30.9 C
Trieste
venerdì, 1 Luglio 2022

La riforma del Trattato di Dublino: molto rumore per nulla?

05.10.2020 – 08.30 – Recentemente, è stato presentato dalla commissione Europea il nuovo patto sull’immigrazione e il diritto di asilo, che dovrebbe emendare il famoso Trattato di Dublino del 1990. Il chiaro obiettivo di questa riforma, qualora entrasse in vigore nella forma attuale, è di aumentare i rimpatri di tutti coloro abbiano visto la propria domanda di asilo respinta, ovvero circa due terzi dei richiedenti in tutta l’Unione. La Commissione ritiene l’aumento delle espulsioni una necessità perché se da un lato le domande respinte sono la stragrande maggioranza dall’altro i rimpatri e i ritorni volontari sono pochissimi.
Nel 2019 è stato effettuato solo il 29% dei rimpatri (principalmente verso Marocco, Algeria e Albania), il numero più basso dal 2011, per un totale di 71mila persone, a cui si aggiungono 67mila ritornate volontariamente nel proprio paese, principalmente in Ucraina. Stando a Matthias Ruete, ex direttore generale per gli affari interni e migratori dell’unione, le ragioni di un numero così basso sono da ricondurre, da un lato alla scarsa coordinazione tra i funzionari all’immigrazione degli stati membri, dall’altro ai paesi di origine che o rifiutano in toto i rimpatri o mettono in atto tecniche ostruzionistiche come pretendere l’utilizzo della propria compagnia di bandiera o fornire, tramite i propri consolati, informazioni su come rimanere più a lungo nell’Unione.

Con la nuova riforma ad ogni stato è assegnata una quota di richiedenti asilo, ma a differenza di oggi dove teoricamente dovrebbero accogliere l’intero numero stabilito, avranno altre due opzioni: prendersi carico del rimpatrio di un numero equivalente di persone respinte o alternativamente finanziare i centri di accoglienza nei paesi di primo ingresso o progetti di sviluppo nei paesi di origine. L’idea di fondo è da un lato venire incontro alle richieste dei paesi dell’Europa centrale, notoriamente ostili alle quote, e dall’altro ridurre la pressione su Grecia, Italia e Spagna. Del resto, una modifica della situazione attuale è necessaria poiché dopo due anni di cause legali presso la Corte Europea delle 160mila persone che dovevano essere distribuite tra i vari paesi ne sono state effettivamente spostate solo 35mila e stando al governo greco per ciascun trasferimento ci vogliono circa trenta giorni.

Ma come andrebbe concretamente a funzionare la gestione di una richiesta di asilo col nuovo sistema? Il migrante verrebbe accolto in centri di prima accoglienza che diventeranno posti di confine; non saranno pertanto realmente parte del paese di arrivo, allo stesso modo come l’area dopo i controlli negli aeroporti è tecnicamente considerata terra di nessuno.
In quest’area verranno sottoposti, entro cinque giorni, a controlli di identificazione e sanitari più stringenti di quelli attuali, che prevedono solo la registrazione delle impronte e della richiesta di asilo. Una volta processata la richiesta, se risultasse respinta, la persona potrebbe essere rimandata al paese di origine o dal paese di accoglienza o da uno stato che abbia deciso di contribuire alle espulsioni per non accogliere un numero equivalente di persone. Nel secondo caso, lo stato, presosi carico della procedura di espulsione, ha otto mesi per farlo, riducibili a quattro in periodi di emergenza, se non ci riesce dovrà portare nel proprio paese la persona che non è stato in grado di rimpatriare.

Resta da capire cosa accadrebbe alle persone destinate all’espulsione che venissero spostate da un paese all’altro: verrebbero messe in detenzione nell’attesa di un rimpatrio che potrebbe non avere mai luogo? Diventerebbero irregolari perennemente “nel limbo” impossibilitati a ottenere uno status legale, con il rischio di finire nel sostrato criminale, in paesi che non li desiderano ma che non sono in grado di rimandarli nel proprio paese?
In conclusione, questa riforma prima di essere approvata ha un cammino in salita davanti a
sé. Se da un lato non soddisfa chi, come il premier ungherese Orban, la definisce “Nient’altro che una ricollocazione su mentite spoglie”, dall’altro, difficilmente può piacere a Italia, Spagna e Grecia, che si ritroverebbero probabilmente nella situazione di continuare a gestire la stragrande maggioranza delle richieste di asilo e delle espulsioni. Infatti è realistico pensare che l’opzione di contribuire finanziariamente alle spese sulla gestione dei migranti sarà quella maggiormente scelta dagli altri paesi, lasciando così i paesi di primo ingresso con la magra consolazione di avere almeno un po’ di fondi in più per gestire quello che a tutti gli effetti è un problema molto costoso. Infatti, solo l’Italia spende circa 4,3 miliardi l’anno per gestire l’accoglienza per i richiedenti asilo (spesa solo in minima parte mitigata dai finanziamenti europei).

a.z

spot_img

Ultime notizie

Dello stesso autore