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lunedì, 5 Dicembre 2022

La dimensione “militare” della Via della Seta. Intervista con Giorgio Cuscito

18.11.2020 – 08.30 – L’immagine della Cina proposta di volta in volta dall’Occidente nel corso dei secoli, dapprima dall’Europa continentale, in seguito dall’Inghilterra, infine dagli Stati Uniti, ha tradizionalmente detto molto più degli occidentali che dei cinesi, riflettendo le paure e le speranze del periodo storico. I fisiocratici francesi, a metà del XVIII secolo, idolatravano l’impero cinese come il perfetto modello di monarchia illuminata: un regno “giusto”, animato da uno spirito razionale, dedito a quell’agricoltura ritenuta dal movimento illuminista francese alla base della ricchezza del paese. Il Regno di Mezzo viveva, in effetti, il suo ultimo periodo di effettiva “gloria”, prima del secolo di crisi proprio del XIX secolo, tra carestie, ingerenze coloniali e rivolte interne (tra tutte i T’ai-p’ing).
Il moltiplicarsi dei rapporti con la Cina, nel corso del diciannovesimo secolo, introdussero dapprima l’immagine di una Cina impossibilitata a muoversi dalla sua stessa popolazione, un gigante immobile a causa delle masse di contadini da sfamare [1].
Successivamente, seguendo non la realtà cinese, ma l’evolversi degli studi ottocenteschi, proprio quelle masse di popolazione divennero minacciose presenze che si temeva debordassero in un’immigrazione incontrollata, sottomettendo l’Europa [2]. Paure razziste, concretizzatasi negli Stati Uniti nei decreti anti-immigrazione, mescolate alla lotta per la sopravvivenza teorizzata dai vittoriani. E nel ventesimo secolo, dalla nascita della Repubblica (1911), al periodo di crisi tra le due guerre mondiali, alla rinascita della Cina “rossa” di Mao Xedong (1949), al nuovo corso di Deng Xiaoping (1978), le “immagini”, i “poster” della Cina si sono affastellati gli uni sugli altri, proponendo uno stereotipo dietro l’altro.
Ma qual è l’effettiva realtà cinese? Per scoprirlo, con una speciale attenzione ai rapporti con Trieste e il Friuli Venezia Giulia, Trieste All News ha intervistato l’analista Giorgio Cuscito, autore del Bollettino Imperiale per la rivista Limes.

Durante la conferenza di Limes aveva delineato un quadro “oggettivo” dello stato cinese.
Tuttavia, qual è invece l’immagine che si è formata della Cina, agli occhi dell’Occidente?
In altre parole il contrasto tra l’oggettiva realtà cinese e l’immagine soggettiva filtrata dall’Europa e gli Stati Uniti.

In occidente si tende a vedere la Cina come un sistema monolitico sotto il profilo politico, economico e socio-culturale. Invece chiaramente non è così. All’interno del sistema politico vi sono correnti, fazioni avverse, c’è una lotta all’interno del Partito Comunista. Nell’ambito economico ci sono imprese estremamente potenti non necessariamente allineati con gli interessi politici del paese.
Il caso più evidente è quello di Ant Group, il gruppo di Alibaba che è stato di fatto bloccato dal governo poco prima di debuttare in Borsa. Quello è un esempio chiaro di come Pechino vuole che si allinei agli interessi strategici cinesi.
Occorre poi considerare che vi sono in Cina 56 etnie, di cui alcune non hanno ancora assimilato l’identità nazionale in linea con i dettami del Partito Comunista. Ci sono etnie che conservano usi e costumi tradizionali, come ad esempio i tibetani, i mongoli, gli uiguri nello Xinjiang; da cui le politiche tutt’altro che ortodosse con le quali la Cina vuole inculcare in queste popolazioni gli usi e i costumi della maggioranza Han cosicché d’assicurarsi sul lungo periodo la loro fedeltà al partito.
Uno scenario molto più complesso di quanto superficialmente tendiamo a vedere in occidente.

