Coronavirus, il 70 per cento non contagia nessuno. Vero o falso? Le fratture si allargano

28.10.2020 – 18.33 – Quella del virologo era una professione che stava scomparendo; in realtà, quasi non esiste, nel senso che occuparsi di virus è una delle scelte di chi studia biologia, e si era nel tempo ritenuto inutile settorializzare troppo un percorso di studi già più ampio. L’aveva del resto ricordato Andrea Crisanti, che specificava, questa estate (lo scriveva il Globalist) di sentirsi a disagio perché la qualifica di virologo piuttosto che di studioso delle malattie infettive gli era stata attribuita strada facendo, sull’onda del Coronavirus.
È possibile ora che l’essere un virologo ritorni prepotentemente di moda, e che ci sia una forte richiesta degli studenti di potersi specializzare in cattedre di virologia, tutte da definire e creare in una università che prima stentava a ricevere fondi per la ricerca dal Governo (una delle percentuali di PIL più basse in Europa, quella italiana), Conte I e II compresi. Domani vedremo. Per il momento, i virologi o definiti tali battono e ribattono ancora quotidianamente il loro punto di vista, ciascuno saldo sulle rispettive tesi ma senza che la medicina riesca a esprimere una posizione comune: via stampa, televisione, Twitter, Facebook, tanto che Crisanti stesso (non più Burioni, un po’ dimenticato) è ora protagonista di uno scontro diretto con la Regione Veneto sul primo focolaio di Vo’ Euganeo e, naturalmente, sui meriti di quanto fatto. E l’ha rivelato Bruno Vespa, protagonista invece indiscusso del giornalismo televisivo da quasi sempre. Chi fu a decidere di eseguire i primi test che portarono alla definizione della risposta veneta contro l’epidemia? Fu la Regione guidata da Luca Zaia, come aveva detto Crisanti stesso precedentemente, o fu Crisanti, come sembra aver fatto intendere in questi giorni? Intanto la Regione s’infuria con il virologo, che secondo il Veneto vuol far bella figura a scapito di altri, e vedremo come andrà a finire. Il Coronavirus, in fondo, è anche questo: gli affari sono affari, e la visibilità spesso (anche quella fatta, nel caso di altri, di libri pubblicati gratuitamente) si tramuta sia in consenso elettorale che in incarichi prestigiosi. Di solo pane, o di soli ideali, non si vive.

Nel frattempo una ricerca uscita su Science, rivista specializzata autorevole e di notevole prestigio (di primo piano a livello mondiale: è il punto di riferimento degli scienziati statunitensi e ha iniziato le sue pubblicazioni nel 1880) rivela al pubblico che fino al 70 per cento dei contagiati dal Sars-CoV-2, il Coronavirus che causa la malattia Covid-19, non ha contagiato nessuno, ed è quasi incredibile: equivarrebbe a dire che, se i dati storici sui quali si è fondata la ricerca si ripetono a livello globale, dei 22mila nuovi casi di positività registrati oggi in Italia, 15mila e 400 non produrranno altri contagi, e occorrerebbe quindi ricalcolare tutti i parametri sulla base dei quali i governi, compreso quello di Giuseppe Conte, si stanno muovendo. Lo studio, pubblicato già il 30 settembre, è stato effettuato in India su più di 500mila persone che si sono sottoposte al tampone da aprile ad agosto di quest’anno, e il virus è risultato trasmesso solo nell’8 per cento dei casi. Prima di pensare che le cose fatte in India non siano paragonabili a quelle fatte in Europa, meglio ricordare che il campione statistico di riferimento è quello dell’India meridionale, dove l’assistenza sanitaria è assolutamente a livello europeo e anzi l’attività di verifica e tracciamento è stata molto migliore della nostra.
A causare quasi tutte le nuove infezioni è quindi un piccolo numero di persone: tipicamente, secondo lo studio, quelle con cui si è maggiormente in contatto, e in buona parte dei casi il contagio avviene al chiuso e in famiglia; le più colpite e a rischio, le fasce d’età di persone già malate di altro e fra i 40 e i 69 anni, ma questa non è una sorpresa (in India, l’età media è di 69 anni; in Italia, di 83).

