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sabato, 1 Ottobre 2022

Friuli Venezia Giulia, e Porto Vecchio. Fedriga: “Progettare ora per la futura ripresa”

13.11.2020 – 11.42 – Con la crisi sanitaria tutt’altro che esaurita, e la conseguente pesante crisi economica che può, in realtà, dirsi appena iniziata, guardare al futuro e pensare a quali potranno essere i tasselli per riprendere una vita normale e progettare la ricostruzione di ciò che andrà perduto è, oggi, sicuramente un’impresa difficile. Tuttavia, se da un lato appare impensabile ragionare in termini diversi rispetto a quelli dell’emergenza sanitaria in cui siamo stati catapultati con l’arrivo del Coronavirus, è fondamentale, e necessario, iniziare a farlo già da subito, e la progettualità in un’ottica di futura ripresa è forse quanto di più concreto al momento si possa fare.

Prima della pandemia, si parlava di logistica e ricerca quali asset fondamentali per il futuro del Friuli Venezia Giulia; lo sono tutt’ora. Con il mare e un sistema di porti, interporti, infrastrutture e collegamenti che continua a crescere e a svilupparsi da un lato, e, dall’altro, un ruolo di spicco nella ricerca scientifica grazie alle eccellenze presenti sul territorio. Il ruolo da protagonista del Friuli Venezia Giulia si è consolidato quest’anno con ESOF2020 che ha avuto, inoltre, il merito di puntare i riflettori su un’area come quella del Porto Vecchio di Trieste. Ne parliamo con il Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga.

Logistica, ricerca e innovazione: sono gli asset fondamentali per lo sviluppo del territorio?

“Io credo che il Friuli-Venezia Giulia debba diventare, o almeno il mio sogno è che diventi, uno hub logistico e legato all’innovazione per tutto il centro ed est Europa. Dobbiamo affacciarci ad un mercato che ha una forte necessità che questo avvenga. Si parlava, ad esempio, con l’Ungheria e l’Austria di trovare un punto d’incontro che possa garantire il reciproco sviluppo. Se queste realtà partecipano alla crescita del Friuli Venezia Giulia, lo fanno chiaramente perché qui trovano opportunità all’interno dei servizi che noi possiamo erogare. Avviene tanto per la logistica, essendo paesi che hanno necessità di collegamento e sviluppo soprattutto per il traffico merci, quanto per l’innovazione: se noi, ad esempio, riuscissimo a mettere in contatto anche la parte formativa con le realtà produttive per la creazione di innovazione e di startup di professionisti, riusciremmo a dare un servizio importante e ad avere al contempo uno sviluppo regionale non indifferente.
Penso che il Friuli-Venezia Giulia debba quindi fare da ponte – che poi, è un po’ la sua storia – con tutta l’area geografica del centro, nord ed est Europa, e su questo noi stiamo cercando già oggi di coinvolgere le grandi realtà del terziario avanzato; dobbiamo essere attrattivi”.

In questo contesto la logistica, in particolare con il Porto di Trieste, gioca un ruolo preponderante. A suo parere, in quale direzione dovrebbe guardare?

“Penso che un porto debba ragionare dal punto di vista commerciale: un’impresa che pensa di avere un unico cliente rischia di diventare un’impresa che dipende da quell’unico cliente, e questo è pericoloso. Bisogna sempre diversificare, anche per rafforzare nella sostenibilità sul lungo periodo la struttura stessa. Io penso che sia importante che il porto di Trieste abbia, soprattutto vista l’importanza che ha ormai a livello europeo, rapporti commerciali – e quindi non politici – con tutto il mondo ed in particolare con l’oriente e l’Asia, ma non semplicemente con la Cina: penso per esempio all’India, che probabilmente sarà uno dei mercati che maggiormente vedrà una crescita nei prossimi anni. Credo che tutta quella rotta, che può toccare Singapore ma penso anche a tutti i paesi del Golfo, possa rappresentare per Trieste e per tutto il centro ed est Europa un’occasione importante”.