Un processo che rientra nella formazione del classico stato-nazione o si tratta di una visione eccessivamente ottocentesca?

Rientra perfettamente in quest’ambito, perchè la Cina ha abbracciato relativamente tardi l’idea di nazione. Fino al 1911 la Cina si percepiva come un impero, non aveva ad esempio una bandiera; il suo emblema era quello della dinastia imperiale. Le stesse carte geografiche presentavano un impero senza confini, perchè tracciarli avrebbe contraddetto questa superiorità, quest’essere un impero “al centro del mondo”, concetto a cui allude il suo nome Zhong guo (Impero del Centro).
Dapprima con le guerre dell’oppio e successivamente con l’invasione giapponese tra ottocento e novecento Pechino ha compreso che questa concezione del mondo era in crisi; non a caso le prime carte con i confini ben delineati risalgono agli inizi del novecento, poco prima del crollo imperiale. Successivamente con la fondazione della Repubblica di Cina si è innescato il processo di formazione nazionale, però intralciato per cinquant’anni da una successione senza fine di guerre civili. La Repubblica Popolare ha introdotto la lingua standard e ha gradualmente consolidato il controllo del Partito Comunista all’interno del paese. Tuttavia vi sono ancora dei gap da colmare; il più grave rimane ovviamente quello di Taiwan, il quale ora non intende accettare la possibile riunificazione.
Una riconquista che la Cina considera fondamentale tanto a livello strategico, quanto identitario.

Passando ai rapporti con gli stati confinanti, qual è il rapporto col Giappone?
Questi si pone in maniera antagonista, anche per la sua collocazione geografica, ma non può realisticamente “ignorare” la Cina.

Il rapporto col Giappone è tradizionalmente conflittuale, considerando come gli eserciti giapponesi abbiano invaso la Cina per due volte; mi riferisco alle due guerre sino-giapponesi che Pechino ricorda bene, considerando come avessero evidenziato la sua debolezza marittima; da qui l’impulso a diventare una potenza navale capace di respingere le offensive da est.
Il Giappone, tuttavia, è in fase di riarmo; è alleato degli Stati Uniti; è più che mai convinto della necessità di ostacolare l’ascesa economica (e militare) della Cina.
Non a caso questo mese, a novembre 2020, Stati Uniti, Giappone, India e Australia si addestreranno per la prima volta congiuntamente nella cornice del Dialogo Quadrilaterale di Sicurezza al largo delle coste indiane; un inedito assoluto, mai avvenuto prima.
Occorre inoltre considerare come il Giappone investa pesantemente nel sud est asiatico che rimane una parte di mondo che Pechino vorrebbe trasformare nella propria area di influenza, il proprio “cortile di casa”.
Una visione difficile da realizzare, specie considerando che i paesi del sud est asiatico non vogliono finire tra l’incudine e il martello, tra Stati Uniti e Cina; eppure sono già tutti coinvolti in questo duello di lungo periodo e in più c’è l’interesse del Tokyo a rilanciare, a ritornare a essere protagonista nello scenario dell’estremo oriente.

Ma c’è un effettivo dinamismo da parte del Giappone, specie considerando la profonda recessione prodottasi dagli anni Novanta o si tratta di una prosecuzione di politiche già in atto da tempo?

In realtà gli investimenti giapponesi nel sud est asiatico sono superiori a quelli cinesi, nonostante le ambizioni di quest’ultimi; e specie considerando come questo sia il primo approdo della Via della Seta marittima.
Il Giappone ha una marina formidabile, all’avanguardia sotto molti punti di vista. E conosce meglio il mare della Cina che infatti sta facendo di tutto per rafforzarsi a livello navale, non solo nella qualità delle proprie forze armate, quanto nell’esperienza, perché quanto realmente manca ai cinesi è proprio l’esperienza di combattimento reale.
Sono tutte dinamiche che i due paesi tengono bene a mente. Poi, certo, concludono anche accordi di collaborazione economica, il Giappone dopotutto ha bisogno di un punto di approdo sulla terraferma… Però questo non intacca sostanzialmente il duello di lungo periodo tra le due potenze asiatiche.