Stare al chiuso, quindi, farebbe male, o meglio: stare al chiuso impedirebbe a focolai d’infezione domestici, scatenatisi in famiglia, di venir portati all’esterno, ma non darebbe alcun giovamento nel caso il virus dovesse penetrare per qualsiasi motivo fra le pareti domestiche. Anzi, anche con mascherine addosso, dopo 4 ore secondo un diverso studio in una stanza tutti i presenti rischierebbero di risultare positivi: le modalità d’infezione non sono cambiate, sempre le famose goccioline emesse con tosse e starnuti (molto meno probabile parlando), mentre sull’effetto aerosol ovvero la permanenza nell’aria ancora si discute, e il contagio avvenuto toccando una superficie è rarissimo. Quindi se tutti facessimo attenzione alle norme igieniche di base (le mascherine, nell’analisi fatta in India, non sono protagoniste), come lavarsi spesso le mani, e stessimo all’esterno, in stile svedese (evitando i mezzi pubblici, rispettando le file nei negozi, entrando nei locali solo fino al raggiungimento del numero massimo consentito), staremmo molto probabilmente meglio che a casa, che è buona cosa arieggiare di frequente. Dati naturalmente da confermare attraverso ancora altri studi. E l’epidemiologo, che cosa ne pensa? Abbiamo chiesto al dottor Fulvio Zorzut: “L’indicatore da seguire”, ci spiega Zorzut, “è Il valore CT, o ciclo soglia, e corrisponde al numero di cicli di amplificazione necessari per individuare il virus presente sui tamponi molecolari. Il test è negativo se non si evidenzia un segnale positivo dopo 37-40 cicli. Nei primi giorni di infezione, i pazienti hanno valori CT inferiori a 20; tradotto per chi non è esperto, significa che il livello di contagiosità è elevato. Quindi effettivamente esistono i debolmente positivi, che presentano sul tampone solo frammenti di RNA virale, non più infettante. Ma vista la velocità dell’evoluzione degli eventi, è difficile generalizzare. A maggior ragione proprio ora in cui molti tamponi presentano oltre 1 milione di repliche, per cui la contagiosità attuale è molto elevata”. E quindi, dottore, lo studio indiano dobbiamo prenderlo con le molle? “Diciamo che è sicuramente interessante, ma va ulteriormente confermato da altri studi”.

La mortalità del Covid-19 si mantiene al momento molto più bassa che in aprile; i contagi salgono rapidamente, ma non le morti, che mediamente sono scese in tutte le nazioni, attestandosi attorno all’1 per cento in Europa e 1,9 per cento negli Stati Uniti: fattori vicini a quelli ipotizzati dall’OMS a inizio pandemia (fra 1,5 e 2). Le ragioni di questa stabilità nel numero dei decessi non sono ancora certe; la più probabile, la diffusione della malattia in fasce di popolazione più giovane che ne risente molto meno o addirittura non si ammala (l’età media dei contagiati, in Europa, secondo l’ECDC è scesa a luglio a 39 anni, ricordando che contagio non significa malattia). Quelle che invece si allargano sempre di più sono due fratture: quella fra opinione pubblica e politica, e purtroppo quella fra medici, infermieri e cittadini. Gli infermieri non sono più gli eroi di marzo: gli episodi di intolleranza si moltiplicano, il pronto soccorso degli ospedali è sotto stress, i malati non di Covid che necessitano di assistenza si vedono messi in secondo piano, e per contro il personale medico e sanitario stesso manca, ed è sotto pressione da troppi mesi. La frustrazione degli infermieri aumenta, e si manifesta sui Social con sfoghi pesanti nei confronti di chi prende la malattia come qualcosa di inesistente o da sottovalutare, o contravviene alle regole dei DPCM: “Avanti così e si morirà a casa”; la tensione della cittadinanza di fronte all’incertezza generalizzata arriva al punto da far ignorare quello che dice il medico e di trasgredire alle raccomandazioni: “Io il Natale in famiglia me lo passo lo stesso, tutti assieme”. La cittadinanza non è impazzita: più semplicemente è stanca, è quel fenomeno pericolo dal quale ancora una volta OMS aveva già messo in guardia; il treno a Natale non si può più prenotare, e già c’è chi dice che linee aeree e trasporti sanno già tutto e ci saranno tre lockdown, e questo il cittadino non lo accetta più, anche perché ricorda i documenti governativi emersi solo dopo la richiesta della Fondazione Einaudi. Vicino, s’intravede il punto di rottura: coinvolgerà istituzioni, medici e persone, come nell’allontanarsi progressivo e implacabile di due placche continentali. Si può fare di meglio? Si; il metodo di comunicazione potrebbe cambiare. Potrebbe diventare un po’ più nordico: meno gestualità, meno toni di rimprovero e meno protagonismo in televisione e lanciafiamme. Più coinvolgimento, più informazioni precise e verificate, più condivisione (e anche spazio in prima pagina per qualcosa che non sia il Covid). Dipende anche da noi: potremmo smettere di essere profeti da Social e parlarci un po’ di più. Se no, diventerà tardi.

[r.s.]