Si torna a casa, e chiamiamolo “lockdown”: un fallimento. Paese in caduta libera

25.10.2020 – 12.23 – È incredibile, ma si ricomincia. Giuseppe Conte, che sceglie ancora il fine settimana per gli annunci, non lo chiama “lockdown”: egli stesso aveva promesso agli italiani che un secondo lockdown non ci sarebbe stato (poi, da buon professionista della materia, c’era stata l’aggiunta della parola “generalizzato”), e poi c’è in ballo la scelta fra libertà dei cittadini e salute che il governo non ha il potere di fare (a ricordarci che per ciascuno di noi sono entrambi diritti inviolabili, ci pensa la legge fondamentale del nostro Stato; forse piacerebbe modificarla, ma non siamo ancora a questo punto). Di un lockdown, però, sul piano pratico, si tratta; anche se quello che esce è un documento cangiante, costituito da affluenti piuttosto che da un corso unico, composto da diverse facce di una medaglia dalle mille facce e destinato a far impazzire chi questo ennesimo decreto dovrà poi farlo rispettare, in un momento in cui la tensione sociale cresce ed è al punto di rottura. Se si volesse rispondere via Social: “esagerazione!”, bastano le immagini degli scaffali Esselunga di Milano a riproporci scene già viste ad aprile. E probabilmente oggi sarà peggio che ad aprile, perché, a quanto pare, il tempio della politica è stato impegnato a escogitare sistemi di controllo, ma del rispetto dei divieti piuttosto che del virus stesso. Ed è anche giusto dire che tutto ciò che sta avvenendo, accade con poca o nessuna vera opposizione politica Dopo i tentativi di Matteo Salvini di questa estate, che però non ha scelto oggettivamente la nota adeguata, il governo di Giuseppe Conte non è stato chiamato alla fiducia da nessuno; l’unico episodio di scontro politico in Parlamento è stata una mancanza di numero legale e così è, se vi pare, e il resto del confronto, spesso acceso e segnato da più o meno successi, è stato lasciato ai governatori delle Regioni. Quindi Conte governa, e lo fa in modo legittimo, peraltro in mancanza di alternative e con il sostegno popolare; tutto il resto per ora è fatto di Meme su Facebook che non si trasformano in azioni, ed è noia.

Eppure, per capire a quale catastrofe economica con le decisioni di Giuseppe Conte si stia andando incontro, basterebbe ragionare più a mente aperta sulla situazione sanitaria e guardare, con serietà e senza per forza essere degli esperti chiamati a raccolta, a quello che sta accadendo in altri stati. Negli Stati Uniti e in Svezia le regole di distanziamento sono parziali, deboli: i lockdown non sono stati imposti, non sono stati messi sul mercato farmaci specifici, non c’è il vaccino, i metodi di test e tracciamento dei contagi sono gli stessi che sta usando l’Italia eppure l’epidemia è sotto controllo. E, se guardiamo alla Svezia (alla quale nessuno, chissà perché, dalle nostre parti vuol guardare) come nazione che ha fatto quasi il contrario di noi, vedremo che le percentuali e le tendenze sui grafici sono quasi sovrapponibili alle nostre. Il Covid-19 è divertente (e scriviamo così naturalmente per provocare): se guardassimo al parametro Rt, che non va in nessun caso, ce lo ricordano gli stessi esperti, preso come solo indicatore eppure così è nelle dichiarazioni, lo vedremo nelle nazioni passare in pochi giorni da 1 virgola 2, a 3 e poi tornare a 2, a 1 e mezzo, e di nuovo su; secondo gli epidemiologi e virologi sostenitori del lockdown è sempre e inequivocabilmente “il merito dei grandissimi sforzi che le persone stanno facendo”. Visto però che questi cambiamenti avvengono anche all’interno di finestre di 2 o 3 giorni di tempo, mentre l’incubazione del Sars-CoV-2 può essere ben più lunga, si può legittimamente dubitare che sia così, e pensare che qualcosa nel ragionamento degli esperti non funzioni. Questi “enormi sforzi” non stanno venendo fatti in Svezia e negli Stati Uniti, eppure negli Stati Uniti da luglio il fattore Rt è vicino a 1, la magica soglia che ci permette, secondo i comitati tecnico-scientifici, di essere liberi cittadini.