C’è stato anche l’accordo tra il colosso amburghese Hhla (Hamburger Hafen und Logistik AG) e la società Piattaforma Logistica Trieste . Cosa ne pensa?

“Vedo positivamente l’intervento di Amburgo nel porto di Trieste, con cui sicuramente possiamo ipotizzare un aumento di traffici verso la Germania che è certamente uno di quegli snodi fondamentali anche per lo stesso Far East: l’Asia e l’oriente. Se pensiamo che, per quanto riguarda il ferro, nei rapporti con la Cina il principale interporto è tedesco. Quindi creare un sistema di tutta quest’area geografica europea è utile, ed è anche quello che stiamo facendo come Regione Friuli Venezia Giulia insieme al porto di Trieste e Monfalcone, con l’Autorità di sistema Portuale; penso all’integrazione che stiamo portando avanti con gli interporti di Trieste, di Cervignano, della SDAG di Gorizia, ma anche con l’interporto carinziano e uno dei due interporti ungheresi a Budapest”.

La questione dell’effettiva attuazione dello status di porto franco di Trieste è tornata recentemente sotto i riflettori. Perché ritiene che la situazione sia rimasta “congelata” così a lungo?

“Io temo che per tanti anni ci sia stato un disinteresse verso quest’area d’Italia. Penso che il problema sia che a Roma è poco percepita la potenzialità del porto di Trieste, ed è troppo percepita una regolamentazione europea che in realtà non lo riguarda: il porto franco di Trieste è qualcosa di antecedente all’Unione Europea stessa, sancita dall’allegato ottavo del Trattato di pace di Parigi del 1947. Noi non siamo una zona franca europea, e non possiamo vivere all’interno di quelle regole. Penso che attuare gli accordi possa essere utile al paese intero: questo lo dico perché una zona franca all’interno del territorio nazionale non vuol dire fare concorrenza ad altri territori produttivi italiani, ma vuol dire formare quell’area cuscinetto fondamentale, per esempio, per evitare le delocalizzazioni. E abbiamo dei casi concreti: aziende pronte a trasferirsi nel porto di Trieste nel caso venga attuato il regime di zona franca. Anche perché l’alternativa non è, per queste aziende, rimanere in altre parti d’Italia, ma trasferirsi nell’est europeo, dove ci sono regimi fiscali attraenti e, per il lavoro, costi decisamente più bassi che nel nostro paese”.

Non solo logistica, si è detto, ma anche ricerca e innovazione. ESOF2020 è stato una parte fondamentale di questo processo: nel complesso, crede la manifestazione possa dirsi un successo? 

“Credo che nella situazione di pandemia ESOF 2020 abbia ottenuto un buon risultato, e penso che aver voluto organizzare un evento di carattere scientifico che pone interrogativi alla scienza stessa, facendo confrontare realtà di tutto il mondo proprio in questo momento, sia stato un buon segnale. Inoltre, la prova importante con questo evento era anche quella di sfidare la pandemia stessa, e penso che la battaglia sia stata vinta. È però altrettanto chiaro come ESOF non possa essere il fine di quanto avvenuto e sta tutt’ora avvenendo in Porto Vecchio; è piuttosto uno dei mezzi che fa da cassa di risonanza rispetto a una progettualità che, per quanto riguarda Trieste, deve essere soprattutto legata alla ricerca e alla formazione”.

Si riferisce all’idea di creare in Porto Vecchio una sorta di “hub della ricerca scientifica“? Come lo immagina? 

“Quello che immagino è un’area del Porto Vecchio – non tutto il Porto Vecchio, ovviamente perché penso che al suo interno possano esistere anche altre attività – dove si possano intersecare ricerca e formazione, pubblico e privato, grandi imprese e startup. Questo è anche quello che ha fatto un po’ il successo di tutte le realtà di innovazione presenti a livello mondiale: un luogo dove si mette in contatto la multinazionale con la piccola realtà, per creare innovazione. Inoltre, noi abbiamo come Friuli Venezia Giulia, con Trieste, un valore aggiunto rispetto agli altri: una fortissima ricerca di base. Questo ci può permettere di guardare alle cose in una prospettiva di medio e lungo periodo, perché la ricerca applicata fine a sé stessa è, sì, molto redditizia, ma di solito ha vita breve. Dobbiamo quindi colmare quel divario che esiste proprio tra imprese e ricerca, e io spero che all’interno del Porto Vecchio, anche grazie alla capacità attrattiva e alla bellezza di quell’area, si possa arrivare ad avere questo risultato”.

