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lunedì, 15 Agosto 2022

Porto Vecchio, cittadella della scienza? Intervista a Stefano Fantoni

12.10.2020 – 09.33 – “Per ragioni tanto geografiche quanto storiche, Trieste è unica e multiculturale. La città ha giocato un ruolo fondamentale nelle relazioni tra Europa occidentale e orientale e allo stesso modo ha formato una naturale connessione tra l’Europa e l’Asia…” Così, due anni addietro, il Champion di ESOF 2020 Stefano Fantoni motivava, citando le realtà scientifiche triestine e del Friuli Venezia Giulia, la nomina del capoluogo giuliano a sede dell’EuroScience Open Forum.
L’occasione era il Dossier ESOF 2020 della Fondazione Internazionale Trieste; e da quei primi, timidi, passi la Convention si è sviluppata nella sua forma attuale, mantenendosi però fedele a quel “Freedom for science and science for freedom” scelto come motto.
Ad un mese dalla conclusione di ESOF 2020 e guardando a un (incerto) futuro, è possibile così riassumere l’esperienza della Convention, cercando di avere un giudizio complessivo.
La manifestazione assume, in questo mese di ottobre 2020,una speciale importanza, perché con l’annullamento della Barcolana si propone come l’ultimo, grande, evento internazionale di Trieste per quest’anno, considerando l’aggravarsi dell’emergenza sanitaria.
Per cercare dunque di “tirare le somme”, Trieste All News ha intervistato l'(ex) Champion di ESOF Stefano Fantoni: uno sguardo al futuro non solo della scienza triestina, quanto dell’intera città.

Vorrebbe, come primo passo, sintetizzare l’esperienza di ESOF; adesso che a distanza di un mese i ricordi si sono “sedimentati” ed è possibile un giudizio a freddo…

L’esperienza di ESOF è stata straordinariamente positiva: positiva l’affluenza, positivo il riscontro di pubblico e di critica, positiva l’organizzazione complessiva. Nonostante il breve preavviso a disposizione siamo riusciti nell’impresa di allestire un ESOF2020 “ibrido” il quale ha funzionato da modello, potremmo dire quasi “paradigma”, per successive sperimentazioni.
Certo, vi sono stati inevitabili limiti legati all’ondata Covid-19, ma possiamo ben dire che la nuova soluzione adottata ha fatto da battistrada: anzi, ancor di più, ci ha permesso di avere ospiti in via virtuale che altrimenti paradossalmente non avremmo avuto nella versione “fisica”.
Basti considerare come la versione ibrida che abbiamo sperimentato stia ora venendo adottata dalle scuole, con un’alternanza di lezioni “dal vivo” e via computer molto efficace, sebbene costosa.
Confesso che temevo possibili casi di Covid-19, forse un focolaio; e invece ha funzionato tutto senza ostacoli di sorta. L’emergenza legata alla pandemia mondiale ha inoltre permesso di accentuare l’aspetto divulgativo che ha assunto un ruolo centrale.

I preparativi per ESOF2 2020, già due anni addietro, avevano accennato a come la Convention non sarebbe stata autoconclusiva, ma come vi fossero piani affinché l’esperienza proseguisse con enti scientifici o fondazioni ad hoc. È stata realizzata questa continuità d’azione, con specifico riferimento a una realtà scientifica che fosse protesa verso i Balcani?

Il progetto di un ente post ESOF che garantisse una continuità che andasse oltre l’evento in sé era già presente in precedenza, con un forte rapporto non solo con i Balcani, quanto con l’Europa centrale. Dall’Austria, alla Slovenia, alla Repubblica Ceca. Non a caso si parla tutt’ora di un ente del Nord Adriatico. La mia visione è quella di un Summer Institute sul modello di Santa Barbara, o Santa Fé che funzioni da “attrattore”, cuore di una cittadella della scienza nel Porto Vecchio.
Si tratterebbe di una concentrazione di personaggi di alto livello dal mondo della scienza, ma senza immaginare grandi numeri: quattro o cinque incontri di alto profilo, con trenta o quaranta esperti, dunque non più di 200 persone. Il Summer Institute, come avverte il nome, funzionerebbe su base stagionale e garantirebbe quella science to business oggigiorno presupposto fondamentale per la crescita dell’economia. Si tratterebbe inoltre di una mossa importante per suscitare quella necessaria attenzione a livello internazionale per attirare in Porto Vecchio le grandi aziende: Google, Amazon, Apple… Funzionerebbe da progetto chiave per richiamare quelle grandi realtà senza cui il science to business rimarrebbe lettera morta.
Le tempistiche sarebbero inoltre immediate; si può iniziare immediatamente e in realtà lo stiamo già facendo, gettando le basi per muoverci il prima possibile.
Infine, e non va dimenticato anche in un’ottica di divulgazione scientifica, questo Summer Institute sarebbe il primo al mondo fondato sulla sustainability. Non a caso la sostenibilità ambientale è stato uno dei grandi temi, accanto al Covid-19, durante l’intero ESOF 2020.

