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martedì, 25 Gennaio 2022

“C’era una volta un virus…” 5 domande che ognuno può iniziare a fare a sé stesso

27.10.2020 – 12.00 – Si inizia a raccontare ai bambini la storia dei “Tre porcellini e il lupo” intorno al loro secondo anno d’età. Qual è lo scopo? Ce ne sono tanti. Uno di questi, a mio avviso tra i più importanti, è permettere al bambino di simbolizzare la paura.
Essa è un’emozione umana, così come la gioia, la tristezza, la rabbia etc. I bambini, nel loro processo evolutivo, hanno bisogno di dare un nome alle proprie paure e di proiettarle fuori da sé. Il lupo diviene dunque uno dei più riconosciuti simulacri della paura per un bambino. Lupo che possono “insultare” (“Cattivo lupo!” “Brutto lupo!”), lupo che possono sconfiggere, nella meraviglia di una favola.
Il lupo c’è solo nelle storie, nei libri, nelle fantasie“, è quello che poi diciamo ai bambini. Perché è così: è tanto necessario che esista come oggetto simbolico esterno, perché circoscrive e definisce un sentire del corpo e della mente che altrimenti sarebbe privo di nome, ma a 2 anni è altrettanto importante consegnare la stessa paura ad un elemento di fantasia, lontano ed inafferrabile. Il sentire viene quindi rappresentato e, di conseguenza elaborato e trattato, anche se solo parzialmente.

A giugno ho scritto un articolo in cui mi chiedevo “Che cosa resta del virus”. Al tempo avevo riflettuto sul fatto che poco dopo la riapertura generale, il lockdown avesse assunto la forma di un incubo, esattamente come quelli che i bambini raccontano alla mamma la mattina: “C’era il brutto lupo che voleva mangiarmi e io scappavo”. Una madre risponde al figlio: “Amore, era un incubo, non è reale!”.La paura dunque si scioglie per lasciare spazio alla rassicurazione delle parole dell’Altro. Parole a cui ci si affida e attraverso cui il giovane soggetto può sentirsi al sicuro.

Credo sia evidente agli occhi di tutti che l’incubo della quarantena sia stato dunque tendenzialmente rimosso, in qualche contesto regionale più che in altri. Noi, che in Friuli Venezia Giulia siamo stati più fortunati di altri, lo abbiamo fatto con più facilità.
Lo dico anche perché ad agosto ho ospitato una cara amica di origini milanesi, la quale è rimasta piuttosto colpita dalla tranquillità e la spensieratezza che si respirava nelle nostre vite. Mi ha raccontato che da loro, invece, si percepiva ancora un clima di forte tensione, tale per cui le prassi e i comportamenti delle persone erano molto diversi dai nostri. Lei quindi, da “noi”, non si sentiva serena, né tanto meno al sicuro.
Specifico che questo non vuole essere un articolo di denuncia, né una disamina degli eventuali errori commessi dalla politica, dalla sanità o dalle amministrazioni in generale. Non ho le competenze (nè la velleità) per giudicare né gli atti né le persone come singole, sebbene anche io nel mio privato abbia come tutti fatto dei ragionamenti, parziali, confusi e male articolati. Posso invece riflettere su una questione psichica, essendo io una psicologa e vivendo, come tutti, questo tempo di imprevedibilità.

Dicevo che a giugno avevo paragonato il lockdown ad un incubo rimosso. Ora invece mi trovo a cambiare prospettiva: quand’è che eravamo svegli? Perché ora che l’incubo ribatte alle porte della nostra coscienza, come il corvo nero di Edgar Allan Poe, a suon di DPCM, di riconteggi drammatici di contagi e deceduti, di telegiornali e ambulanze, sembra quasi che in realtà per noi sia stata proprio la “pausa” estiva il vero sogno. Un sogno di ri-tornare indietro, invece che “andare avanti”. Un sogno senza mascherine, in cui il ricordo della solitudine forzata veniva scacciato in ogni modo e con ogni strumento, in cui le TV erano spente, l’abbonamento a Netflix sospeso e le confezioni di lievito nuovamente ammassate sugli scaffali dei supermercati.

