23 C
Trieste
lunedì, 3 Ottobre 2022

Porto Vecchio, logistica e innovazione: Francesco Russo parla della Trieste del futuro

13.11.2020 – 07.30 – Il viaggio nella possibile Trieste del futuro ci porta ancora una volta in Porto Vecchio, diventato chiave, per l’area cittadina e quindi per la vita di ogni giorno più che per quella logistica e industriale già avviatasi con grandi risultati, del cambiamento in corso, e possibile cardine su cui potrebbe ruotare la vita quotidiana della città stessa. Congelato, per così dire, dall’emergenza portata dal Covid-19 ma non certo fermatosi – proprio in questo 2020, Porto Vecchio ha ospitato al suo interno ESOF, evento grazie al quale Trieste è divenuta per quest’anno capitale della scienza – il percorso di Trieste futura si è mosso su due strade parallele ma non distanti, anzi convergenti in una visione unica del rapporto che Trieste avrà con il suo mare: la rivoluzione logistica e strategica portata avanti dal presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, Zeno D’Agostinoe la sdemanializzazione del Porto Vecchio , iniziata con l’emendamento Russo che ha permesso lo sblocco di una situazione protrattasi per decenni. Di questo e di cosa bisognerebbe ora fare abbiamo parlato, tra cambiamenti, potenziamenti delle infrastrutture, risorse già messe in campo, investimenti necessari, scommesse già fatte e altre da fare, con il Vicepresidente del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia, Francesco Russo, autore proprio di quell’emendamento.

Nel lungo percorso di sblocco del Porto Vecchio di Trieste, lei è stato protagonista del decisivo passaggio parlamentare che ha messo in moto il processo di sdemanializzazione.
Da dove si è partiti, e dove si vuole arrivare? 

“Il punto di partenza del Porto Vecchio triestino purtroppo è quello di un’esperienza di quasi 40 anni in cui quell’area è stata chiusa a tutti i cittadini, e preclusa a qualsiasi attività economica che non fosse il piccolo tornaconto personale di pochi, che approfittava di alcune posizioni di rendita. Questa situazione si è fortunatamente sbloccata qualche anno fa, in modo quasi inaspettato per molti: si pensava che i vincoli giuridici fossero inestricabili, e invece siamo riusciti a sdemanializzare l’area facendo un lavoro inedito. Per la prima volta in Italia si è riusciti a fare un’operazione simile per legge e non per via amministrativa.
Questo ha dato il via libera ad un ragionamento importante su quest’area e soprattutto, in sinergia con Zeno D’Agostino, alla possibilità di spostare i punti franchi, utilizzandoli anche altrove”.

Quali sono stati gli effetti immediati?

“La novità sui punti franchi e il porto ha dato il via a un ragionamento su come quell’area, grande e importante, possa diventare pienamente un pezzo della Trieste vitale, vissuta ogni giorno, capace di attrarre le risorse che oggi sono necessarie alla città per invertire un trend che negli ultimi anni, decisamente, non è stato favorevole al capoluogo del Friuli Venezia Giulia: in 50 anni, la città ha perso ben 80mila abitanti. Purtroppo, tutto procede ora con grande lentezza. Quindi la grande sfida è riprendere velocità e trasformare il Porto Vecchio in un’area di grande attrattiva, in modo che giovani talenti, famiglie, lavoratori e imprese arrivino a Trieste e la facciano crescere.”

La proposta di convogliare nel Porto Vecchio gli enti di ricerca del territorio di Trieste può attirare ulteriori attenzioni internazionali? Con effetti positivi per il resto del paese?

“C’è un errore che non dobbiamo fare, che invece più di qualcuno compie, ovvero pensare di trasferire in Porto Vecchio organi già operativi in altre parti della città: siano essi uffici, tessuto museale, o abitazioni. Il Porto Vecchio va riempito di realtà che, ad oggi, a Trieste non ci sono, perché la vera sfida è essere attrattivi. Se no si corre il rischio di ritrovarsi con attività spostate in Porto Vecchio e contemporaneamente nuovi ‘buchi neri’ in giro per la città. Naturalmente, le nostre attività di ricerca e innovazione possono essere alcune delle vocazioni del Porto Vecchio; a patto, però, che questo non significhi ad esempio svuotare altre aree di ricerca trasferendole semplicemente in una nuova sede. Il Porto vecchio è una sfida che si può vincere, ma va giocata in termini di novità e attrattività.”