L’idea di utilizzare il Porto Vecchio comparve fin dall’inizio o fu una novità successiva?
Quale ruolo giocò per ESOF 2020?

Il Porto Vecchio di Trieste è sempre stato un elemento chiave per aggiudicarsi il ruolo di città della scienza. Tradizionalmente ESOF ha funzionato quale volano di crescita garantendo il recupero di aree dismesse; ricordiamo la zona industriale di Copenaghen 2014, ma senza dimenticare la stessa città di Tolosa. Certamente i magazzini del Porto Vecchio non hanno una “specificità” scientifica; eppure va ricordato che quando il porto era “nuovo” funzionava con tecnologie moderne tutt’ora conservate negli edifici restaurati. Dopo l’inaugurazione del Centro Congressi vedo nell’area circostante le potenzialità di una “cittadella della scienza” che funzioni da propulsore per il recupero complessivo. Chiaramente il Porto è sufficientemente ampio da garantire una varietà di utilizzi.
La mia visione è quella di una Trieste Valley, sull’esempio dei modelli statunitensi; ai quali non a caso lo stesso modello di ESOF si ispira.

Ritiene che vi sia un pericolo nello spingere allo science to business, con un possibile danno alla ricerca di base, o i due elementi vanno di pari passo?

Si tratta di una questione complessa, ma senza dubbio il science to business non deve danneggiare la ricerca di base che rimane un passaggio chiave. Mi sembra che molte aziende vogliano “fare innovazione” senza però impegnarsi in una reale ricerca scientifica. Non ci si può innovare senza scoprire qualcosa di nuovo. A loro volta anche le strette connessioni tra scienziati e imprenditori non devono privilegiare quest’ultimi, togliendo spazio alla ricerca pura. Molte delle più grandi scoperte della scienza sono avvenute casualmente e certo non inseguendo obiettivi a breve termine.
La storia della scienza è disseminata di esempi di scoperte avvenute “per caso”, slegate dalle logiche utilitaristiche. Conseguentemente la spinta primaria rimane quella alla ricerca di base; dopotutto lo stesso studente prima impara la teoria, poi passa a fare ricerca.
D’altronde lo stesso equilibrio con le logiche dell’economia, con le quali si deve dialogare, rimane difficile da raggiungere.

Lei era stato a suo tempo presidente di Fest; considerando l’importanza della divulgazione per ESOF si può dire che quel festival, assieme a Trieste Next (e tanti altri), abbiano preparato il terreno per ESOF?

Trieste Next e il FEST – del quale sono stato presidente tra il 2007 e il 2008 – hanno svolto senza dubbio un ruolo importante, garantendo un “sostrato” tra la popolazione, un interesse per l’aspetto divulgativo della scienza da non sottovalutare. Tuttavia ESOF 2020 ha un respiro europeo, si rivolge – anche nel formato accademico – all’estero. Si tratta di eventi diversi.
Certamente c’è stato un lavoro di preparazione negli anni a Trieste che ha dato i suoi frutti nell’occasione di ESOF 2020 garantendo un interesse da parte dei triestini molto forte.

A livello di divulgazione, nella sua esperienza, ritiene che è sempre possibile “comunicare” la scienza o ritiene che vi sia un livello che non è possibile divulgare per la complessità dell’argomento o della disciplina?

Sono convinto che la divulgazione debba essere sempre presente nella vita di uno scienziato: è naturale che, durante i primi anni della carriera, ci si concentri sulle proprie ricerche. Ma il mondo della scienza deve smetterla di parlare in “latino”; se il ricercatore non viene incoraggiato, è naturale che rimanga nella sua torre d’avorio. Occorre comunicare i risultati delle proprie ricerche con un linguaggio italiano, tale da essere comprensibile alla massa. A mio parere occorrerebbe integrare corsi di divulgazione e comunicazione scientifica durante gli anni universitari, in modo che procedano di pari passo con i propri studi. La divulgazione è essenziale; personalmente uno scienziato di alto livello che non sia capace di spiegare (e giustificare) le proprie ricerche a parenti e amici si trova di fronte un problema. Non esiste argomento che non possa essere spiegato.
Chiaramente, in alcuni casi, la divulgazione passando dal mondo della scienza a quello giornalistico rischia di sfociare nelle banalizzazioni. Ed esistono argomenti “al limite” difficilmente spiegabili nel dettaglio. Tuttavia, occorre tentare; tenendo a mente che si tratta di un difficile equilibrio.
Il linguaggio scientifico – il “latino” dello scienziato – è preciso per la sua stessa natura, tranne in alcuni casi di riflessioni ad ampio raggio; tuttavia non si presta alla divulgazione. Occorre tradurlo attraverso l’uso di paragoni, metafore, anche attraverso il gioco, senza ovviamente volgarizzarlo.
Compiendo questo passaggio si rischia di commettere delle imprecisioni, ma queste sono necessarie per comprendere il concetto generale.