Piano piano ci stiamo risvegliando e, come tipicamente accade quando facciamo un bellissimo sogno, l’angoscia comincia a salire. Perché, diciamocelo, è più facile risvegliarsi da un incubo e trovarsi al sicuro, piuttosto che da un sogno tanto bello quanto lontano dalla realtà dei fatti.
No, la mamma non può dirci “Non c’è né di Coviddì”. Per quanto la nostra tendenza umana e strutturale sia quella di “negare”, “rimuovere” “nasconderci” ciò che di brutto e malvagio c’è intorno a noi (e chiediamoci quindi perché taluni vengano definiti e si definiscano “negazionisti”), il virus esiste. Solo che non è il lupo delle fiabe: non possiamo prenderlo a manate, come fanno i bambini sulle pagine dei libri quando lo vedono apparire. Non possiamo simbolizzarlo all’esterno se non nel risultato dei suoi effetti e le curve statistiche parlano chiaro, così come le limitazioni alle nostre libertà personali, giuste o ingiuste, incoerenti o sensate che siano.

Perché i bambini prendono a manate il lupo? Perché dalla paura si passa alla rabbia. Dobbiamo poter pensare di aggredire ciò che ci minaccia.
Ed è esattamente quello che sta accadendo un po’ ovunque; non siamo più nella fase del terrore ma in quella dell’aggressività. Non essendoci questo famigerato “Lupo”, ce la si prende un po’ con tutti; da chi decide “per noi” (e non “con noi”), a chi ha la colpa di questa ricaduta. Gli adolescenti, i vacanzieri, i discotecari, i runner, quelli degli aperitivi e via così.
Siamo tutti molto arrabbiati, in una situazione di caos ed imprevedibilità generalizzata perché il futuro è un’incognita sulla quale nessuno ha un sapere, di nuovo.
Io non ho molti suggerimenti, se non un semplice invito, forse banale, forse per tanti “inutile”.

Siete sul divano di casa vostra ed è tutto molto simile a marzo: il buio alle 17.00, l’attesa di un DPCM, la tensione e l’incertezza che si respira nell’aria umida e rarefatta tipica dell’autunno. C’è molto attorno di quei 7 mesi fa, qualcosa del trauma riecheggia nel clima stesso delle nostre case. E voi? Voi come siete? 
Avete davvero goduto di quello spazio di libertà sognante che ci è stato dato? Che cos’è la “libertà” per voi? Avete davvero coltivato i propositi del primo lockdown o sono anch’essi caduti nel serbatoio della rimozione? Avete davvero scelto chi riabbracciare? Avete abbracciato qualcuno di nuovo per cui valesse la pena rischiare? E, accanto a voi, su quel divano, c’è chi volete con voi nel prossimo futuro?

Forse farci singolarmente queste domande non ci renderà meno arrabbiati né meno impauriti, ma credo anche che adesso sia il tempo di rendicontare qualcosa rispetto a sé stessi, abitando così davvero la propria vita, al di là del luogo in cui lo possiamo (o non possiamo più) fare.
Chi mi conosce lo sa, ho una grande passione per i sogni e per la verità del’inconscio, di cui i primi sono veicolo. Vi lascio dunque con una citazione, come fosse un’altra domanda, tratta dal bellissimo film d’animazione “Waking Life“:“Il peggior errore che puoi fare è pensare di essere vivo quando in realtà dormi nella sala d’attesa della vita.”

[Elena Paviotti è nata a Trieste. Ha trascorso il periodo prima degli studi a Cervignano per poi tornare nella sua città natale, dove si è laureata nel 2012. Ha frequentato l’Istituito di Ricerca di Psicoanalisi Applicata diretto a Milano da Massimo Recalcati, ed esercita la professione clinica privata con gli adulti a Trieste, seguendo l’orientamento psicoanalitico lacaniano.
Fa parte inoltre dell’equipe Telemaco, associazione di promozione sociale che si occupa della clinica psicoanalitica dell’infanzia e dell’adolescenza].

Contatti: Cellulare:3490596945

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