà assai scarsa, la produzione di vino supera quattro volte il consumo, pertanto nessuno rischia di rimanere a bocca asciutta tanto presto.

Per quanto riguarda invece i prodotti lattiero-caseari e i seminativi, la nostra regione è costretta ad importare, in quanto la produzione interna è insufficiente. Infatti, per quanto riguarda i primi, ogni anno nella nostra regione vengono munti ben tre milioni di litri di latte, che poi in parte vengono trasformati in formaggi e altri derivati, ma vengono consumati l’equivalente di quattro milioni di litri, importando circa il 30% dei latticini che consumiamo dai vicini Austria e Veneto. Mentre, per quanto riguarda i secondi, la produzione annuale di frumento si aggira in regione sui 468 mila quintali ma, sfortunatamente, il consumo domestico e industriale ha bisogno di ben 905 mila quintali per produrre pane, pasta, e altri prodotti analoghi.

Questi sono dati indubbiamente positivi ma, anche se siamo in grado più o meno di sfamare tutti senza problemi, ciò non significa che succeda nella pratica. Infatti, è ben noto che la povertà stia aumentando nella nostra regione e a Trieste. Infatti, nonostante il reddito imponibile medio nella nostra provincia risulti essere di 23.078 euro, contro una media regionale di 21.582, classificandosi pertanto come l’undicesima provincia più ricca d’Italia e la seconda del nord-est dopo Bolzano, solo a maggio erano pervenute ai servizi sociali più di 1300 richieste di aiuto, a cui si aggiungono le 3 mila domande per i buoni spesa e di cui solo 100 sono state respinte, e l’allarme delle associazioni benefiche come la Comunità di Sant’Egidio, che se prima della quarantena distribuiva in media 240 spese adesso ne distribuisce 380. E tra chi si rivolge alle mense dei poveri per la prima volta troviamo donne, giovani, precari, piccoli commercianti e lavoratori in nero.

Inoltre, l’andamento dei prezzi al consumo non aiuta a contrastare la difficoltà delle fasce più povere della popolazione a riempire il carrello della spesa. Infatti, a ottobre gli indici dei prezzi al consumo nella città di Trieste sono cresciuti dello 0,6% rispetto a settembre e dello 0,3% rispetto a ottobre 2019. Oltretutto, l’aumento specifico per alimentari e bevande analcoliche è pari a quasi il quattro per cento e per la ristorazione e i servizi ricettivi invece la crescita è stata di tre punti e mezzo.

In generale si tratta di una situazione fra luci e ombre, in quanto è positivo che la produzione interna sia sufficientemente ampia e variegata da coprire, e in molti casi superare, le necessità degli abitanti della nostra regione, ma, d’altro canto è innegabile che per un numero crescente di persone acquistarli sia un problema in aumento. E per contrastare questa fragilità crescente è necessario uno sforzo sia pubblico che privato, attivando da un lato strumenti di welfare adatti a contrastare la crescente povertà alimentare, ovvero l’incapacità degli individui di accedere ad alimenti sicuri, nutrienti e in quantità sufficiente per garantire una vita sana e attiva rispetto al proprio contesto sociale, e dall’altro attivandoci come cittadini per promuovere misure di contrasto alla povertà.

a.z