In tema di confini, quali sono i rapporti con la Russia?
Trieste all News aveva analizzato la tematica dalla prospettiva dei russi, grazie all’intervento di Pietro Figuera che ne aveva rilevato l’ambiguità.

Sottoscrivo quanto detto dal mio collega, Cina e Russia sono sempre più vicine a livello tanto politico, quanto economico; ma rimane un riavvicinamento frutto del comune antagonismo nei confronti degli Stati Uniti. Non è prodotto di una sincera alleanza; la Russia rimane uno di quei paesi che durante la guerra dell’oppio e in poi ha invaso la Cina, per altro occupando parte della Manciuria nel nord-est. La stessa città di Vladivostok era originariamente una città cinese.
La Cina non dimentica questa meccanica, mentre i russi non sottovalutano l’espansione dei cinesi verso nord, così come la crescita delle città “economiche” che si trovano proprio lungo il fiume Amur che separa il nord est del paese.
Non a caso i progetti infrastrutturali proposti da Pechino e Mosca, ad esempio nell’ambito ferroviario, stanno registrando continui rallentamenti, ritardi di ogni genere.
Un esempio è il discorso dello scartamento dei binari: in Russia c’è ancora un vecchio modello diverso da quello standard utilizzato in Europa e in Cina. Eppure i russi persistono nell’utilizzare i propri modelli autoctoni, segnale di una forte diffidenza nei confronti della Repubblica Popolare. E lo stesso discorso ovviamente vale nel campo tecnologico; nel campo del 5G la Russia tiene fermamente sotto controllo l’implementazione cinese.

A livello demografico c’è un’effettiva concorrenza nelle province di confine tra Russia e Cina? Solitamente le province orientali russe lamentano a Mosca una forte immigrazione cinese, sebbene sia difficile avere dati certi.

Non disponiamo di dati precisi su quanti cinesi siano presenti nel territorio russo; le cifre sono sempre strumentali, finalizzate ad accusare l’una o l’altra parte. I russi, soprattutto coloro che vivono in Siberia, cercando di puntare il dito sulla presenza cinese, perché temono una crescente influenza della Repubblica Popolare. Vi sono poi interessi contrastanti; c’è la fobia di un’immigrazione cinese che danneggi l’economia. D’altronde la stessa popolazione russa è in continuo decremento demografico…

Gli interessi cinesi in Africa vengono solitamente criticati, ma sotto il profilo della mole di investimenti non se ne può negare il ruolo nel progressi di molti paesi africani.
Quali sono gli elementi meno considerati quando si parla della Cina in Africa?

Quando discutiamo di infrastrutture cinesi occorre ricordare che parliamo anche di data center, cavi in fibra ottica, strutture attraverso cui scorrono le informazioni di Internet. Non solo porti e ferrovie. Un elemento da tener conto per il dominio tecnologico, reale campo dove si scontrano Stati Uniti e Cina. C’è inoltre la volontà di rafforzare la presenza militare in Africa; l’esempio più eclatante è l’installazione militare di Gibuti, nel Nord Africa, proprio davanti alla rotta attraverso cui scorrono i flussi commerciali diretti nel canale di Suez. Occorre inoltre considerare come la Cina sia tra i paesi del Consiglio di Sicurezza ONU con il maggior numero di truppe dedicate alle missioni di peace keeping; le quali si concentrano non a caso proprio in Africa, dove la Cina ha sviluppato i suoi maggiori interessi. Le Vie della Seta dimostrano sempre di più di avere una dimensione militare, strategica; Pechino sa perfettamente che laddove aumentano gli interessi economici, aumenta anche la necessità di tutelarli. Questo spinge la Repubblica Popolare a formare delle forze militari capaci di operare in contesti remoti; le missioni di peace keeping servono anche a fornire esperienza alle truppe cinesi, analogamente alla flotta.