Cosa si è fatto fino ad ora in proposito?

“Adesso abbiamo chiuso poche settimane fa, insieme al Comune di Trieste l’accordo di programma con la necessaria variante; perché diverse manifestazioni d’interesse si sono fatte, ma finché questi procedimenti non fossero stati conclusi era difficile fare investimenti. In ogni caso, credo che dal punto di vista amministrativo e politico si debba fare una progettualità di lungo periodo, che possa dare continuità anche alle diverse amministrazioni che si succederanno in questi anni, con un’unità di intenti. E su questo, ad esempio, la Regione Friuli Venezia Giulia, con la fondazione che si sta facendo con Area Science Park, ha la volontà di coinvolgere, per portare avanti questa missione, anche soggetti privati”.

Quale sarebbe il ruolo della Fondazione, nello specifico?

“La fondazione avrebbe come scopo quello di fare da cappello a tutte le realtà legate alla ricerca scientifica del Friuli Venezia Giulia, per essere in grado di fare sistema. Noi abbiamo realtà importanti che per esempio collaborano con società come Microsoft e Google, ma questa non può essere una singola opportunità di collaborazione per le sole aziende: deve diventare un’opportunità anche per il nostro territorio regionale”.

Sarebbe quindi favorevole all’ingresso di grandi società all’interno del Porto Vecchio?

“Certo. È in quella direzione che stiamo cercando di lavorare, ed è fondamentale, perché è quello che crea interesse per le imprese: dobbiamo essere anche in grado di fare un marketing scientifico e dell’innovazione e, chiaramente, quando sono presenti grandi multinazionali del terziario avanzato è chiaro che tutta l’area diventa estremamente attrattiva. A me piacerebbe, volendo semplificare, che il ricercatore di Amazon potesse usare la stessa mensa del ricercatore della piccola startup, perché così, in un certo senso, si crea innovazione anche nel quotidiano”.

Si è parlato anche di trasferire le sedi della Regione Friuli Venezia Giulia stessa. Questo cosa comporterebbe?

“Si, l’idea è portare tutte le sedi regionali, tranne ovviamente quella di Piazza Unità, e creare uno hub all’interno del Porto Vecchio. Comporterebbe non soltanto una riqualificazione dell’area e un risparmio per la Regione stessa, ma significherebbe anche e soprattutto favorire tutta quella parte infrastrutturale che permette alle imprese di investire e, a chi vuole venire, di esserci. Se un’impresa vuole insediarsi in Porto Vecchio, non possiamo pensare che ci sia solo lei e il deserto attorno, dobbiamo chiaramente creare una serie di servizi e di attrattività, e questo è fondamentale”.

Ci sono delle tempistiche su questo?

“Diciamo che Regione Friuli Venezia Giulia dovrebbe, nelle nostre ipotesi, finire tutto in quattro anni, attorno al 2024; siamo appena all’inizio, ma sono lavori molto importanti. Inizieremo proprio dalla parte infrastrutturale per cercare ovviamente di agevolare nuovi tipi di investimenti”.

Quanto tempo servirà per vedere un effettivo sviluppo dell’area del Porto Vecchio nel suo complesso?

“Penso che sicuramente ci vorrà un tempo più lungo perché effettivamente ci possa essere un recupero completo del Porto Vecchio ed un insediamento come lo pensiamo noi. Però io mi auguro che già nei prossimi anni vedremo aziende che inizieranno ad insediarsi”.

Qual è ora il passaggio successivo?

“Il passaggio successivo è quello di attrarre in Porto Vecchio realtà private; dobbiamo fare un forte marketing di richiamo utilizzando anche i contatti che ci sono tra le nostre realtà di ricerca e le realtà internazionali”.