A questo proposito qual è la sua opinione sui Musei scientifici?
Tra un po’ verrà (ri)aperto l’Immaginario Scientifico e lei stesso era stato a capo della commissione per i Musei scientifici.

Sono un grande sostenitore dei Musei scientifici in Italia; tra i quali ovviamente il Museo della Scienza, ex Immaginario Scientifico, rinato nel Magazzino 26. In particolare ritengo che i Musei hands-on, interattivi, siano i più adatti; e mi auguro che ci sia una bella sinergia in questo campo con il Museo del Mare nell’adiacente spazio del Porto Vecchio. Il Museo non dovrebbe mai essere qualcosa di passivo, limitato a una collezione di oggetti.
A questo proposito penso che i Musei scientifici funzionino al loro meglio quando si rivolgono alle giovani generazioni, specie ai bambini; li si educa alla curiosità, al voler conoscere com’è fatto il mondo. E il bambino – prima della scolarizzazione che trasmette una “certa” impostazione – è già uno scienziato nato, possiede quell’intuizione, quel “voler sapere” che lo rende un ottimo allievo. L’importante, insomma, è puntare alle nuove generazioni.

ESOF ha avuto uno stretto rapporto con le Università; specie con l’Units di Trieste. E lei stesso ha lavorato con l’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca). Qual è la sua opinione sullo stato delle università in Italia, in particolare con riferimento al fenomeno delle “baronie” e di alcune logiche “corporative”.

In realtà sono stato il primo presidente dell’Anvur; e va rilevato come l’Italia sia stata una degli ultimi paesi a introdurre nelle università adeguati criteri di valutazione, preceduta in quest’ambito persino dalla Polonia. Ora non esiste più la figura del professore “imperatore” in cattedra, quali vi erano ai miei tempi. I criteri di assegnazione per i fondi vengono attribuiti sulla base del merito e inizia ad affermarsi l’idea di premiare chi meglio lavora, superando alcune logiche corporative.
Personalmente sono contrario a ogni forma di baronia; e ho constatato con piacere che via sia stato un considerevole progresso in quest’ambito, sebbene sia un lavoro continuo.

Tornando a ESOF qual è stato il momento migliore della manifestazione e cosa invece oggettivamente è mancato?

Senza dubbio tanto nella Opening, quanto nella Closing Ceremony ho apprezzato come fossero presenti le istituzioni che hanno presentato una comune linea di pensiero; in particolare la presenza del Ministro dello Sviluppo Economico. Non ho avuto modo di seguire tutte le conferenze, ma ho apprezzato quella sui Computer Quantitistici e i big data; una luce di speranza per un rilancio economico.
Non c’è nulla che a mio parere sia mancato a ESOF, specie considerando la situazione…
Forse avrei apprezzato una maggiore partecipazione da parte dei giovani, specie gli studenti universitari. Speravo in un maggiore interesse da parte loro e invece la reazione da parte del mondo giovanile universitario mi è parsa molto fredda. Ma ovviamente viviamo circostanze straordinarie, considerando la pandemia in corso.

[Stefano Fantoni è un noto fisico e astrofisico nucleare. Ha ricevuto la Eugene Feenberg Medal per il suo contributo alla Fisica Nucleare a luglio 2007 con lo sviluppo della Fermi Hypernetted Chain Theory (FHNC). Ricordiamo inoltre nell’ambito della ricerca lo sviluppo di una tecnica diagrammatica, nota come Fantoni-Rosati (FR) cluster expansion technique, la teoria Correlated Basis Function (CBF) e lo sviluppo di un metodo di simulazione numerica per sistemi nucleari, noto come Auxiliary Field Diffusion Monte Carlo (AFDMC). Sostenitore convinto della necessità di un maggiore dialogo tra scienza e società, fondatore del primo Master italiano per la Comunicazione della Scienza con la SISSA, è conosciuto tanto per l’attività di divulgazione, quanto per la ricerca sul campo, ricevendo il premio Kalinga dall’UNESCO nel 2001. Occorre ricordare inoltre il Premio Piazzano nel 2002, il Premio Internazionale Pirelli nel 2004 per l’iniziativa multimediale “Ulisse nella rete della scienza”, il Premio Capo d’Orlando nel 2007, il Premio Rosa d’Argento dall’Associazione Commercianti di Trieste per la SISSA (2008) e il Premio Barcola dalla città di Trieste (2010).
È stato Direttore della SISSA dal 2004 al 2010 e Presidente della International Foundation for the development of freedom of Science (FIT) a Trieste dal 2008 al 2011 e dal 2016 ad oggi.]

[z.s.]
[Riproduzione riservata]

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Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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