Uno degli elementi oggetto di forte polemica, specie negli ultimi mesi, sono gli Istituti Confucio dislocati in Europa e in America; accusati di essere “veicoli di propaganda” filocinese, specie dagli Usa. Qual è in realtà la situazione?

Gli Istituti Confucio sono oggetto di critiche perché fanno riferimento al Ministero dell’Istruzione cinese; c’è dunque un diretto legame col Partito.
Le critiche che sono state mosse, specie dagli Stati Uniti, è in relazione al loro operato. Certamente sono Istituti che, oltre a favorire l’apprendimento della lingua e cultura cinese, funzionano quali centro di raccolta di informazioni per il governo, un po’ come se fossero delle “antenne” all’estero. Sono entrati a far parte di questa partita nel momento in cui il duello ideologico Usa-Cina si è rafforzato; quando il Partito Comunista nello specifico è diventato il vero rivale, la partita è divenuta anche “culturale”. L’obiettivo ovviamente è screditare l’immagine della Cina all’estero; mettere in dubbio anche l’interazione di natura culturale con questo paese. Non solo focalizzarsi sull’affidabilità economica cinese o la sicurezza dei dati, ma mettere in discussione la stessa cultura cinese, precludendo sul lungo periodo ogni rapporto di fiducia.
Gli Istituti Confucio in quest’ambito sono finiti “nel mezzo”.

Un Istituto di Cultura italiano all’estero, nel suo ruolo di ambasciata e tutela dell’identità italiana, può essere paragonato a un Istituto Confucio?
Non sono così diversi, alla fin fine.

Indubbiamente; alla fine è il contesto che fa la differenza. Tra il 2010 e il 2012, quando gli Istituti Confucio si sono espansi e sviluppati all’estero, non c’è stata alcuna critica; ci sono centinaia di istituti di questo tipo al mondo, ciò vuol dire che all’epoca i governi e la popolazione li hanno accettati. Piuttosto è cambiato l’umore generale; lo attestano anche i sondaggi, ad esempio uno del Pew Research Center attesta che l’immagine della Cina è drasticamente peggiorata rispetto a una decina di anni fa.

Spostandosi nell’ambito della Via della Seta, quanto questa è stata realmente danneggiata dall’emergenza Coronavirus? Molti giornali, specie in relazione a Trieste, ne annunciava già la morte lo scorso marzo 2020, ma la realtà è ovviamente diversa…

Durante la prima ondata di epidemia c’è stato un rallentamento e in alcuni rari casi uno stop completo ad alcuni progetti; poi sono ripresi, specie nel sud est asiatico, il quale peraltro è la parte del mondo che ha avuto la reazione migliore al Coronavirus.
Al di là della Cina che oggi conta appena poche decine di contagi al giorno, anche tutti i paesi del sud oriente asiatico hanno reagito bene e ciò ha consentito una ripresa delle attività economiche.
L’epidemia però non cancella i progetti cinesi; più che altro il Covid-19 ha accelerato la “rottura” con gli Stati Uniti e peggiorato le relazioni con l’Europa. Molti paesi europei ormai stanno ridimensionando i rapporti della Cina a livello tecnologico; la Via della Seta è anche “digitale”, va ricordato. Ma ciò è una conseguenza a sua volta dell’antagonismo Usa, non è legato alla pandemia in corso.

Come si possono giudicare gli investimenti cinesi in Europa centro-orientale?
C’erano, fino a qualche anno fa, grandi aspettative, ma non sembrano essere progrediti; e c’è chi ha avanzato l’ipotesi che fosse una “tattica” della Cina per avere una maggiore leva politica.