Si è già fatto avanti qualcuno?

“Abbiamo già avuto contatti con diverse realtà, anche internazionali, del terziario avanzato; la gran parte si è dimostrata interessata ad avere un punto di riferimento all’interno del Porto Vecchio. Al contempo, però, ho sempre detto con altrettanta chiarezza che il pubblico non può sostituirsi al privato: non si può semplicemente dire al privato che decide di venire cosa deve fare, bisogna piuttosto metterlo in condizioni di operare nel modo più semplice possibile e cercare di fare un piano di sviluppo credibile. Poi è il privato stesso che deve investire in Porto Vecchio e decidere di lavorarci dentro”.

E il resto del Porto Vecchio? Sarebbe favorevole ad una parte residenziale?

“Sulla parte residenziale, se ne può discutere, qualora vi fosse la necessità, in futuro. A oggi, sono molto titubante: se noi non vediamo un aumento della popolazione a Trieste vorrebbe dire semplicemente spostare da una parte all’altra la città. Io penso che potrebbero, invece, esserci una serie di servizi, e rendere quindi l’area viva”.

L’intento, quindi, non è di “spostare” quanto già presente ma piuttosto di “creare” qualcosa di nuovo?

“Spostare le cose in Porto Vecchio non può essere l’obiettivo. Non solo si desertificherebbe il resto della città ma soprattutto non si avrebbe lo sviluppo di quest’ultima. Io quindi eviterei di riempire, ad esempio, la zona semplicemente trasferendo enti di ricerca già presenti a Trieste in altri punti. Il Porto Vecchio non può essere semplicemente un travaso di posizione, perché altrimenti non porterebbe a nulla”.

La ricerca, in Friuli Venezia Giulia, non è solo Trieste. 

“Abbiamo fatto e stiamo facendo tutto il riassetto della parte relativa ai parchi scientifici che non riguarda appunto soltanto Trieste, ma tutta la regione: penso a Udine, alla Carnia, a Pordenone. Secondo me dobbiamo, inoltre, anche specializzare i vari parchi scientifici del territorio, perché altrimenti si sormontano in attività. E questo non va bene perché è uno spreco di risorse e rischia di non avere quel valore in più per le imprese che si vogliono insediare in quelle aree”.

Se si parla di ricerca e innovazione è inevitabile il collegamento con il tema della transizione energetica. 

“Si, in particolare, su questo fronte è stato recentemente firmato un importante accordo con Snam per quanto riguarda tutta la parte legata all’idrogeno. Penso che questo sia il futuro dell’energia; per quanto sia ancora in fase di sviluppo credo che il filone dell’idrogeno sia piuttosto promettente, anche in relazione a quelli che sono i progetti europei nell’ambito della Green Economy. Al contempo, dal punto di vista della ricerca, è uno di quei progetti interessanti, e se il Friuli Venezia Giulia diventasse su questo tema attrattivo questo significherebbe creare una rete importante anche con tutte le realtà produttive legate al gas e all’energia”.

Basteranno, logistica con ricerca e innovazione, e ora i contratti importanti, per uscire dalla crisi?

“Io penso che per uscire dalla crisi non ci sia alternativa a quella di guardare avanti. Penso che in tal senso i passi da fare saranno due: innanzitutto, non far morire le imprese che già esistono, e questo significa dare aiuti e cercare di far tenere le saracinesche aperte. Dopodiché, penso si debba essere in grado anche di pianificare e proseguire: se pensiamo che ci sia un muro in mezzo, quello del ‘prima’ e ‘dopo la crisi’, allora vuol dire che ricominciamo da zero. Penso quindi si debba guardare ai progetti messi in campo, dal Porto Vecchio alle infrastrutture, lavorando su di essi; altrimenti rischiamo di rimanere a guardare gli eventi che ci capitano addosso”.

[n.p.][foto di repertorio]

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Nicole Petruccihttps://www.triesteallnews.it
Giornalista iscritta all'Ordine del Friuli Venezia Giulia. Direttrice responsabile

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