Parlando con il Sindaco Roberto Dipiazza è emersa, per il Porto Vecchio triestino, la volontà dell’amministrazione comunale attuale di dividere il progetto tra una piccola ‘Silicon Valley’ dedicata alla ricerca e una zona residenziale, per animare al meglio il complesso. Cosa ne pensa? Quale sarebbe, secondo lei, un Porto Vecchio ‘perfetto’? Come si articolerebbe?

“I progetti si costruiscono anche verificando cosa offre oggi il mercato: dobbiamo avere l’ambizione di far diventare il Porto Vecchio di Trieste il lungomare del Mediterraneo più innovativo, recuperando quello splendido patrimonio architettonico che già c’è e rendendolo il più moderno possibile. Portando in loco le migliori tecnologie. Una cosa che mi piacerebbe fare, ad esempio, e che riporto sempre, è andare dai grandi protagonisti mondiali dell’innovazione, della comunicazione e dell’informatica, e chieder loro di venire a sperimentare proprio in Porto Vecchio la tecnologia che andrà poi sul mercato in tre o quattro anni: facendo questo, Trieste potrebbe così diventare una vera e propria vetrina di innovazione. Allo stesso modo dobbiamo far diventare questa zona una parte della città assolutamente autonoma dal punto di vista della produzione energetica: un’area che sfrutti, e produca, quindi solo energia pulita, diventando ad emissione zero. Io sogno un Porto Vecchio libero dalle automobili, con spostamento moderno su rotaia, biciclette, monopattini e, eventualmente, auto elettriche. Dobbiamo far sì che al suo interno succedano le cose che accadono nei posti all’avanguardia del mondo. Questo è l’unico modo per attrarre soggetti internazionali che portino lavoro di qualità: solo allora il tema della ricerca può essere sviluppato al meglio.”

Cos’è stato ESOF 2020 e cosa rappresenta concretamente per il futuro scientifico di Trieste e, in generale, della Regione Friuli Venezia Giulia?

“ESOF è stata una grande invenzione che si è voluta portare a Trieste: ricordo i primi passi con Stefano Fantoni, con un emendamento che toccò la cifra di 1 milione e 200mila euro. Fu il primo finanziamento, quando ero ancora al Senato, per far partire l’ipotesi di ESOF.
Un evento che ha avuto la grazia, perché con l’epidemia di Covid il rischio di dover cancellare completamente tutto, di perdere questa opportunità, è stato molto grande. Fortunatamente invece l’Europa ha parlato di Trieste per molti giorni; siamo stati una piccola capitale della ricerca e innovazione e oggi è importante che ci sia un’eredità di tutto questo. Spero ci sia l’occasione di lavorare in questa direzione in modo da valorizzare quell’area del Porto Vecchio che dovrebbe mantenere un’identità legata alle iniziative scientifiche. E che sarebbe una componente che, parlando in veste di professore, rappresenterebbe per me una grande soddisfazione: portare giovani da tutto il mondo a lavorare in Porto Vecchio sarebbe davvero bellissimo.”

A proposito dei giovani: nonostante il crogiolo scientifico e di ricerca che caratterizza Trieste, da molti anni si sta assistendo, tanto a livello locale quanto a livello nazionale, a quella che viene definita “fuga di cervelli”. Come fare per invertire questa tendenza?

“Come dicevo prima, è il primo impegno che tutta la politica e tutte le istituzioni italiane, anche quelle economiche e sociali, devono porsi nei prossimi anni: si parla di una città che come dicevamo ha perso molti abitanti e rischia di scendere sotto le 200mila unità, limite passato il quale si rischia di calare d’importanza anche da un punto di vista amministrativo. Un pericolo enorme, segno di un trend di decadenza che negli ultimi anni non si è riusciti a invertire. Trieste è una città che ha visto partire verso l’estero soprattutto ragazzi della fascia tra i 30 e 35 anni: quindi persone formatesi sul territorio in maniera molto virtuosa, visto che comunque abbiamo un’Università ottima e questo fa sì che i nostri giovani siano molto preparati, molto appetibili, ma il fatto che manchino molte possibilità professionali di questo tipo in questa zona rende difficile mantenere i ragazzi qui. L’alternativa è realizzare presto e bene quello che si può fare: i titoli sono Porto Vecchio, che deve essere la calamita capace di creare opportunità professionali all’altezza di chi di solito parte, e i punti franchi, che ci permetteranno di attrarre imprese, offrendo condizioni più competitive rispetto ad altri territori. E infine il porto e la logistica. Tre componenti su cui il futuro di Trieste deve fondarsi; per creare posti di lavoro di qualità, per ragazzi di qualità.”