In realtà questi fattori vanno di pari passo; gli investimenti infrastrutturali servono anche per guadagnare il consenso dei governi dell’Europa centro-orientale, i quali sono ansiosi d’incamerare denaro per migliorare trasporti e commercio. L’obiettivo originario della Cina era di sviluppare una tratta ferroviaria dal porto del Pireo, controllato dalla Cosco, verso la Germania, passando attraverso i Balcani. C’è stata in quest’ambito una battuta di arresto; fondamentalmente i progetti sono stati rallentati, specie a causa degli standard europei.
Non tutto però è andato perduto, perché la maggior parte dei paesi dell’Europa orientale continua a fare affari con la Cina. Sotto il profilo militare in particolar modo; proprio la Serbia ha acquisito droni e missili terra-aria di nuova generazione dalla Cina.

La rotta ferroviaria dal Pireo sembra invece ormai compromessa; e proprio per questo penso che Amburgo abbia voluto investire a Trieste. La città diventa un punto di approdo alternativo al Pireo; da Trieste i tedeschi promettono di migliorare il collegamento via binario.

È possibile affermare che la Germania sostanzialmente si è posta come intermediaria tra Trieste e la Cina? Perché sono i tedeschi, a loro volta, che esportano verso la Cina…

È così, ma va anche sottolineato che la Germania può in questo modo espandere la propria area d’influenza in Europa centro-orientale, tradizionalmente territorio conteso con la Russia per ragioni storiche, ma senza dimenticare gli Usa in funzione anti-russa e la stessa Turchia. E adesso vi si aggiungono gli investimenti cinesi. La mossa dei tedeschi è dunque azzeccata, perchè consente di continuare a fare affari con la Cina, ma senza aderire alla Via della Seta; contemporaneamente perseguendo i propri interessi nell’Europa centro-orientale.

Ricorre, tra le forze politiche maggiormente sinofobe, l’accusa verso la Cina d’indebolire i contratti di lavoro, favorendo un abbassamento della qualità delle paghe e delle condizioni lavorative.
C’è un concreto pericolo in tal senso?

Il timore ipotizzo derivi dalle politiche della Cina altrove, dove ha fagocitato interi segmenti dell’economia, specie in Africa; però l’Italia non ha un sistema di teoria del lavoro fragile come nei paesi in via di sviluppo. Difficilmente le istituzioni permetterebbero un peggioramento delle condizioni lavorative simile a quello africano, con un abbassamento delle paghe e della sicurezza sul lavoro.

Il Pireo viene sempre affrontato sotto il profilo della (mancata) sovranità greca; ma sotto il profilo economico, pensando al lavoratore che trova così impiego, ha funzionato?
È un porto efficiente?

Sì, anzi, le attività del Pireo da quando la Cosco ha investito sono aumentate notevolmente; c’è stato un miglioramento. Sotto il profilo economico, ha funzionato. Però è stato un investimento sviluppato in un altro periodo storico; oggigiorno non è più possibile fare un paragone tra Trieste e il Pireo, in termini di negoziato con la Cina.
Tant’è vero che la Grecia recentemente ha dovuto rafforzare ulteriormente il legame militare con gli USA, proprio per rassicurare Washington sul ruolo greco nella Nato.
L’Italia, dal suo canto, ha tentato di rafforzare il rapporto con la Cina nel momento esatto in cui il duello tra quest’ultima e gli Stati Uniti entrava nella sua fase peggiore.
Alla fine si è trattata anche di una “finestra di opportunità”, come la definiscono i cinesi; la nostra si è ormai notevolmente ridotta.

[1] Si veda Jurgen Osterhammel, Storia della Cina moderna. Secoli XVIII-XX, Einaudi, 1992

[2] John Kuo Wei Tchen and Dylan Yeats, eds., Yellow Peril! An archive of Anti-Asian Fear, Brooklyn, NY: Verso, 2014

[Giorgio Cuscito è analista, studioso di geopolitica della Cina e consigliere redazionale di Limes, Rivista italiana di geopolitica, per la quale cura il Bollettino Imperiale, l’osservatorio di Limesonline dedicato alla Cina e alle nuove vie della seta.
Collabora con testate e centri di ricerca, tra cui MacroGeo, Aspenia, Pearson Institute e DLui.]

[z.s.]
[Riproduzione riservata]

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Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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