Nessuno in Italia è in grado di spiegare, o vuole spiegare, come la Svezia abbia potuto stabilizzare il virus con restrizioni tutto sommato minime e accettabili; l’antico adagio “gli svedesi sono un popolo disciplinato” non funziona, semplicemente perché non ha riscontri nella realtà: la densità degli abitanti di Stoccolma è il doppio di quella di Milano e il sabato si fa festa anche là. In qualche modo – per caso? – la Svezia è riuscita a trovare un equilibrio che ha consentito una vita tutto sommato normale, equilibrio che a noi, impegnati ad emettere decreti che per numero di pagine assomigliano a una enciclopedia, sfugge. E questo equilibrio ha dato il modo ai suoi cittadini di avere una pausa dall’isteria, perché come molti economisti stanno sottolineando, non è possibile parlare di “scelta fra economia e salute”, o di “economia del lockdown”: sono dei nonsensi. Se a ogni vita eventualmente salvata (occorrerebbe poi capire con precisione quante vite di malati di Covid-19 siano state effettivamente salvate dal lockdown di primavera, o se lo stesso abbia avuto in realtà terribili ripercussioni su altri malati, situazioni familiari, scuola e società) si potesse attribuire con facilità un valore, allora si potrebbero creare anche dei modelli economici. Le scelte sarebbero più facili; le previsioni, possibili. Ma questo semplicemente non si può fare. Da un’analisi del “Times” risulta che Stati Uniti, Regno Unito e Svezia abbiano avuto finora nella prima parte del 2020 una situazione epidemica comparabile, con un tasso di mortalità fra 580 e 680 persone per milione; fra i tre il Regno Unito è quello che, sulla spinta dell’opinione pubblica, ha messo in pratica le misure di restrizione più severe. La Svezia ha avuto una contrazione del PIL dell’8 per cento, gli Stati Uniti del 10 per cento, il Regno Unito del 20 per cento: una catastrofe, che ha portato l’ufficio nazionale di statistica inglese a emettere una previsione di 12mila potenziali vittime della sola futura recessione economica, non del Covid-19, su una finestra di tempo medio-lunga.

L’Italia non starà tanto meglio, anzi sta già peggio; la differenza fra noi e altre nazioni è che noi non ne vogliamo parlare. Ciò che dicono altri, e che noi non ascoltiamo, è che a lungo andare gli effetti delle restrizioni che la popolazione metterebbe autonomamente in atto in caso di peggioramento della situazione sanitaria, come accaduto in Svezia (dove non è che il Covid sia passato senza nessun effetto per l’economia: l’effetto in Svezia ci sarà, però sarà la metà), sarebbero gli stessi di un lockdown imposto, quindi perché imporre un nuovo lockdown? Se la risposta è che un lockdown duro per un periodo breve consente all’economia di rimbalzare rapidamente alla riapertura, abbiamo già visto quanto questo sia fallito: o meglio sta funzionando in Cina ma dalle nostre parti senza un sistema di tracciamento dei contagi che funzioni, è tutto inutile. E la responsabilità di ciò che sta accadendo va attribuita in prima istanza a questo, al fallimento del tracciamento, e non certamente ai giovani della ‘movida’ (e Immuni no, da sola non sarebbe servita a niente). C’era la certezza di chi scrive, in giugno, che un nuovo lockdown non ci sarebbe mai stato perché il tempo per organizzare un sistema di tracciamento efficiente e per lavorare tutti assieme verso una soluzione di contenimento c’era: non è stato così. Si è arrivati a una situazione fuori controllo che il coprifuoco serale nulla può fare per contenere; mentre le aziende del nostro paese, i professionisti e gli artigiani muoiono, si riprende ad aspettare il vaccino. L’Italia torna a chiudersi in casa, e a metter la testa sotto la sabbia.

[r.s.]