Il Porto di Trieste sta diventando sempre più un punto nevralgico a livello internazionale: a cosa si potrebbe ambire in tempi relativamente brevi?

“Bisogna potenziare e sviluppare quello che in questi anni si è iniziato, ricordando come con Zeno D’Agostino ci sia stato un momento di rottura rispetto alla gestione che per troppi anni aveva tenuto il porto molto fermo. In cinque anni D’Agostino ha fatto quello che in 20, 25 anni non si era riusciti a fare. Io credo che prevalentemente sia necessario continuare a sviluppare questa specificità che Trieste ha di servire, a differenza di qualunque altro porto del nostro Paese, altre nazioni. Trieste infatti è l’unico porto italiano che lavora per più del 90 per cento ‘estero su estero’, e non per il mercato interno. Dobbiamo essere un porto di riferimento per l’Ungheria, la Baviera, la Cechia, ma anche salendo verso il nord, perché oggi siamo già il secondo porto di riferimento anche per il mercato tedesco. Bisogna investire molto, portare a compimento le nuove banchine, la piattaforma logistica, il Molo VIII, il prolungamento del Molo VII e, soprattutto, lavorare con una visione più ampia. Da Monfalcone a Capodistria, come territorio, siamo visti dall’alto quale unico sistema portuale, e bisogna lavorare sempre più in questa direzione. Quindi è chiaro che, pensando di operare in un’area così vasta, il tema della città metropolitana, anche transfrontaliera, diventa un punto di riferimento: certamente qualcosa su cui la politica dovrà ragionare.
Noi sappiamo che le città metropolitane sono per l’Europa, anche per i fondi che arrivano da essa, un punto di riferimento; questo accade perché l’Unione Europea identifica quei luoghi quali zone capaci di attrarre risorse economiche, talenti e innovazione. Sarebbe quindi una cornice ideale per le possibilità di sviluppo di cui abbiamo parlato.”

Avevamo discusso con lei dell’accordo con la Hhla. Quale impatto avrà per la città questa intesa con Amburgo, sia a livello logistico sia magari come spunto, considerando l’ammodernamento del Hamburger Speicherstadt, per un potenziamento architettonico?

“Credo proprio di sì. Avere un soggetto così importante, una realtà della Germania che ci aiuta nella gestione dei rapporti con la Cina e quella con la Cina è una comunicazione che non dovrà essere dismessa, è molto rilevante: cambieranno le forme, ma le merci continueranno ad arrivare. Il vantaggio è di avere un soggetto che ha avuto un ruolo importante nella riqualificazione di una situazione simile alla nostra e, dentro i ragionamenti che si stanno facendo per attrarre i grandi fondi di investimento sul Porto Vecchio, non può essere altro che un valore aggiunto arrivato al momento giusto.”

Nuova Via della Seta: dove siamo, con Trieste, e cosa si vorrebbe raggiungere?

“Noi sulla Via della Seta ci siamo e, a livello portuale, le merci cinesi devono comunque passare per Trieste per arrivare nel mercato europeo. Mercato che, comunque, resta il più importante, con Germania, Belgio, Olanda, in Italia la Pianura Padana e via dicendo: zone che rappresentano le aree più sviluppate al mondo e che la Cina continua a guardare. Spero come sempre che si approfitti di questa scelta geopolitica cinese per guadagnarci e non essere, fra virgolette, colonizzati. Ma mi pare che già da prima il rischio non ci fosse, visto che, come abbiamo sempre detto, il Porto di Trieste non si può comprare, al massimo ci si può lavorare in concessione, e nel nostro porto ci sono già soggetti nazionali diversissimi: dai tedeschi agli austriaci, dagli olandesi ai turchi, dai danesi agli ungheresi; fossero arrivati anche i cinesi, a gestire una banchina, non sarebbe stato certo uno scandalo. In questo momento non succederà, o almeno non a breve; ma comunque stiamo gestendo una partita con le spalle coperte dall’Unione Europea, e quindi ancora di più, come ricordava Zeno D’Agostino parlando del vino, possiamo aprire dei corridoi privilegiati, speriamo anche doganali, giocandocela alla pari. In modo che Trieste rimanga centrale senza correr rischi di subalternità.”

[c.c]

spot_img

Ultime notizie

spot_img

Dello stesso autore